L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP
Architettura dal Bauhaus alla Bioinformazione è una Storia dell’architettura che parte dal Novecento per arrivare ai giorni nostri. L’Autore è Antonino Saggio, noto per la sua attività di ricerca e divulgazione, per i suoi testi su Giuseppe Terragni, Peter Eisenman, Frank O. Gehry, per essere stato l’inventore della fortunata collana della Rivoluzione informatica in architettura e della recente serie Imprinting dedicata ai talenti dell’architettura italiana. Il libro è un volume di oltre 500 pagine che si legge volentieri perché è organizzato come un racconto. Il percorso è sintetizzato da due fotografie, poste una all’inizio e una alla fine del volume. (…)
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Bimboification è una parola ibrida: è composta da bimbo, che sta per bambinesco, puerile, più il suffisso -ification, che indica il rendere qualcuno così. Significa un processo di trasformazione caricaturale verso un modello di persona percepita come superficiale, iper-estetizzata e poco riflessiva.
Può essere usata sia in modo ironico sia critico. Si parla di bimboification per descrivere dinamiche culturali: semplificazione del discorso, estetizzazione estrema, perdita di complessità. Ma, il termine ha ricadute estetiche-performative. Alcune persone adottano consapevolmente uno stile bimbo come forma di identità o di gioco con gli stereotipi: trucco marcato, linguaggio semplificato, atteggiamento volutamente naïf. (…)
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Ruggero Lenci è uno studioso colto ed eclettico. Per molti anni docente di Composizione Architettonica e Urbana presso la facoltà di ingegneria di Roma, ha affiancato all’attività accademica quella progettuale, senza mai rinunciare a una pratica artistica autonoma che lo vede autore di quadri di impronta realista e di sculture astratte. (…)
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Il recente intervento realizzato a Roma da Stefano Boeri Interiors riguarda il fronte meridionale del Colosseo, in corrispondenza con i fornici 60-76 del lato Valadier e 1-18 del lato Stern. Il progetto ha previsto il ripristino del basamento originario, e cioè il dislivello che separa il monumento dall’area circostante, rendendo quest’ultima accessibile tramite rampe e attrezzandola con basi di marmo squadrate che evocano i punti di appoggio di un colonnato preesistente.
Si tratta di una sistemazione particolarmente delicata, realizzata sotto gli occhi vigili e severi di tutti e con la responsabilità di confrontarsi con un monumento considerato tra i più importanti della nostra civiltà. Una difficoltà che ha imposto una scelta precisa: l’essenzialità dell’intervento. Una silenziosità che possiamo intendere anche come una strategia per sottrarsi al conflitto con il fronte, sempre più ampio, dei conservatori ad oltranza, per i quali il più minuto intervento sui reperti storici – figuriamoci su questa opera – è un sacrilegio, un urlo arrogante della modernità. Tuttavia (…)
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C’è stato un tempo in cui era frequente che i professori che alla facoltà di architettura insegnavano progettazione (allora si chiamava Composizione) non si facevano vedere a lezione. Delegavano l’insegnamento a una corte di assistenti mentre loro si presentavano solo il giorno degli esami. Per fortuna questi ultimi erano all’altezza del compito e non facevano rimpiangere l’assenteismo dei cattedratici.
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Il Pritzker Prize assegnato a Smiljan Radić va letto non solo come riconoscimento a un autore, ma come un cambiamento condiviso di sensibilità. Una dichiarazione che la buona architettura è soprattutto poesia. Non una sorprendente scenografia tecnologica, non buone intenzioni ammantate di populismo politico, non un gioco di forme parametriche, non la ricerca di effetti speciali. (…)
L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP/46
Negli ultimi 15 anni la consapevolezza del contributo femminile alla pratica architettonica si è fatto più esplicita, attraversando mostre, libri, polemiche pubbliche, attivismo professionale e riconoscimenti istituzionali, anche se il percorso alterna aperture e arretramenti, visibilità e rimozione. Si è supportato così un processo che ha una storia più lunga: basta ricordare il lavoro dell’Associazione Italiana Donne Ingegneri e Architetti, un’organizzazione senza fini di lucro fondata nel 1957 per valorizzare la presenza femminile nei settori tecnici, o alle numerose commissioni per la parità di genere e per le pari opportunità promosse dagli Ordini professionali.
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L’Ordine degli architetti di Roma è il più grande d’Europa. Con un numero di iscritti, circa 19.000, superiore a quello di intere realtà nazionali, per esempio la Francia.
Nonostante questi numeri rilevanti, la rivista che puntualmente stampava, aveva oscillato tra il bollettino e il contenitore di episodici progetti che, però, non bastavano a delineare un soddisfacente panorama critico. Da qualche anno, invece, ci si trova davanti a un gigantesco sforzo editoriale: numeri monografici di AR magazine strutturati con il taglio di una rivista internazionale, con interventi di firme importanti, ben illustrati, che superano le 400 pagine. Quali, per esempio, “Luigi Moretti, forma, struttura, poetica della modernità”, “Roma sognata. Gli archivi di architettura dal Nolli alle nuove poetiche radicali”, “Abitare Roma capitale. Storia e visioni dal 1871 al prossimo futuro”, “Mirabilia Urbis Romae. Morfologie urbane, paesaggi, architetture”, “Dal disegno al metaverso. Architetture immaginate, scritture, linguaggi artificiali”.
