L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 58
I disegni di Purini: l’architettura come pensiero più che come edificio
Il volume Franco Purini. Disegni di invenzione 1964-2024 è un’opera monumentale. Raccoglie oltre mille disegni realizzati dall’architetto romano nell’arco di sessant’anni, restituendo uno dei percorsi più coerenti e riconoscibili della cosiddetta stagione dell’“architettura disegnata”. Si tratta di quel momento, tra gli anni Settanta e Ottanta, in cui il disegno venne investito di un ruolo che andava ben oltre la semplice funzione di rappresentazione, arrivando talvolta a sostituire l’architettura costruita.
Le ragioni di questa centralità sono note. L’edificio reale, per potersi concretizzare, deve attraversare una lunga sequenza di mediazioni: con i committenti, con i costruttori, con le norme urbanistiche, con le soprintendenze e con le autorità amministrative. Il disegno, al contrario, si sottrae a questi vincoli e può esprimere l’idea di architettura nella sua forma più pura, svincolata da compromessi e contingenze. Uno spazio di libertà teorica, dove l’architettura può essere pensata prima ancora che costruita.
A questa libertà si aggiunge una qualità intrinseca del disegno: la capacità di rendere visibile l’organizzazione interna dell’opera. Se l’edificio costruito si offre allo sguardo nella sua dimensione fenomenica, il disegno consente di rappresentare anche ciò che non è immediatamente percepibile: piante, sezioni, relazioni strutturali. In questo senso il disegno non è solo una traduzione dell’architettura, ma un dispositivo analitico che ne rivela la logica profonda.
Non è un caso che gli architetti coinvolti in questa stagione abbiano evitato il disegno fotorealistico, privilegiando invece rappresentazioni astratte e concettuali. Del resto, la rappresentazione architettonica, così come lo conosciamo, nasce nel Quattrocento proprio come strumento di conoscenza e di controllo delle relazioni geometriche tra le parti e il tutto. Questa vocazione non è mai venuta meno. Anche nei secoli successivi, il disegno ha mantenuto una dimensione ambigua: troppo tecnico per essere pura arte, troppo artistico per ridursi a semplice strumento esecutivo.
Sezioni, spaccati, piante, assonometrie, schemi concettuali, infatti, non sono destinati al grande pubblico, ma a una comunità ristretta di addetti ai lavori. Sono immagini che servono a discutere, a verificare ipotesi, a costruire discorsi teorici.
Diverso è il caso delle rappresentazioni realistiche, pensate per comunicare il progetto ai committenti. Le celebri prospettive di Frank Lloyd Wright o di Otto Wagner ne sono un esempio paradigmatico. Si tratta di una pratica diffusa in tutta la storia dell’architettura. L’alternativa, il modello in scala, era spesso costosa e complessa; anche se alcuni architetti, come Peter Behrens o Marcello Piacentini, arrivarono a realizzare anche allestimenti in scala 1:1 per rendere comprensibili i loro progetti a chi non sapeva leggere i disegni.
Nel tempo, il disegno realistico ha conosciuto una crescente fortuna, grazie all’evoluzione tecnologica e, a differenza di quello concettuale, al fatto che è molto apprezzato dai clienti. Oggi i render, ottenuti con software avanzati, permettono di simulare con estrema accuratezza materiali, luci e atmosfere. Si può entrare virtualmente negli edifici, esplorarli, modificarne in tempo reale le caratteristiche. Tuttavia, queste pratiche sono guardate con forte sospetto da quegli architetti che continuano a considerare il disegno soprattutto come uno strumento concettuale, anzi lo strumento concettuale per eccellenza.
Franco Purini appartiene senza dubbio a questa linea di ricerca. Fin dalle prime opere, i suoi elaborati si caratterizzano per rigore, per una riduzione quasi ascetica degli elementi e per una forte tensione teorica. Non c’è alcuna concessione al realismo: ciò che interessa è la costruzione di un linguaggio, la definizione di regole, l’indagine delle strutture possibili dello spazio. Tale attitudine si riflette negli edifici realizzati, che spesso sembrano la traduzione diretta della schematicità del disegno. Emblematica, in questo senso, è la casa del farmacista a Gibellina (1980), dove nel prospetto compare la figura di una casa più piccola: un disegno nell’edificio, un segno che riflette su se stesso.
Nonostante l’arco temporale amplissimo, i disegni raccolti nel volume mostrano una sorprendente coerenza stilistica. È come se Purini avesse costruito, nel tempo, un unico grande racconto dello spazio, segnato da un’inquietudine mai del tutto pacificata. Il riferimento a Giovanni Battista Piranesi è inevitabile, anche se, ovviamente, Purini non ne sperimenta gli aspetti più perturbanti come per esempio gli spaventosi e inquietanti spazi delle Prigioni. Piuttosto, ne riprende la tensione verso una spazialità complessa, stratificata, potenzialmente infinita.
I lavori del primo periodo sono i più affascinanti. In essi emerge con forza il tema della molteplicità delle configurazioni spaziali, esplorato attraverso le celebri “sezioni spaziali”. Si tratta di un contributo originale e significativo, in cui il disegno diventa uno strumento per indagare le possibilità combinatorie dell’architettura, quasi una grammatica dello spazio.
In una fase successiva, la ricerca si orienta verso altre direzioni. Da un lato, l’indagine sul rapporto tra regola ed eccezione: sequenze ritmiche di elementi sono improvvisamente interrotte da una variazione, da un corpo dissonante, da un oggetto fuori posto. Il tema trova riscontro anche nelle opere costruite, come nella chiesa di San Giovanni Battista a Lecce (1999), dove una trave e un piano entrambi obliqui rompono l’ordine della composizione. Dall’altro lato, si sviluppa lo studio degli elementi linguistici di base, definiti “morfemi”, con un evidente richiamo alle teorie della linguistica strutturale.
Un ulteriore filone riguarda il rapporto tra forma e informe. In questi elaborati compaiono elementi che evocano masse naturali, rocce, frammenti irregolari, messi in tensione con rigorose strutture geometriche. È un confronto tra ordine e caos, tra costruzione e natura, che arricchisce ulteriormente il vocabolario puriniano.
Infine, emerge un “quarto” Purini, più libero e sperimentale, a mio avviso più accattivante e interessante. Qui compaiono linee curve, campi di colore, soluzioni meno rigide. È come se l’autore, senza abbandonare la propria imposta disciplina, a volte autopunitiva, cercasse nuove possibilità espressive, aprendo il proprio linguaggio a una dimensione più sensibile e meno cerebrale. Un presagio che, anche all’interno di un percorso così poco propenso al libero piacere dei sensi, esiste uno spazio per la variazione e per la sorpresa.
Il volume, curato con grande attenzione da Olga Starodubova e pubblicato da Schwarzraum Books, è arricchito da alcuni saggi critici non indispensabili rispetto alla forza autonoma delle immagini. Il prezzo elevato – 250 euro – è giustificato dalla qualità editoriale e dalla quantità di materiali raccolti. Difficilmente si sarebbe potuto restituire un corpus così ampio con mezzi più contenuti.
Disegni di invenzione 1964-2024 non è, infatti, solo un libro, ma un archivio visivo, uno strumento di studio e, al tempo stesso, una dichiarazione di poetica. Attraverso le immagini, Purini ribadisce con coerenza la propria posizione: l’architettura, prima di essere costruzione, è pensiero. E il disegno rimane uno dei luoghi privilegiati per indagarlo ed esprimerlo.
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