L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 72

Gianluca Peluffo, la teoria che lavora ai fianchi l’architettura come aspirazione alla felicità e non come sommatoria di prestazioni

21 Set 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

Condividi:

Per Gianluca Peluffo c’è una data che divide la carriera in due: luglio 2017. Dopo oltre vent’anni si conclude il sodalizio professionale di 5+1AA con Alfonso Femia e nasce Peluffo & Partners.

Le separazioni professionali sono interessanti perché costringono a distinguere. Finché si lavora insieme, idee, intuizioni, ossessioni e difetti tendono a sovrapporsi. Quando le strade si dividono, emergono le differenze. Nel caso di Peluffo emerge soprattutto una necessità: accompagnare agli edifici un pensiero che li spieghi e li metta in prospettiva.

Da qui nasce un personale vocabolario poetico: corpo, figura, genealogia, fratellanza, stupore, felicità.

Sono parole belle. Forse troppo. È difficile dichiararsi contro il corpo, la fratellanza o la felicità. La questione interessante è allora capire cosa succede quando queste parole incontrano il progetto: se generano forme oppure se arrivano dopo, a raccontarle.

Peluffo occupa una posizione singolare nell’architettura italiana. Non è un teorico che costruisce prima un sistema per poi verificarlo nelle opere. E non è neppure un architetto-brand. La teoria arriva dopo una lunga esperienza professionale, quasi come la necessità di mettere ordine in un percorso già avviato.

Il percorso è consistente. Con 5+1AA arrivano lo IULM di Milano, la sede dell’Agenzia Spaziale Italiana, i Docks di Marsiglia, la sede BNL-BNP Paribas a Roma, il Palazzo del Cinema di Venezia rimasto sulla carta, la chiesa di Sant’Ignazio da Laconi a Olbia, concorsi e interventi urbani. Con Peluffo & Partners arrivano Monte Galala e la moschea di Sokhna in Egitto, i waterfront di Trapani e Taranto, interventi sul patrimonio archeologico romano, scuole ed edifici pubblici.

È dopo questa esperienza che Peluffo sente il bisogno di dichiarare da dove viene e dove vuole andare. Nel 2021 pubblica Il giuramento di Pan. Per una fratellanza estetico-politica in architettura. Il titolo indica già la direzione: l’architettura non è una pratica neutrale, ma un’attività capace di intervenire nella vita collettiva.

Qualche anno dopo arriva Spazio, Corpi, Figure, con Valerio Paolo Mosco. Qui il pensiero passa attraverso le immagini. I progetti sono accostati a opere dell’arte, dell’architettura e del cinema, per analogie, associazioni e memorie, cioè inseriti dentro una costellazione figurativa.

Il concetto che tiene insieme gli altri è il corpo. Peluffo parla di un’architettura dotata di corpo e anima e insiste sulla necessità di una forma fisicamente presente, capace di produrre figure riconoscibili.

Che cosa sia esattamente questo corpo non è del tutto chiaro. È la scala umana, la materia, il peso, la figura, la presenza fisica dell’edificio contrapposta all’astrazione del diagramma? Probabilmente tutte queste cose insieme. È una forza, ma anche un limite: un concetto che può leggere tutto rischia di spiegare poco.

L’insistenza sul corpo individua però un avversario preciso: quell’architettura contemporanea che ha progressivamente sostituito la forma con il processo cioè con diagrammi, flussi, prestazioni, algoritmi, protocolli ambientali. E il progetto presentato come conseguenza quasi inevitabile dei dati, mentre la forma dovrebbe emergere da sola.

Peluffo non ci crede. A un certo punto qualcuno deve decidere che faccia avrà l’edificio. E la decisione non è scientifica. È culturale.

Da qui la genealogia. Nessun progetto nasce dal nulla. Anche chi proclama l’anno zero possiede antenati, solo che spesso preferisce non dichiararli. Peluffo li dichiara: Persico, Terragni, Libera. Il Salone della Vittoria, la Casa del Fascio, Casa Malaparte.

Sono riferimenti non pacificati, nei quali modernità e arcaicità, astrazione e corpo, individuo e potere entrano in corto circuito. Peluffo non li utilizza da storico. Li prende come materiali disponibili.

Il Giuramento di Pan funziona allora meglio se lo leggiamo non come una teoria generale dell’architettura italiana, ma come una genealogia personale. Peluffo costruisce la propria famiglia scegliendo gli antenati che gli servono. È un’operazione che fanno tutti gli architetti. La differenza è che lui lo dichiara.

Il problema nasce quando la genealogia privata diventa una proposta generale e arriva alla fratellanza estetico-politica. L’idea che l’architettura possa mettere in relazione individuo e collettività è condivisibile. Ma le comunità non sono organismi armoniosi: sono fatte di interessi diversi, conflitti, disuguaglianze ed esclusioni. Se l’architettura vuole essere politica deve fare i conti anche con questo.

Lo stesso vale per la felicità. Peluffo usa una parola quasi proibita nel discorso architettonico contemporaneo, che preferisce parlare di comfort, benessere e sostenibilità. Un edificio può essere efficiente, accessibile e sostenibile e restare mortalmente noioso. La felicità rimette in gioco la dimensione dell’esperienza.

Lo si vede nelle opere di 5+1AA. La sede BNL-BNP Paribas di Roma Tiburtina, completata nel 2016, non cerca di scomparire dentro la propria funzione. Il grande volume e la facciata costruiscono una presenza urbana evidente, in rapporto con la ferrovia e con la velocità del luogo. Anche lo IULM di Milano cerca una dimensione urbana e figurativa.

