L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 66

Il limite diventa spazio abitabile: l’architettura colta, solida e disciplinata di Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori. Premio e mostra in Germania per Labics

20 Lug 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

Condividi:
Il limite diventa spazio abitabile: l’architettura colta, solida e disciplinata di Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori. Premio e mostra in Germania per Labics

Per Labics la recente mostra Open all’Aedes Architecture Forum di Berlino che accompagna il riconoscimento di AW Architetto dell’Anno 2026 da parte della rivista tedesca AW Architektur & Wohen, non è un successo episodico né una consacrazione improvvisa. È una tappa significativa di un percorso costruito con rigore, intelligenza e una notevole coerenza di ricerca.

Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori hanno saputo ritagliarsi, nel panorama italiano, una posizione particolare. Sono infatti architetti capaci di tenere insieme riflessione teorica, qualità progettuale e capacità realizzativa.

Non si limitano a costruire edifici; elaborano anche un pensiero sull’architettura. E in un contesto come quello italiano, sempre più segnato dalla separazione tra chi scrive, chi insegna e chi costruisce, non è un risultato da poco.

La mostra berlinese, inaugurata il 4 luglio, chiarisce il cuore della loro ricerca. Open ruota attorno al tema del limite: non più confine rigido che separa, ma soglia che connette. Il limite si ispessisce, diventa spazio abitabile, loggia, portico, filtro tra interno ed esterno, tra pubblico e privato. È una riflessione colta e disciplinarmente solida, che rimanda a una lunga tradizione dell’architettura italiana — da Aldo Rossi in poi — ma reinterpretata in chiave contemporanea. In Labics, la geometria non è mai fine a se stessa: è strumento per costruire relazioni.

Probabilmente proprio questo il tratto li distingue da molta architettura contemporanea. Non appartengono alla famiglia del gesto né a quella dell’esibizione strutturale. Non inseguono la forma sorprendente. Lavorano su un’idea di architettura come costruzione, quasi ossessiva, di rapporti, di sequenze spaziali, di mediazioni e, appunto, di limiti. In tempi di immagini veloci e di architetture pensate per essere consumate su Instagram, questa posizione ha qualcosa di controcorrente.

Tra i loro lavori recenti, il restauro di Palazzo dei Diamanti resta forse il caso più emblematico. La polemica fu violenta. Il progetto, tra l’altro molto misurato, venne duramente contestato da Vittorio Sgarbi, che trasformò il dibattito in una battaglia simbolica sul rapporto tra contemporaneo e patrimonio storico. Chi scrive, allora, sostenne la loro posizione e continua a ritenere che fosse quella giusta. Per una ragione semplice: il patrimonio non si difende imbalsamandolo.

La conservazione intesa come pura intangibilità produce spesso l’effetto opposto a quello desiderato: trasforma gli edifici in reliquie mute. La storia, invece, continua a vivere proprio attraverso la possibilità di essere riletta. Labics seppe affrontare il progetto con una qualità rara: intervenire senza servilismo verso il passato ma anche senza narcisismo autoriale. Un equilibrio difficile.

Meno convincente il lavoro sul Padiglione Centrale dei Giardini della Biennale di Venezia. L’intervento è colto, misurato, raffinato. Forse troppo. Il progetto appare quasi eccessivamente levigato, con una eleganza minimal da galleria d’arte londinese o newyorkese. La perplessità non riguarda la qualità del risultato, sicuramente alta. Riguarda il rapporto con il contesto espositivo veneziano. Una parte della forza della Biennale deriva infatti dalle asperità degli spazi storici, da quella tensione irrisolta tra rovina e contemporaneità, tra materia grezza e progetto. Si pensi alle Corderie dell’Arsenale: la loro bellezza risiede nel non-finito, nelle imperfezioni, nelle tracce del tempo. Quando tutto diventa troppo controllato, una parte di energia si perde.

Labics occupa inoltre un ruolo importante nel dibattito architettonico italiano. Quando uno studio raggiunge una tale centralità, inevitabilmente non produce soltanto architettura: contribuisce a definire gerarchie, orientamenti, sensibilità. La partecipazione a momenti cruciali del discorso recente, dalla selezione dei giovani architetti italiani su Casabella alla mostra Vitalità dell’architettura italiana 1946–2026 al MAXXI, mostra con chiarezza questa autorevolezza.

Labics oggi rappresenta una linea dell’architettura italiana contemporanea: disciplinata, urbana, colta, sobria, fortemente ancorata al progetto dello spazio pubblico e diffidente verso ogni deriva spettacolare. Lo fa con una linea solida e, probabilmente, tra le più convincenti oggi disponibili.

Il rischio è che il successo trasformi una posizione fertile in un canone. La qualità, quando si consolida, rischia di diventare norma; e la norma, a sua volta, può irrigidirsi in ortodossia.

Ed è qui che nasce la domanda più scomoda.

Può un’architettura che tende sempre più all’astrazione, alla pulizia formale, all’eleganza controllata, sfuggire al destino della perfezione? Può evitare di trasformarsi in un esercizio di stile, in una sofisticata estetizzazione del costruire?

Cosa accade quando un linguaggio, proprio perché efficace, viene assunto come modello? All’inizio è una ricerca. Poi diventa grammatica. Infine rischia di ridursi a maniera. E la maniera, in architettura, è sempre il momento in cui la vita si ritira lasciando intatta la forma.

Oggi l’architettura, a mio avviso, avrebbe bisogno di altro. Di imperfezione, di sperimentalità, di energia. Non sciatteria, naturalmente. Ma attrito. Rischio. Contraddizione. Rapporto concreto con una realtà che non è mai pura, silenziosa, perfettamente geometrica.

La realtà è sporca. Rumorosa. Disordinata. Politica. Sociale. Resiste ostinatamente a ogni tentativo di essere addomesticata dentro un’immagine elegante.

Ed è qui che emerge un paradosso dell’architettura contemporanea, italiana e non solo. Mentre il mondo diventa sempre più instabile, conflittuale e imprevedibile, una parte crescente dell’architettura sembra rispondere producendo ordine astratto, superfici levigate, composizioni impeccabili. Come se al caos del reale si potesse opporre la perfezione della forma.

Ma la perfezione è una tentazione pericolosa. Perché anestetizza. Elimina il rumore, ma elimina anche l’energia. Rimuove il conflitto, ma rimuove la vita.

Le architetture impeccabili raramente cambiano il nostro sguardo sul mondo. Lo confermano. Lo rassicurano. Ci dicono che tutto, in fondo, può essere ricondotto a ordine.

Le architetture davvero importanti, invece, introducono una perturbazione. Aprono un conflitto. Producono uno scarto.

Per questo la vera domanda che Open ci consegna non è se Labics siano bravi — lo sono, e molto. La domanda è un’altra: la linea che oggi rappresentano riuscirà a restare viva oppure finirà per essere assorbita dall’estetizzazione generale del contemporaneo?

In altre parole: è ancora possibile essere eleganti senza diventare decorativi? Astratti senza diventare distanti? Raffinati senza perdere intensità?

È una domanda che riguarda Labics. Ma riguarda soprattutto noi. Perché il rischio dell’architettura italiana oggi non è la bruttezza. Ma proprio l’opposto: è produrre architetture sempre più impeccabili.

Argomenti

Argomenti

Accedi