L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 71
Piazza dei Cinquecento è un emblema: Roma e Gualtieri fanno tante cose ma non daranno una immagine di sé finché non useranno l’architettura contemporanea come strumento politico
Roma, capitale senza progetto.
Si potrebbe cominciare da Termini. Perché una capitale dovrebbe essere giudicata innanzitutto da come accoglie chi arriva.
Il viaggiatore scende dal treno, spesso in ritardo – ma questa è un’altra storia italiana – attraversa la stazione e finalmente esce. Si aspetterebbe che Roma gli si presentasse. Non necessariamente con un monumento. Sarebbe persino troppo facile. Basterebbe uno spazio pubblico civile, ombreggiato, accogliente. Una piazza capace di dirgli: sei arrivato in una delle grandi capitali europee.
E invece si trova davanti piazza dei Cinquecento.
Una distesa dura, assolata, vagamente bulgara.
Uno spazio nel quale d’estate viene spontaneo accelerare il passo per cercare riparo. La cosa sarebbe meno grave se non fosse che il progetto vincitore del concorso del 2021 era costruito proprio sull’idea opposta. Il gruppo formato da TVK, IT’S, Artelia, Net Engineering e altri aveva immaginato un grande sistema verde, un bosco urbano davanti alla stazione. Nel corso della realizzazione il bosco si è progressivamente assottigliato. Secondo quanto è stato ricostruito, dei circa cinquecento alberi inizialmente previsti ne dovrebbe rimanere circa un quinto. Gli stessi progettisti di IT’S sono arrivati nell’agosto 2026 a disconoscere pubblicamente quanto realizzato, lamentando di non essere stati coinvolti nelle fasi esecutive e nella direzione artistica.
È difficile trovare una metafora più efficace.
Si fa un concorso per avere idee. Si sceglie un progetto perché quelle idee convincono. Poi, quando si passa alla realizzazione, si eliminano proprio gli elementi che davano senso al progetto. Alla fine rimangono pavimentazioni, percorsi, arredi e qualche albero. Cioè rimane l’opera, ma scompare l’architettura.
Il problema di Roma è in buona parte qui.
Non è vero, come spesso si dice, che nella capitale non si faccia nulla. Anzi, negli ultimi anni si è fatto molto. Cantieri del Giubileo, PNRR, piazze, parchi, musei, metropolitane, restauri, sistemazioni archeologiche. Roberto Gualtieri è probabilmente uno dei sindaci più presenti sui social che Roma abbia avuto. Inaugura, visita cantieri, annuncia, mostra prima e dopo. L’impressione è quella di una macchina amministrativa finalmente rimessa in moto dopo anni nei quali sembrava essersi fermato tutto.
Il problema è un altro: Roma fa molte cose ma non riesce a costruire attraverso queste cose un’immagine di sé.
E per una capitale non è un problema secondario.
Parigi, Londra, Berlino, Madrid, Copenhagen, sia pure in modo diverso, hanno utilizzato l’architettura contemporanea anche come strumento politico. Non sempre producendo capolavori. Ma ponendosi continuamente la domanda su come una capitale debba rappresentare il proprio tempo. Roma la domanda sembra aver paura persino di formularla.
Lo si vede nella politica dei concorsi. Sono pochi, spesso discutibili, qualche volta gestiti con procedure che finiscono per indebolire proprio la qualità che dovrebbero selezionare. Eppure bisogna riconoscere che alcuni concorsi importanti sono stati fatti.
Per il Grande MAXXI, nel 2022, sono arrivate 103 proposte e ha vinto il gruppo guidato da LAN con SCAPE Architecture e altri consulenti. Personalmente considero il progetto piuttosto mediocre, soprattutto se rapportato all’eccezionalità dell’edificio di Zaha Hadid con il quale dovrà confrontarsi. Ma almeno si è svolto un confronto internazionale.
