DIARIO POLITICO

Blindare il bis: la corsa contro il tempo di Meloni tra referendum e legge elettorale

02 Mar 2026 di Barbara Fiammeri

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Nelle ore che hanno preceduto l’attacco israelo-statunitense in Iran, mentre il nostro ignaro ministro della Difesa volava a Dubai per poi restarvi bloccato allo scoppio dei bombardamenti, a Roma la priorità della maggioranza era un’altra: la nuova legge elettorale. (…)

La riforma era nell’aria da tempo. Ma più del merito conta il momento scelto da Giorgia Meloni. È stata lei a imporre l’accelerazione, a pretendere che l’intesa con gli alleati fosse chiusa subito, così da avviare l’iter parlamentare prima del referendum del 22-23 marzo. L’obiettivo è trasparente: evitare che l’esito referendario possa complicare il via libera a un proporzionale corretto da un premio di maggioranza robusto, cucito per garantire alla premier un bis a Palazzo Chigi o, quantomeno, per spianarle la strada.

A differenza del 2022, stavolta l’intesa tra Pd e M5s appare meno improbabile. Con il sistema attuale, secondo i sondaggi, il centrosinistra potrebbe tornare competitivo, soprattutto nei collegi del Sud. E la vittoria della destra o la stabilità futura della maggioranza non sarebbe più un fatto scontato. Non sorprende allora che il primo punto preteso da Meloni sia stata la cancellazione dei collegi uninominali, boccone amaro per la Lega, che però ha ingoiato.

L’altro pilastro è il premio di maggioranza: alla coalizione che supera il 40% andrebbero 70 deputati e 35 senatori. Con l’aggiunta degli eletti in Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta e all’estero, la soglia potrebbe superare il 55%, limite massimo indicato dalla Corte costituzionale. Tradotto: una maggioranza autosufficiente anche nelle nomine di garanzia, dal Presidente della Repubblica ai giudici della Consulta. Compare il ballottaggio, ma solo se nessuna coalizione raggiunge il 40%: eventualità remota. L’indicazione del premier non sarà in scheda, bensì al momento della presentazione delle liste.

Restano i listini bloccati, anzi si allargano: da due a sei candidati. Più che eletti, nominati. Più che rappresentanti, fedelissimi. Un Parlamento di designati, con legami sempre più esili con gli elettori (vedi la crescita galoppante dell’astensione) e solidissimi con il capo politico. Ufficialmente nessuno lo rivendica. In pratica, fa comodo a quasi tutti.

È probabile un nuovo intervento della Corte costituzionale, specie sul premio. Ma intanto l’accordo è blindato e già si parla di voto di fiducia per evitare imboscate, magari proprio sul tema delle preferenze. Il messaggio è chiaro: la riforma deve passare, e in fretta.

Resta la domanda: perché ora? Perché inserire un detonatore come la legge elettorale a poche settimane da un referendum delicato sulla giustizia?

Una lettura è tattica: impegnare gli alleati su un testo già definito, così da impedirne ripensamenti nel caso in cui il referendum si chiuda con una bocciatura. In politica, però, nulla è irrevocabile, soprattutto dopo una sconfitta. Meloni lo sa. Ma c’è l’altra faccia della medaglia. Se al referendum prevarranno invece i sì, il percorso della nuova legge diventerà una corsia preferenziale verso il premierato, oggi accantonato ma mai archiviato. Referendum e riforma del voto fanno parte della strategia che Meloni persegue per rafforzare l’esecutivo, ridurre gli spazi di mediazione e blindare la sua leadership.

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