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È nelle città che il rapporto tra spazio costruito e vita vissuta si manifesta nella sua forma più evidente e, insieme, più enigmatica. Le città non sono mai semplici contenitori di funzioni, né scenografie immobili davanti alle quali scorre la storia. Sono organismi nervosi, sistemi porosi, architetture attraversate da desideri, conflitti, adattamenti. Crescono seguendo le traiettorie del potere, certo: piani regolatori, demolizioni, assi viari, retoriche monumentali. Ma crescono soprattutto per opera degli abitanti, che continuamente le trasformano, piegando le forme alle necessità quotidiane, agli espedienti, alle invenzioni minute. Le rendono meno astratte, meno ideologiche, più umane. (…)
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Non sono mai stato un ammiratore dell’architettura di Paolo Portoghesi. Anzi. Nel suo insieme mi è sempre parsa incline al compiacimento, spesso zuccherosa, talvolta retorica, come se il progetto si sentisse in dovere di piacere, di sedurre, di ammiccare. Un’architettura che parla troppo e ascolta poco. Tuttavia le prime opere di Portoghesi, soprattutto quelle progettate con l’ingegnere Vittorio Gigliotti, appartengono a un’altra categoria. Sono lavori intensi, rischiosi, perfino necessari. Non tanto perché belli, ma perché capaci di segnare uno scarto, una discontinuità, una svolta reale nel panorama dell’architettura italiana.
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L’intervista a Norman Foster che appare su Domus di gennaio 2026 rischia di sembrare l’ennesima celebrazione del grande maestro, inventore dell’High Tech e oramai arrivato ai novanta anni. Ma se la si legge senza pregiudizi, si capisce già dal titolo L’architettura non è architettura: è fantasia che il grande architetto britannico, oramai giunto in una fase della vita in cui si fanno i consuntivi, sta cercando di togliersi di dosso l’immagine di progettista di opere ipertecnologiche ma poco umane. Da qui l’affermazione, più volte ripetuta, che senza fantasia, che è la più umana delle virtù, la tecnologia è inutile, anzi dannosa. E senza tecnologia, la sostenibilità è solo una favola. (…)
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L’Italia è un paese di borghi. Ne contiamo ufficialmente oltre 5.500 secondo l’ISTAT (dato 2021), una costellazione fitta che attraversa l’intero territorio nazionale e che costituisce una delle strutture portanti del nostro paesaggio culturale. È un numero impressionante, se si pensa che più della metà dei comuni italiani ha meno di 5.000 abitanti. Alcuni borghi sono splendidi dal punto di vista architettonico, esempi raffinati di adattamento al suolo, alla topografia, al clima; altri sono ordinari, talvolta persino brutti, frutto di stratificazioni casuali o di espansioni recenti poco controllate. Ma tutti, anche i meno riusciti, raccontano una storia urbana e sociale che vale la pena di interrogare.
Con il termine “borgo” indichiamo realtà profondamente diverse.
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Il nuovo edificio progettato da Marco Casamonti a Bari ha scatenato una quantità di reazioni che raramente si registrano per un’opera di architettura contemporanea in Italia. Ed è già questo, di per sé, un fatto interessante. In un Paese dove l’architettura viene spesso ignorata, ridotta a sfondo o, nel migliore dei casi, a questione per addetti ai lavori, Palazzo Le Giare è riuscito a fare ciò che quasi nessun edificio riesce più a fare: entrare nel dibattito pubblico. Non importa se per essere amato o detestato.
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Fine novembre 2025. Bruciano sette grattacieli nel complesso Wang Fuk Court ad Hong Kong. Provocano oltre centocinquanta morti, altrettanti dispersi, centinaia di feriti e lasciano un quartiere devastato. Le immagini del fuoco che corre come un serpente impazzito lungo le facciate sottolineano, con la violenza dell’evidenza, una verità che fingevamo di ignorare: certe densità abitative sono trappole. Trappole verticali, lucide e spettacolari finché va tutto bene; inferni quando qualcosa va storto. E non solo perché si muore, ma perché spesso si vive male. Corridoi interminabili, spazi collettivi ridotti a trombe di circolazione, appartamenti che sono scatole impilate più che luoghi d’abitare.
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Il 26 dicembre dell’oramai trascorso 2025 i quotidiani nazionali escono con una notizia che non esiterei a definire ironica, se non addirittura patafisica. La nuova stazione Colosseo della metropolitana di Roma, pochi giorni prima inaugurata e vantata come la più bella stazione d’Europa, se non proprio come una delle sette meraviglie del mondo contemporaneo, fa acqua durante violenti temporali che hanno investito la Capitale. Le immagini fanno il giro dei social con una velocità ben superiore a quella dei convogli della linea C.