Stesso discorso per il Museo della Scienza alle ex caserme di via Guido Reni. Settanta proposte, cinque finalisti, una commissione presieduta da Daniel Libeskind e infine la vittoria di ADAT Studio con Science Forest. Anche qui il risultato può lasciare perplessi. L’architettura proposta sembra oscillare tra la volontà di produrre un landmark e quella, oggi inevitabile, di raccontarsi attraverso alberi, sostenibilità, serre, terrazze verdi e biodiversità. Ma il punto resta: un concorso c’è stato.
Il concorso non serve infatti a garantire automaticamente la buona architettura. Non esiste procedura amministrativa capace di produrre il talento. Serve però a rendere pubblica la scelta. A mettere progetti diversi uno contro l’altro. A costringere amministratori, commissioni e progettisti ad assumersi responsabilità.
Per questo lascia perplessi quanto è accaduto alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea.
Per completare e riqualificare l’Ala Cosenza, incompiuta da mezzo secolo, è stato chiamato Mario Botta. Un celebre architetto, naturalmente. Ma il problema non è stabilire se Botta sia bravo. Il problema è perché proprio Botta.
Nel 2000 per quella stessa ala era stato organizzato un concorso, vinto da Diener & Diener e mai realizzato.
È curioso. Per un intervento di tale importanza culturale e architettonica non sarebbe stato più logico tornare a un concorso internazionale? Mettere a confronto dieci, venti, cinquanta idee sul rapporto tra il museo di Bazzani, l’ala di Luigi Cosenza e la Galleria del XXI secolo?
Invece continuiamo a ragionare secondo la logica del grande nome. Come se l’architettura fosse un favore che una personalità illustre concede alla città e non una questione pubblica sulla quale la città deve interrogarsi.
Ma è nell’area archeologica centrale che le contraddizioni diventano più evidenti.
Qui Roma ha finalmente deciso di investire. Ed era ora. Il programma CArMe interessa un sistema impressionante: Fori, Colosseo, Celio, Palatino, Circo Massimo, Terme di Caracalla, Foro Boario, Campidoglio. Per la Nuova Passeggiata Archeologica è stato organizzato un concorso internazionale, con ventitré proposte, vinto nel 2024 da Labics. Il progetto cerca di ricucire le aree archeologiche e la città contemporanea attraverso percorsi, spazi pedonali, verde, balconate e servizi.
Sono stati coinvolti, attraverso concorsi e incarichi diversi, progettisti di qualità. Labics, appunto. Gianluca Peluffo, autore con il suo gruppo di una delle proposte premiate per la Passeggiata Archeologica. Stefano Boeri e altri professionisti sono intervenuti o sono stati chiamati a confrontarsi con diversi tasselli della trasformazione della città storica.
Benissimo. Ma, si può progettare il luogo archeologico più importante del mondo per frammenti?
È possibile che ogni pezzo sia interessante e che la somma sia sbagliata.
Roma dovrebbe averlo imparato dalla propria storia. La città non è mai stata un oggetto unitario nel senso banale del termine. È fatta di sovrapposizioni, collisioni, discontinuità. Ma proprio per questo ha bisogno di idee forti capaci di governare i frammenti. Non di uniformarli: di farli dialogare.
Il rischio è invece che il centro archeologico diventi una collezione di buoni progetti. Una passerella qui, una pavimentazione lì, un centro servizi, un giardino, un accesso, un ascensore, una sistemazione paesaggistica. Tutte cose magari ben disegnate, ma prive di quella tensione che trasforma una successione di interventi in un progetto urbano.
Il caso dell’ex Antiquarium comunale del Celio è ancora più inquietante.
Parliamo di un edificio collocato in un punto che farebbe tremare le vene ai polsi a qualsiasi architetto: davanti al sistema Colosseo-Palatino, tra via di San Gregorio e il Parco del Celio. Il Comune stesso lo definisce una cerniera tra Colosseo, Palatino e Circo Massimo e gli attribuisce il ruolo di polo di accoglienza e orientamento per uno dei maggiori complessi monumentali del mondo. L’investimento previsto è di 10 milioni di euro.
Eppure non c’è stato un grande concorso internazionale di architettura.
Guardando quanto sta emergendo dal cantiere, il risultato architettonico appare, per quanto è possibile giudicare oggi, modesto.
