L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP

Architettura e filosofia. Seguire Deleuze e Guattari ci ha liberato dalle rigidità del Postmodernismo, ma ci ha indotto in errore: pensavamo che il computer liberasse le forme mentre in realtà riorganizzava il mondo

28 Set 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

Per oltre trent’anni abbiamo creduto che il pensiero dei filosofi ci aiutasse a elaborare forme nuove per l’architettura. Pensatori quali Gilles Deleuze e Félix Guattari sono stati letteralmente saccheggiati dagli architetti che hanno trasformato in spazi costruiti le metafore filosofiche. Da qui il successo di termini quali pieghe, superfici continue, rizomi, geometrie topologiche, diagrammi, blob. E così abbiamo preso filosofie che, aiutandosi con immagini per allora inconsuete, mettevano in discussione identità, gerarchie e strutture consolidate e le abbiamo trasformate in repertori figurativi.

È stato un errore intelligente, produttivo e forse necessario. Ha liberato l’architettura dalle secche del  postmodernismo, ha accompagnato la rivoluzione digitale e ha reso progettualmente accessibili geometrie prima difficili da controllare. Ma è stato pur sempre un errore.

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Gianluca Peluffo, la teoria che lavora ai fianchi l’architettura come aspirazione alla felicità e non come sommatoria di prestazioni

21 Set 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

Per Gianluca Peluffo c’è una data che divide la carriera in due: luglio 2017. Dopo oltre vent’anni si conclude il sodalizio professionale di 5+1AA con Alfonso Femia e nasce Peluffo & Partners.

Le separazioni professionali sono interessanti perché costringono a distinguere. Finché si lavora insieme, idee, intuizioni, ossessioni e difetti tendono a sovrapporsi. Quando le strade si dividono, emergono le differenze. Nel caso di Peluffo emerge soprattutto una necessità: accompagnare agli edifici un pensiero che li spieghi e li metta in prospettiva.

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Piazza dei Cinquecento è un emblema: Roma e Gualtieri fanno tante cose ma non daranno una immagine di sé finché non useranno l’architettura contemporanea come strumento politico

14 Set 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

Roma, capitale senza progetto.

Si potrebbe cominciare da Termini. Perché una capitale dovrebbe essere giudicata innanzitutto da come accoglie chi arriva.

Il viaggiatore scende dal treno, spesso in ritardo – ma questa è un’altra storia italiana – attraversa la stazione e finalmente esce. Si aspetterebbe che Roma gli si presentasse. Non necessariamente con un monumento. Sarebbe persino troppo facile. Basterebbe uno spazio pubblico civile, ombreggiato, accogliente. Una piazza capace di dirgli: sei arrivato in una delle grandi capitali europee.

E invece si trova davanti piazza dei Cinquecento.

Una distesa dura, assolata, vagamente bulgara.

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Capozzi cerca un centro stabile dell’architettura nell’origine, nell’archè, nel fondamento. Sullo sfondo il vizio dell’Accademia di identificare instabilità e dissoluzione della disciplina

07 Set 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

Prima ancora che un libro, Sull’Origine. Architettura come archè di Renato Capozzi è una dichiarazione di fede. Ambisce a rifondare una visione teorica dell’architettura, riportandola a ciò che considera il suo nucleo permanente: l’origine. È un progetto intellettuale raro nel panorama italiano contemporaneo, dove gli architetti scrivono sempre meno testi teorici e, quando lo fanno, preferiscono il manifesto occasionale alla riflessione o la raccolta di conferenze alla costruzione di un sistema di pensiero.

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Il Manifesto di Patrik Schumacher sul Tectonism: l’architettura incorpora algoritmi e robot in contrapposizione all’infantilismo pluralista della ricerca post-modernista

30 Ago 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

Patrik Schumacher, l’ex socio ed erede dello studio di Zaha Hadid ci riprova. E bisogna riconoscergli almeno una qualità che, nel panorama architettonico contemporaneo, non abbonda: non ha paura di essere politicamente non proprio corretto. Mentre quasi tutti si riempiono la bocca con parole quali sostenibilità, inclusività, resilienza, partecipazione e qualche inevitabile riferimento alla complessità, lui prende carta e penna – metaforicamente, perché naturalmente il suo mondo è parametrico – e proclama quale sarà l’architettura del XXI secolo.

