L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 65

Con la sua Città del quarto spazio Maurizio Carta rompe gli spazi angusti dell’urbanistica di oggi e le ridà una visione di futuro

13 Lug 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

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La città del quarto spazio di Maurizio Carta non si limita ad aggiungere un tassello a una disciplina, l’urbanistica, ma vuole cambiarne l’intero assetto. Di conseguenza è discutibile, criticabile, e accusabile di ogni eccesso metodologico. Ma, allo stesso tempo, è difficile negare che abbia l’ambizione ormai rara di proporre una nuova idea di città.

Non è poco, in un momento in cui l’urbanistica sembra aver perso la capacità di produrre grandi visioni. Per molti anni il dibattito si è concentrato su questioni certamente importanti  quali la sostenibilità, la resilienza, le smart city, l’adattamento climatico, la mobilità dolce  ma affrontandole come temi separati. Carta prova, invece, a ricomporre questi frammenti in un’unica teoria.

Il “quarto spazio” non è un luogo della città. È una nuova condizione urbana. Uno spazio ibrido nel quale convivono dimensione fisica e virtuale, natura e artificio, comunità locali e reti globali, produzione materiale ed economia della conoscenza.

La tesi di fondo è semplice quanto radicale. Le categorie con cui abbiamo letto la città del Novecento non bastano più. Continuiamo a progettare utilizzando strumenti costruiti per una società industriale mentre viviamo dentro un sistema diverso, nel quale il digitale modifica i comportamenti, la crisi climatica ridefinisce le priorità, il lavoro cambia natura e gli spazi pubblici assumono funzioni sempre più articolate.

Il libro, invece di limitarsi a descrivere la trasformazione, prova a costruire una teoria capace di orientarla.

Da oltre vent’anni Carta lavora intorno alla stessa domanda: come cambia la città quando cambiano la società, la tecnologia e l’economia?

Prima è arrivata la Creative City, nella quale la cultura diventava motore dello sviluppo urbano. Successivamente la Augmented City, dove il digitale non era più semplice innovazione tecnologica ma occasione per aumentare le capacità della città. Il Quarto Spazio rappresenta il passaggio successivo: non si tratta più di migliorare la città esistente, ma di riconoscere che essa ha già cambiato natura.

Il libro, costruito come un percorso, non procede attraverso definizioni astratte. Accumula esempi, casi di studio, immagini e scenari. Le scuole diventano infrastrutture civiche aperte ai quartieri. I musei non sono soltanto contenitori culturali ma generatori di trasformazioni urbane. Gli spazi residuali possono diventare dispositivi di innovazione sociale. I parchi producono servizi ecosistemici. Le reti digitali modificano la percezione dello spazio pubblico.

Ne emerge una città che funziona meno per compartimenti stagni e molto più per connessioni.

È forse questo l’aspetto più interessante del volume. Carta invita a superare l’idea che l’urbanistica coincida con il controllo delle destinazioni d’uso. Per oltre un secolo la disciplina ha cercato di ordinare la città dividendo funzioni, fissando regole, separando attività. Oggi, sostiene implicitamente il libro, il problema è quasi opposto: costruire relazioni.

E l’urbanista diventa un regista di processi complessi, un costruttore di ecosistemi urbani nei quali ambiente, cultura, economia e tecnologia dialogano.

Da qui un linguaggio nuovo. Nel libro compaiono espressioni come metabolismo urbano, urbanogenesi, ecosistemi rigenerativi, città aumentata, intelligenza collettiva. È un lessico che può talvolta apparire ridondante se non fastidioso, ma risponde all’esigenza di descrivere fenomeni che sfuggono alle categorie tradizionali.

In fondo ogni cambiamento di paradigma produce parole nuove. Accadde con l’urbanistica moderna, con la pianificazione strategica, con la sostenibilità.

La forza del libro sta nell’ambizione sistemica a ricondurre il tutto a un’unica visione. Il verde urbano non è separato dalla cultura. La mobilità non è distinta dalla qualità dello spazio pubblico. L’innovazione digitale non è affrontata come questione tecnologica ma come trasformazione culturale.