Ma il problema viene prima del giudizio estetico. Perché un intervento di questa delicatezza non è stato sottoposto a una selezione internazionale?
Possibile che Roma non capisca che proprio questi sono i luoghi nei quali dovrebbe chiamare a confrontarsi la migliore cultura architettonica internazionale?
Non per avere necessariamente Foster, Herzog & de Meuron o Nouvel. Il provincialismo non si combatte sostituendo il culto del tecnico interno con quello della star internazionale. Si combatte costruendo procedure nelle quali un giovane sconosciuto possa battere una star se presenta un progetto migliore.
Questa è la funzione culturale del concorso.
Roma, invece, continua a oscillare tra due estremi: da una parte procedure faticose che producono progetti e poi li mutilano durante la realizzazione; dall’altra affidamenti nei quali la discussione progettuale viene saltata.
È una città che non sembra fidarsi dell’architettura.
E tuttavia bisogna essere giusti. Roma ha vissuto momenti molto peggiori.
La città è difficilissima da amministrare. Ha una dimensione territoriale enorme, una stratificazione amministrativa quasi patologica, competenze sovrapposte tra Comune, Stato, Ministero della Cultura, soprintendenze, enti, società partecipate. Ogni buca può diventare un caso politico e ogni scavo può trasformarsi in un problema archeologico.
Gualtieri ha certamente rimesso in movimento una macchina che sembrava paralizzata. Il problema è che l’attivismo non coincide con una visione.
Aprire un giardino è una buona cosa. Sistemare una piazza è una buona cosa. Così restaurare una fontana. Piantare alberi, rifare marciapiedi, inaugurare parchi sono tutte attività necessarie. Ma un sindaco di Roma non può limitarsi a essere il miglior amministratore di condominio possibile.
Deve anche dire che cosa Roma vuole diventare.
Emblematica è stata l’apertura di piazza Augusto Imperatore nel giugno 2025. Un intervento atteso da quasi vent’anni, nato da un concorso internazionale del 2006 vinto dal gruppo guidato da Francesco Cellini. Il Comune ha celebrato l’apertura della nuova piazza; contemporaneamente era chiaro che si trattava soltanto della prima fase e che la conclusione dei lavori sarebbe arrivata successivamente.
Dopo decenni di attesa, inaugurare con grande enfasi un’opera ancora in completamento è un autogol mediatico.
È come vantarsi di avere finalmente apparecchiato la tavola mentre dalla cucina devono ancora arrivare i piatti.
Lo stesso accade con la continua comunicazione su parchi, giardini e giardinetti.
Tanto più che proprio il verde romano sta diventando una delle questioni più controverse. L’amministrazione sostiene che molti abbattimenti siano necessari per ragioni di sicurezza. Gli alberi classificati ad alto rischio devono essere eliminati e sostituiti. È difficile contestare in astratto un principio del genere.
Ma quando gli abbattimenti diventano migliaia e il paesaggio urbano cambia, la questione non può essere trattata soltanto come un problema di perizie agronomiche.
È un problema di progetto urbano. Soprattutto dopo le estati che stiamo vivendo.
Roma è sempre stata una città minerale mitigata da una quantità straordinaria di verde. Pini, platani, lecci, ville storiche, giardini, alberature stradali non erano decorazione. Erano infrastruttura climatica prima che inventassimo l’espressione “infrastruttura climatica”.
Oggi sappiamo che nei prossimi decenni ombra e vegetazione saranno decisive quanto metropolitane e fognature.
E invece continuiamo a sostituire alberi adulti con alberelli che, quando sopravvivono, impiegheranno decenni a produrre la stessa ombra.
Piazza dei Cinquecento ritorna allora come il caso esemplare. Il progetto prometteva un bosco urbano. La realizzazione consegna, almeno per una lunga fase, una grande superficie dura esposta al sole. Poi ci spiegano che arriveranno le “gocce verdi”, che saranno piantati pini e lecci, che il verde crescerà.
Ma il cambiamento climatico non è un rendering.