Che un edificio nuovo di zecca faccia acqua non è di per sé una gran notizia. Di fastidiose infiltrazioni sono stati vittime numerosi capolavori dell’architettura del passato, compresi edifici di Le Corbusier e di Frank Lloyd Wright. Tanto che si attribuisce a uno di loro – poco importa a quale, la battuta funziona comunque – l’osservazione secondo cui un capolavoro non dovrebbe mai stare esposto alle intemperie, ma essere custodito gelosamente in un museo. L’ironia, in questo caso, nasce dal fatto che il disguido tecnico avviene nel bel mezzo di una campagna mediatica molto ben orchestrata per dimostrare che Roma è finalmente diventata una capitale efficiente, moderna, all’altezza delle grandi città europee.
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«Un bravo artista copia, un grande artista ruba», diceva Pablo Picasso. Una battuta, certo. Ma che, come tutte le battute, contiene una verità, anche se difficile da accettare: l’arte, tutta l’arte, è una catena infinita di furti dichiarati.
In architettura da sempre si copia senza problemi. Nessuno, infatti ipotizza che il tempio A di un santuario della Magna Grecia sia un plagio del tempio B che si trova ad Atene, anche se gli rassomiglia in tutto e per tutto. O che le chiese romaniche disseminate in Europa abbiano scarso valore a causa delle loro notevoli somiglianze. O che, infine, le colonne doriche, ioniche e corinzie compromettano l’originalità degli edifici classici rendendoli simili tra loro.
Anzi, è proprio l’opposto. Si pensa che è così che si costruisce il linguaggio dell’architettura, riconoscendo le radici e allo stesso tempo torcendole, forzandole, contaminandole.
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Settembre 2023. Una lettera aperta pubblicata su La Repubblica muove una circostanziata accusa: la mostra “Roma nuovissima, direzioni contemporanee del progetto a Roma”, allestita all’ex Mattatoio, presenta una prima sezione composta da soli uomini, una seconda quasi del tutto maschile, e una terza – quella che dovrebbe raccontare la città che cambia – popolata da undici studi largamente guidati da uomini. Insomma: un panorama che sembra provenire da un’altra epoca. Sottolinea inoltre che la rassegna è promossa e ospitata da istituzioni pubbliche, quelle stesse che dovrebbero impegnarsi a sovvertire l’inerzia dei vecchi squilibri. I curatori rispondono prontamente, parlano di numeri diversi. Ma la questione, a ben vedere, è più ampia della conta dei partecipanti.
Mentre, infatti, nelle facoltà di architettura le ragazze superano ormai stabilmente il 60% degli immatricolati, e la percentuale continua a crescere, quando si passa al mondo professionale, la loro presenza si assottiglia drasticamente.
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È morto il 5 dicembre 2025 Frank O. Gehry, protagonista indiscusso dell’architettura degli ultimi 50 anni. Se n’è andato a 96 anni, dopo una breve malattia respiratoria, nella sua casa di Santa Monica.
La sua scomparsa segna la conclusione di una parabola che ha attraversato e trasformato l’architettura.
Quello che Gehry lascia non è un catalogo di opere, alcune delle quali universalmente celebri ma l’idea che un edificio debba essere un corpo capace di suscitare emozione, provocare, interrogare lo spazio urbano e l’esperienza quotidiana. Insomma essere simile a una opera d’arte, a una scultura.
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Il problema non era in fondo così difficile da risolvere. Dopo Carlo Ratti e dopo ancora aver nominato curatori che provenivano dal continente africano e dall’America latina, occorreva rivolgersi all’oriente, meglio se alla Cina, da qui la scelta del CdA della Biennale di Venezia, su proposta del presidente Pietrangelo Buttafuoco, di nominare Wang Shu e Lu Wenyu direttori della ventesima Mostra Internazionale di Architettura del 2027. Una scelta, oltretutto, riparatrice che ribalta il Pritzker 2012, che aveva premiato il solo Wang Shu, lasciando in ombra il contributo paritario, e in alcuni passaggi decisivo, di Lu Wenyu.
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Viviamo in un mondo saturo di oggetti, di immagini, di edifici. Abbiamo costruito troppo, spesso male e anche senza chiederci se fosse davvero necessario. Oggi occorre cambiare direzione restituendo senso a ciò che già esiste. E, quindi, recuperare, modificare, interpretare per riformulare la cornice attraverso la quale interagiamo con la realtà che ci circonda, ridando valore alle cose per restituire loro un ruolo nella narrazione del presente.
Recuperare non è restaurare. Il restauro tende a ricomporre un’unità perduta, a riportare l’opera a un presunto stato originario, al “dov’era e com’era” che pervade le nostre norme. Il recupero, invece, è un atto creativo: usa ciò che rimane come materiale per costruire un nuovo edificio. È, per dirla con Nicolas Bourriaud, un gesto di post-produzione. Come un DJ che usa un brano per generarne un altro, l’architetto contemporaneo lavora su ciò che esiste, lo manipola, lo riformula. L’architettura diventa remix, e la città una grande piattaforma di editing.