È una prospettiva che restituisce all’urbanistica un ruolo che sembrava perduto: quello di disciplina capace di interpretare la società.

Non mancano le zone d’ombra. Leggendo il libro si ha talvolta l’impressione che la trasformazione urbana possa essere guidata soprattutto dalla qualità dei progetti e dalla costruzione di reti collaborative. È una prospettiva convincente fino a un certo punto. Le città sono luoghi di conflitto, di rendita, di disuguaglianza, di rapporti di forza politici. Molte trasformazioni falliscono non perché manchi una buona idea, ma perché esistono interessi che la contrastano.

Il conflitto urbano rimane sullo sfondo.

Così come rimane relativamente poco sviluppato il tema della forma architettonica. Carta guarda soprattutto ai processi. Meno agli edifici. È una scelta coerente con il suo approccio, ma lascia aperta una domanda: come si traduce questa teoria nella costruzione concreta della città?

Il libro non offre una risposta definitiva. Forse perché ritiene che la qualità delle relazioni sia più importante della forma degli oggetti.

È qui che emerge la figura, davvero atipica, di Maurizio Carta. Nel panorama italiano siamo abituati a distinguere nettamente gli urbanisti dagli amministratori, gli accademici dai progettisti. Carta è insieme docente universitario, teorico, autore prolifico di numerosi libri, consulente internazionale e amministratore pubblico. Questa pluralità di ruoli gli permette di verificare continuamente sul campo le ipotesi formulate nella ricerca.

Ma è anche una posizione non priva di rischi, perché la sovrapposizione di ruoli lo porta a mescolare le promesse della politica con la nuda realtà del dato scientifico, le parole roboanti e immaginifiche della teoria con la sciatta realtà della vita quotidiana, la banalità dell’esistenza con la costruzione di aristocratici e a volte velleitari paradigmi scientifici. Ma è anche ciò che rende il suo lavoro particolarmente interessante. Le sue riflessioni si alimentano nel rapporto con le città reali – soprattutto Palermo, una città alla quale Carta attribuisce virtù futuristiche non sempre facilmente individuabili – con le loro contraddizioni, con le difficoltà della governance e con la lentezza delle trasformazioni.

In questo senso Maurizio Carta rappresenta una figura quasi unica nel panorama italiano contemporaneo. Se Bernardo Secchi ha ridefinito il progetto urbano europeo e Stefano Boeri ha costruito un pensiero fortemente intrecciato con la pratica professionale, Carta è probabilmente il principale interprete italiano dell’urbanistica nell’epoca della transizione ecologica e digitale.

Il suo contributo non consiste tanto nell’aver inventato un nuovo modello di città quanto nell’aver costruito un percorso teorico coerente. Da Creative City a Augmented City, fino al Quarto Spazio, ogni libro sviluppa il precedente. Non ci sono rotture improvvise, ma un progressivo ampliamento dello sguardo.

Resta naturalmente da vedere se il Quarto Spazio diventerà davvero una categoria destinata a entrare stabilmente nel lessico dell’urbanistica o se rimarrà una suggestiva costruzione teorica. È una verifica che spetterà ai prossimi anni.

Ma il valore del libro non dipende soltanto dalla fortuna della formula. Dipende dalla capacità di rimettere al centro una domanda che sembrava scomparsa: quale città vogliamo costruire?

È una domanda che richiede inevitabilmente una visione. E le visioni, anche discutibili, sono sempre preferibili all’assenza di idee.

Per questo La città del quarto spazio merita di essere letto. Perché costringe il lettore a mettere in discussione categorie che sembravano consolidate. In un’epoca nella quale molta urbanistica si limita a gestire l’esistente, Maurizio Carta torna a fare ciò che gli urbanisti hanno sempre fatto nei loro momenti migliori: immaginare il futuro.

Maurizio Carta, La città del quarto spazio, Mimesis, 2026

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