Si chiama Tectonism ed è, secondo Schumacher, «the most advanced architectural style of our time». Non uno degli stili possibili. Non una tendenza interessante. Non un programma di ricerca da mettere alla prova. È, senza mezzi termini, «the rightful hegemonic style for the 21st century».

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Beniamino Servino, il disegno e la costruzione non sono due fasi dello stesso processo: uno esplora il possibile, l’altra si confronta con la realtà

23 Ago 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

Beniamino Servino è uno dei pochi architetti italiani contemporanei di cui si riconosce un disegno a colpo d’occhio. In un panorama dove gran parte delle immagini sembrano uscire dallo stesso software e dalla stessa cultura globale, le sue tavole possiedono un’identità immediata. Il punto, però, non è lo stile, è che Servino ha costruito, nel corso di quarant’anni, un universo figurativo che nessun altro architetto italiano ha saputo inventare con altrettanta ostinazione.

Per questo è riduttivo raccontarlo come l’architetto che usa il disegno come un surrogato dell’architettura costruita. Se fosse così, le tavole raccolte dal 1994 sotto il nome di SERVèN avrebbero il sapore del rimpianto. Accade invece il contrario. Non consolano. Espongono. Mettono continuamente in gioco un’idea di architettura che il cantiere, quasi sempre, finisce per attenuare. (…)

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Il limite diventa spazio abitabile: l’architettura colta, solida e disciplinata di Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori. Premio e mostra in Germania per Labics

20 Lug 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

Per Labics la recente mostra Open all’Aedes Architecture Forum di Berlino che accompagna il riconoscimento di AW Architetto dell’Anno 2026 da parte della rivista tedesca AW Architektur & Wohen, non è un successo episodico né una consacrazione improvvisa. È una tappa significativa di un percorso costruito con rigore, intelligenza e una notevole coerenza di ricerca.

Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori hanno saputo ritagliarsi, nel panorama italiano, una posizione particolare. Sono infatti architetti capaci di tenere insieme riflessione teorica, qualità progettuale e capacità realizzativa.

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Con la sua Città del quarto spazio Maurizio Carta rompe gli spazi angusti dell’urbanistica di oggi e le ridà una visione di futuro

13 Lug 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

La città del quarto spazio di Maurizio Carta non si limita ad aggiungere un tassello a una disciplina, l’urbanistica, ma vuole cambiarne l’intero assetto. Di conseguenza è discutibile, criticabile, e accusabile di ogni eccesso metodologico. Ma, allo stesso tempo, è difficile negare che abbia l’ambizione ormai rara di proporre una nuova idea di città.

Non è poco, in un momento in cui l’urbanistica sembra aver perso la capacità di produrre grandi visioni. Per molti anni il dibattito si è concentrato su questioni certamente importanti  quali la sostenibilità, la resilienza, le smart city, l’adattamento climatico, la mobilità dolce  ma affrontandole come temi separati. Carta prova, invece, a ricomporre questi frammenti in un’unica teoria.

Il “quarto spazio” non è un luogo della città. È una nuova condizione urbana. Uno spazio ibrido nel quale convivono dimensione fisica e virtuale, natura e artificio, comunità locali e reti globali, produzione materiale ed economia della conoscenza.

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Andrea Milani non azzera e non cita, costruisce, trasforma, esalta i dettagli. Italiani contro la purezza minimalista, alla ricerca della densità

06 Lug 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

L’architettura italiana contemporanea sembra oggi attratta in modo quasi irresistibile dall’astrazione e dal minimalismo. Molti edifici che vediamo pubblicati, premiati e celebrati appaiono come oggetti ridotti a figure geometriche elementari: volumi puri, superfici nette, composizioni che sembrano voler cancellare ogni residuo di materialità. Architetture compiaciute della propria capacità di ridurre l’oggetto a un quasi nulla formale, come se il massimo dell’intelligenza progettuale consistesse nel sottrarre, asciugare, eliminare.