L’ombra serve adesso.
E una capitale mediterranea dovrebbe fare dell’adattamento climatico uno dei temi centrali della propria architettura. Non aggiungere un po’ di verde ai progetti. Dovrebbe rovesciare il ragionamento: prima l’ombra, il suolo permeabile, l’acqua, gli alberi; poi il resto.
E arriviamo infine alla metropolitana. Il 16 dicembre 2025 Roma ha inaugurato le stazioni Colosseo/Fori Imperiali e Porta Metronia della linea C. Due stazioni-museo, con reperti archeologici incorporati nel percorso e, nel caso del Colosseo, una spettacolare relazione visiva con l’Anfiteatro Flavio.
È stata una festa comprensibile. Dopo decenni di lavori, ritardi, polemiche e costi, Roma poteva finalmente mostrare un’infrastruttura contemporanea capace di trasformare un problema, l’archeologia che rallenta gli scavi, in una risorsa. Tanto che oggi la stazione Colosseo-Fori Imperiali è candidata al Prix Versailles 2026 per entrare nella lista delle stazioni più belle del mondo.
Perfetto. Peccato che dieci giorni dopo l’inaugurazione le piogge abbiano fatto filtrare acqua dal soffitto della stazione Colosseo, facendola scendere sulle scale mobili e creando problemi anche ai tornelli.
Una scena quasi troppo perfetta per essere vera.
Roma inaugura una delle stazioni che aspira a essere tra le più belle del mondo e pochi giorni dopo deve mettere mano alle infiltrazioni d’acqua.
Può succedere. Le opere complesse hanno problemi di assestamento. Sarebbe demagogico trasformare un’infiltrazione in una condanna dell’intera infrastruttura.
Ma il valore simbolico resta. Roma sembra continuamente inciampare proprio nel momento in cui prova a rappresentarsi.
Ed è questo, forse, il punto. Roma non riesce a mostrarsi come capitale.
Non perché non abbia monumenti. Ne ha troppi. Non perché manchino risorse. In questi anni, tra PNRR, Giubileo e fondi statali, ne sono arrivate parecchie. Non perché manchino architetti capaci. A Roma e in Italia ce ne sono molti.
Manca la convinzione che l’architettura sia uno degli strumenti attraverso i quali una capitale costruisce la propria identità contemporanea.
Roma continua, invece, a vivere del proprio capitale accumulato.
Il Colosseo, San Pietro, piazza Navona, il Pantheon, i Fori, Bernini, Borromini. Una rendita urbana e simbolica talmente gigantesca da aver prodotto una sorta di pigrizia culturale. Perché rischiare con il presente quando il passato garantisce comunque milioni di visitatori?
Ma una capitale non è una città che possiede molti monumenti. È una città capace di rappresentare il proprio tempo.
La Roma democratica sembra aver sviluppato una paura quasi patologica della trasformazione.
Preferisce restaurare, sistemare, riqualificare, valorizzare.
Il verbo che manca è progettare.
Che significa anche sbagliare, scegliere, accettare conflitti. Significa indire concorsi seri, nominare giurie autorevoli, dare ai vincitori la possibilità di portare a termine le opere senza che il progetto venga smontato pezzo dopo pezzo dalle conferenze di servizi, dagli appalti e dalle varianti. Significa chiamare i migliori progettisti, italiani e stranieri, non per prestigio ma per confronto. Significa soprattutto capire che un insieme di piccoli interventi, per quanto utili, non produce automaticamente una grande città.
Roma ha bisogno di manutenzione. Ma da una capitale ci aspettiamo qualcosa di più della manutenzione.
Ci aspettiamo che ogni tanto sappia sorprenderci. Che produca un edificio, una piazza, un parco, una infrastruttura davanti ai quali si possa dire: questa cosa poteva essere fatta soltanto qui, in questa città, in questo momento storico.
Invece il viaggiatore esce da Termini, dopo che il Frecciarossa è arrivato con mezz’ora di ritardo, e trova davanti a sé una distesa assolata. Cerca un albero.
Nel rendering ce n’erano cinquecento.
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