È questo il filo più resistente che collega il Peluffo di 5+1AA al Peluffo successivo. Cambiano le parole, non cambia la volontà di evitare un’architettura afasica.

Il banco di prova più impegnativo è Monte Galala, sul Mar Rosso egiziano. Non si tratta più di progettare un edificio ma una città di fondazione. Il masterplan interessa circa 2,2 milioni di metri quadrati, con 1,3 milioni di metri quadrati costruiti, residenze, strutture ricettive, servizi e una marina.

La genealogia italiana non basta più. Bisogna confrontarsi con il deserto, il paesaggio, l’Islam, una cultura dell’abitare diversa e una gigantesca macchina immobiliare.

Peluffo parla di creazione del luogo attraverso la lettura della topografia e del paesaggio. Non un linguaggio unico, ma una collezione di linguaggi. È un’idea più che condivisibile: la città storica possiede una complessità prodotta dal tempo; una città costruita rapidamente deve inventare qualcosa che le assomigli.

Ma a Monte Galala il tempo non c’è. Bisogna inventarlo producendo una genealogia istantanea.

Ed è qui che il discorso diventa più difficile. Una città di fondazione di queste dimensioni è un’operazione economica e immobiliare. Che cosa significa allora fratellanza estetico-politica quando l’architetto opera dentro meccanismi di trasformazione territoriale di questa scala? La genealogia è in grado di metterli in discussione oppure fornisce loro una forma culturalmente più sofisticata?

La moschea di Sokhna offre una risposta più convincente. Qui il corpo non è una metafora ma una misura. Il corpo del credente, il tappeto di preghiera, l’orientamento verso la Mecca e la ripetizione del rito costruiscono uno spazio nel quale individuo e comunità si incontrano attraverso gesti precisi. Il corpo diventa dispositivo spaziale.

È forse questa la misura con cui giudicare il lavoro di Peluffo: non chiedersi se la teoria sia condivisibile, ma se sia capace di produrre architetture che senza quella teoria sarebbero diverse.

Il discorso torna a Spazio, Corpi, Figure. La costellazione di immagini proposta con Mosco è un metodo pericoloso ma produttivo. L’analogia può far vedere cose che la classificazione storica non vede; se però viene allentata troppo, permette di dimostrare quasi qualsiasi cosa.

L’architettura non è soltanto ciò che viene costruito. È anche ciò che viene detto su ciò che viene costruito. Il punto è capire se il racconto apre l’opera oppure la chiude.

Peluffo, nei momenti migliori, la apre. Ci costringe a discutere di cose che una cultura architettonica sempre più tecnica tende a rimuovere: perché una forma dovrebbe emozionare? Perché dovremmo riconoscerci in un edificio? Che rapporto esiste tra memoria e invenzione? Perché l’architettura dovrebbe aspirare alla felicità invece di limitarsi a garantire prestazioni?

Non sempre le risposte convincono. Ma le domande rimangono.

Quando parla di felicità, fratellanza o corpo Peluffo prende sul serio le proprie parole. Vuole davvero che l’architettura produca questi effetti. È la sua forza. Ed è anche il suo rischio, perché parole così grandi possono diventare retoriche.

Molta architettura contemporanea ha imparato a non sbagliare: parla di sostenibilità, inclusione, contesto, flessibilità, resilienza. Concetti difficili da contestare, spesso accompagnati da edifici nei quali non accade nulla di particolarmente rischioso.

Peluffo fa il contrario. Si espone. Dice che l’architettura deve produrre felicità, avere un corpo, costruire cittadinanza, dare emozioni.

Sono affermazioni discutibili.

Resta il dubbio che il sistema di parole costruito negli ultimi anni possa diventare una sovrastruttura narrativa: che corpo, genealogia, figura, fratellanza, stupore e felicità arrivino dopo il progetto per attribuirgli un significato.

Ma il dubbio non annulla il lavoro. Permette piuttosto di individuare il punto nel quale il pensiero produce davvero progetto: quando la teoria costringe l’architetto a fare qualcosa che altrimenti non avrebbe fatto.

È qui che Peluffo diventa interessante. Non perché abbia trovato una nuova teoria dell’architettura, ma perché prova a riportare nel progetto una dimensione che molti architetti hanno espulso per paura dell’arbitrio: la responsabilità della forma.

La forma non è innocente. Scegliere una figura significa prendere posizione. Significa decidere quale rapporto stabilire tra edificio e città, memoria e invenzione, individuo e collettività.

Peluffo non risolve queste contraddizioni. Le rende visibili.

L’architettura italiana ha spesso avuto paura dell’errore. Ha preferito il controllo, la correttezza, la soluzione ben motivata. Peluffo introduce invece nel sistema parole e ambizioni che possono essere contestate.

E il rischio, in architettura, non coincide necessariamente con la spettacolarità. Può consistere anche nel dire qualcosa che può essere smentito.

Per questo la domanda conclusiva non è se Peluffo abbia ragione.

È un’altra: quanto cambierebbero le sue architetture se togliessimo le parole con cui le racconta?

In alcuni casi cambierebbero molto. Lì il pensiero produce progetto. In altri cambierebbero poco. E allora le parole servono soprattutto a interpretare l’opera.

Non è necessariamente un difetto. Anche l’interpretazione fa parte della cultura dell’architettura. Il problema nasce soltanto quando il racconto pretende di sostituire l’opera.

Finché questo non accade, anche una teoria imperfetta può essere utile.

Un eretico, del resto, non interessa perché ha ragione.

Interessa perché introduce un errore nel sistema delle certezze.

Argomenti

Argomenti

Accedi