L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 42
Per Foster l’ecologia non è un’immagine, ma una prestazione. E il brusco impatto urbano è il prezzo di un’architettura che guarda più al sistema che al contesto
L’intervista a Norman Foster che appare su Domus di gennaio 2026 rischia di sembrare l’ennesima celebrazione del grande maestro, inventore dell’High Tech e oramai arrivato ai novanta anni. Ma se la si legge senza pregiudizi, si capisce già dal titolo L’architettura non è architettura: è fantasia che il grande architetto britannico, oramai giunto in una fase della vita in cui si fanno i consuntivi, sta cercando di togliersi di dosso l’immagine di progettista di opere ipertecnologiche ma poco umane. Da qui l’affermazione, più volte ripetuta, che senza fantasia, che è la più umana delle virtù, la tecnologia è inutile, anzi dannosa. E senza tecnologia, la sostenibilità è solo una favola. (…)
A fare le domande è Ma Yansong, guest editor della rivista e direttore e fondatore di Mad Architects, uno degli studi di progettazione emergenti in Cina con sedi in tutto il mondo, Italia compresa. Yansong lo incalza sul tema dell’invenzione, e Foster non scappa trincerandosi nel repertorio di dettagli tecnici. Parla di immaginazione come di una risorsa. Non la fantasia capricciosa delle forme che stupiscono, ma quella che ti permette di vedere un problema prima che diventi catastrofe. L’architetto, in questa visione, non è un decoratore di volumi, ma un anticipatore di scenari.
Non a caso, nello stesso numero, compare il suo grande museo per gli Emirati: un edificio che sembra fatto di ali tese nel deserto, e che, insieme, è una macchina climatica molto sofisticata. La forma non nasce da un gesto poetico isolato, ma da una trattativa serrata con il sole, il vento, il calore. È tecnologia che diventa figura, non figura che poi cerca una giustificazione tecnica.
Qui si capisce la distanza siderale tra Foster e gli architetti del verde che, con progetti più o meno credibili. sono oggi alla moda. Insomma: niente piante come cerotto morale. Niente verde usato come foglia di fico per coprire edifici energivori. Ma un’ecologia da ingegnere testardo: se non funziona, non è sostenibile, anche se ci appendi una intera foresta.
L’ ostinazione nasce dalla sua storia. Foster non è figlio dell’establishment culturale londinese. Viene da Manchester, da una famiglia operaia. Prima degli studi a Yale, prima di diventare archistar, ci sono lavori qualsiasi, fatica vera, studio serale. La tecnologia, per uno così, non è un feticcio: è riscatto. È la prova che il mondo si può migliorare davvero, non solo raccontarlo meglio.
La biografia pesa. Si sente nella fiducia quasi incrollabile nel progresso tecnico, che oggi suona sospetta a molti, ma che per lui resta una questione morale: se puoi fare edifici che consumano meno, che funzionano meglio, che danno più qualità spaziale, hai il dovere di farli.
Poi c’è stato l’inizio folgorante con Richard Rogers. Team 4, anni Sessanta, quando mostrare la struttura e gli impianti non era una posa ma una dichiarazione di guerra al perbenismo modernista. L’idea che l’edificio fosse una macchina da abitare non in senso metaforico, ma letterale.
Da lì in poi le strade si dividono: Richard Rogers sempre più urbano, sociale, politico; Norman Foster sempre più sistemico, ingegneristico, globale. Ma la radice comune resta: la tecnologia non come retropensiero, bensì come linguaggio.
Il problema è che le macchine, quando crescono troppo, rischiano di non accorgersi di dove atterrano.
Alcuni edifici di Foster sono oggetti potenti, lucidi, ma anche indifferenti al contesto. Astronavi atterrate in mezzo a città che parlano un’altra lingua. La performance ambientale è notevole, ma il dialogo urbano brusco, quando non proprio arrogante. È il prezzo di un’architettura che guarda prima al sistema e poi al contorno.
Eppure sarebbe ingiusto fermarsi lì. Perché accanto alle icone ipertecnologiche, lo studio Foster + Partners produce una quantità enorme di progetti dove la tecnologia lavora sotto traccia, quasi in silenzio. Musei, spazi pubblici, infrastrutture dove la qualità sta nella luce, nelle proporzioni, nella continuità dei percorsi. Tra i capolavori di inserimento contestuale è per esempio il Carré d’Art di Nimes. Mostra che non sempre Foster alza la voce e che sa giocare di squadra con l’architettura antica, in questo caso un tempio romano.
Il recente museo negli Emirati, è anch’esso magnificamente contestuale. Come altri progetti in climi estremi, dimostra che quando l’ambiente è davvero duro, Foster dà il meglio. Lì non puoi fingere. O controlli il sole, l’aria, il calore, oppure l’edificio fallisce. Fine della retorica verde.
E lo stesso vale per le ricerche sugli habitat extraterrestri. Sembrano fantascienza, in realtà sono il laboratorio estremo di un’idea molto terrestre: imparare a fare di più con meno. Se sai progettare per Marte, impari anche a trattare meglio Milano o Dubai.
Infine c’è l’uomo Foster. Esile, elegante, energia da maratoneta più che da novantenne. Sempre in movimento, curioso, presente. Non ha l’aria del monumento a sé stesso, ma quella di uno che sta ancora preparando il prossimo progetto. E questa vitalità quasi ostinata è parte della sua architettura: fiducia nel futuro, disciplina, resistenza.
In un’epoca di architetti cinici o decorativi, Foster continua a comportarsi come se progettare fosse una missione civile. Può sembrare ingenua, a tratti persino irritante la sua fiducia nella tecnologia. Ma è una posizione chiara, coerente, mai furba.
Il messaggio è spiazzante nella sua semplicità: l’ecologia non è un’immagine, è una prestazione. Non si giudica dal rendering pieno di alberi, ma dai consumi, dalle sezioni, dai flussi d’aria. Non a caso il suo maestro riconosciuto è un ingegnere poeta: Richard Buckminster Fuller che gli ha insegnato che la leggerezza è la cartina al tornasole della buona costruzione.
Certo, ogni tanto le sue macchine urbane sembrano dire “spostatevi, arriva il futuro”, e non sempre il futuro è un vicino gentile. Ma in un mondo pieno di architetture che si travestono da verdi senza esserlo, la durezza tecnologica di alcuni edifici di Foster ha almeno una virtù rara: non finge.
Direi infatti e senza esitazione che tra un cespuglio farlocco e un diagramma energetico che funziona davvero, oggi è più onesto il diagramma.
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