Non si tratta però del minimalismo di Mies van der Rohe, che usava la rarefazione per esaltare la sensualità del marmo, acciaio e vetro per raggiungere una forma di sublime precisione costruttiva. Siamo di fronte a qualcosa di diverso. Più vicino alla moralità austera di Kazuyo Sejima, dove il minimalismo diventa risposta etica all’eccesso del mondo contemporaneo, o vicino al rigore metafisico di Valerio Olgiati, che persegue la forma essenziale liberandola da ogni elemento ritenuto superfluo.

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L’architettura non serve a costruire oggetti ma a far funzionare meglio i sistemi creando relazioni. A decidere come vogliamo stare al mondo

29 Giu 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

Il problema dell’architettura contemporanea è l’eccesso, non la mancanza di lessico. E difatti il Novecento ci ha lasciato in eredità una quantità impressionante di parole: urbanistica, pianificazione, zonizzazione, standard, funzioni, performance, sostenibilità, resilienza, rigenerazione. Parliamo troppo e, conseguentemente, produciamo teorie raffinate e città mediocri. Organizziamo convegni sulla qualità dello spazio e continuiamo a costruire luoghi nei quali nessuno vorrebbe vivere sulla scia dei fallimentari esempi di edilizia realizzati a Corviale, Laurentino, Vigne Nuove, Scampia, Zen, Rozzol Melara, Gallaratese.

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Prima delle guerre sul nulla tra presunti innovatori e conservatori incalliti diteci che museo vuole diventare Galleria Borghese

22 Giu 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

L’idea, in sé, non è scandalosa. La Galleria Borghese ha bisogno di spazio. Ha problemi di accessibilità, sicurezza, depositi, servizi, attività didattiche, climatizzazione, public program. Insomma: è uno dei musei più piccoli ma più belli del mondo, che funziona dentro un edificio che non era nato per essere un museo contemporaneo. Pretendere che tutto resti com’è, come se Bernini, Caravaggio, Canova e Raffaello potessero essere custoditi per sempre dentro una macchina museale data una volta per tutte, è una posizione irragionevole.

Il problema, però, comincia subito dopo. Perché non basta dire: il museo ha bisogno di spazio, dunque facciamo un nuovo edificio. A Roma, e in particolare dentro Villa Borghese, ogni metro quadrato è carico di storia, vincoli, paesaggio, memoria, abbandono, retorica e politica.

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L’architettura produttrice di soluzioni o creatrice di senso collettivo? Per questo bivio passa o meno il dominio dell’AI sulla nostra civiltà

15 Giu 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

L’aspetto più inquietante dell’intelligenza artificiale non è la potenza. È che nessuno sa davvero come funzioni. Conosciamo il codice ma non sappiamo spiegare in modo trasparente e lineare perché produca risposte, ragionamenti, immagini, decisioni. È la prima volta che un manufatto costruito dall’uomo sfugge al pieno controllo concettuale.

Da qui un misto di fascinazione e paura. Ogni settimana scopriamo nuovi usi dell’AI. Dalla medicina alla logistica, dalla scrittura alla guerra. Perfino il Papa ha sentito il bisogno di intervenire pubblicamente sul tema. Segno che la questione non è più tecnica ma antropologica. Molti hanno la sensazione di avere aperto un vaso di Pandora.

L’architettura è uno dei settori in cui l’impatto potrebbe essere più radicale. Già oggi esistono sistemi capaci di generare planimetrie, prospetti, rendering, varianti tipologiche, stime economiche. Una rivoluzione radicale che comporterà una trasformazione profonda delle società di progettazione. E forse anche la morte dell’architetto. (…)

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“Do Architecture”: parte bene la Biennale di Wang Shu e Lu Wenyu. Basta con l’architettura che nasce come render, storytelling, branding territoriale e comunicazione social

08 Giu 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

La notizia che il titolo della prossima Biennale di Architettura di Venezia, curata da Wang Shu e Lu Wenyu, sarà Do Architecture, merita un approfondimento. Le due parole, infatti, indicano un possibile e interessante cambiamento di clima culturale, dopo anni dominati da termini come sostenibilità, resilienza, emergenza climatica, algoritmi, dati, intelligenza artificiale, piattaforme, governance. La Biennale torna infatti a parlare di architettura in termini quasi elementari: costruire, abitare, trasformare la materia. Farla. Non raccontarla. Non simularla. Non tematizzarla.

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Il progetto vincitore al Louvre orienta il visitatore, non lo stupisce con effetti speciali: è il definitivo declino dello Star System

01 Giu 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

Credo che ricorderemo il concorso per la sistemazione del Louvre, recentemente conclusosi con la vittoria di architetti non particolarmente conosciuti dal grande pubblico, come l’episodio che segna l’inizio del definitivo declino di un certo Star System. Il concorso ha infatti spostato la discussione dall’edificio icona, garantita da un nome roboante, al problema dell’uso, gestito da progettisti attenti alle questioni tecniche e pratiche. Si è reputato, insomma, che il museo più visitato del mondo non aveva bisogno di rilanciare se stesso sul piano dell’immagine, come sino a poco tempo fa sarebbe avvenuto, ma di essere semplicemente riorganizzato.

In sintesi: la novità non deve essere ricercata nella forma eclatante, quanto in un nuovo atteggiamento di attenzione. E difatti i vincitori, Selldorf Architecture, STUDIOS Architecture Paris, BASE Paysagiste e gli altri non arrivano dal circuito dei protagonisti mediatici, ma da una cultura del progetto che preferisce lavorare per riduzione, efficienza, misura. Sceglierli è stato un segnale politico oltre che disciplinare: dichiarare che non serve e forse non servirà più un gesto spettacolare per governare un’istituzione complessa, ma attivare un dispositivo che funzioni.

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I disegni di Purini: l’architettura come pensiero più che come edificio

25 Mag 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

Il volume Franco Purini. Disegni di invenzione 1964-2024 è un’opera monumentale. Raccoglie oltre mille disegni realizzati dall’architetto romano nell’arco di sessant’anni, restituendo uno dei percorsi più coerenti e riconoscibili della cosiddetta stagione dell’“architettura disegnata”. Si tratta di quel momento, tra gli anni Settanta e Ottanta, in cui il disegno venne investito di un ruolo che andava ben oltre la semplice funzione di rappresentazione, arrivando talvolta a sostituire l’architettura costruita.

Le ragioni di questa centralità sono note. L’edificio reale, per potersi concretizzare, deve attraversare una lunga sequenza di mediazioni: con i committenti, con i costruttori, con le norme urbanistiche, con le soprintendenze e con le autorità amministrative. Il disegno, al contrario, si sottrae a questi vincoli e può esprimere l’idea di architettura nella sua forma più pura, svincolata da compromessi e contingenze. Uno spazio di libertà teorica, dove l’architettura può essere pensata prima ancora che costruita.

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La potenza narrativa di Rem Koolhaas vince “A vision for Rome” con IT’S: ultimo tentativo di far uscire Roma dalla sua inerzia con un processo continuo (non episodico) di ricalibrazione

21 Mag 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

Roma soffre di un paradosso. È la città italiana con il maggiore potenziale simbolico, storico e paesaggistico e, nello stesso tempo, una delle più incapaci di trasformare tanta ricchezza in un progetto urbano contemporaneo. Se dovessimo usare una battuta, diremmo che vive di rendita e sopravvive per inerzia. E che, evitando di affrontare il problema del proprio futuro, procede per frammenti, deroghe, emergenze, opere isolate, senza mai riuscire a costruire una visione complessiva. In questo contesto il concorso internazionale “A Vision for Rome”, promosso dalla Fondazione Roma REgeneration insieme a Regione Lazio e Roma Capitale ha voluto segnare una inversione di tendenza. L’ennesimo tentativo di smuoverla per farla ragionare in grande.

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Reiner de Graaf: l’architetto mediatore nella frattura ormai insanabile fra progetto e critica

18 Mag 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

Reinier de Graaf è un personaggio di primo piano nel mondo dell’architettura. È partner di OMA e figura chiave di AMO, cioè i due studi di progettazione e di comunicazione fondati da Rem Koolhaas, considerati tra i più importanti e innovativi nel panorama mondiale. Da qui l’estremo interesse dei suoi scritti.

Reinier de Graaf racconta l’architettura dall’interno senza infingimenti. Scrive con chiarezza e i suoi testi, al pari degli scritti di Koolhaas, sono snob e, insieme, controcorrente. Denunciano le mode e nello stesso tempo ne lanciano altre. Sono severi oltre ogni limite contro i vizi e le debolezze dell’architettura e però riescono a trasformare i discorsi etici in un pretesto per nuove estetiche e nuovo business.

A metà tra il moralista della disciplina e il guru disincantato, nei suoi libri più noti (Four Walls and a Roof: The Complex Nature of a Simple profession; The Masterplan: A Novel ;  Architect, verb.: The New Language of Building )  smonta la retorica professionale e mostra come l’architettura si trovi in mezzo tra potere, finanza, burocrazia, sviluppo immobiliare e narcisismo disciplinare.

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Sauerbruch Hutton: il colore per scomporre le masse, umanizzare le dimensioni, introdurre variazioni atmosferiche (senza essere kitsch)

11 Mag 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

La conferenza dell’11 Maggio di Matthias Sauerbruch, alla Casa dell’Architettura di Roma, all’interno del ciclo degli Incontri Internazionali di AR Magazine, giunge in un momento opportuno perché introduce prepotentemente il tema del colore in architettura.

Le scelte operate con successo dallo studio Sauerbruch Hutton si caratterizzano, infatti, per la loro decisa scelta cromatica.  Con un effetto impressionista o, meglio, puntinista, giocato da minute macchie di colori diversi che generano un risultato piacevole e cangiante. Un effetto pixel che riesce a trasformare l’architettura in una macchina atmosferica, un dispositivo capace di produrre effetti emotivi, variazioni luminose, vibrazioni cromatiche, relazioni ambientali.

E questo mentre sempre più spesso nella Capitale si osserva un atteggiamento progettuale severo e anche, a volte, autopunitivo che genera edifici caratterizzati da un minimalismo di ascendenza nordica. Si pensi per esempio al lavoro di Labics o dello studio Alvisi Kirimoto. Insomma: per quanto possa apparire paradossale, questo studio di architetti tedeschi potrà aiutarci a uscire da un periodo di intenso rigore che stiamo attraversando.

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Venturino Ventura, progettista dimenticato: le sue palazzine romane dialogano con i grandi dell’architettura

04 Mag 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

Nel panorama dell’architettura italiana riaffiorano periodicamente alcuni personaggi di rilievo che sono stati dimenticati. Si tratta di un fenomeno  in parte inevitabile causato dalla ragione banale che è impossibile ricordarsi di tutti, ma anche da motivi meno innocenti, di ordine ideologico. Se non appartieni a una lobby, al circolo ristretto di una rivista, di un’associazione o di una comunità accademica, le probabilità di essere trascurato aumentano sensibilmente.

È accaduto ad architetti di grande spessore come Leonardo Ricci, Leonardo Savioli, Luigi Pellegrin, Mario Galvagni, Vittorio Giorgini, Francesco Palpacelli. Ma il caso più emblematico è quello di Venturino Ventura. Per lungo tempo è stato poco più di un nome che riaffiorava, sporadicamente, parlando di alcune tra le più belle palazzine romane. Un nome isolato, privo di contesto, avvolto dal silenzio.

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