L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 69
Il Manifesto di Patrik Schumacher sul Tectonism: l’architettura incorpora algoritmi e robot in contrapposizione all’infantilismo pluralista della ricerca post-modernista
Patrik Schumacher, l’ex socio ed erede dello studio di Zaha Hadid ci riprova. E bisogna riconoscergli almeno una qualità che, nel panorama architettonico contemporaneo, non abbonda: non ha paura di essere politicamente non proprio corretto. Mentre quasi tutti si riempiono la bocca con parole quali sostenibilità, inclusività, resilienza, partecipazione e qualche inevitabile riferimento alla complessità, lui prende carta e penna – metaforicamente, perché naturalmente il suo mondo è parametrico – e proclama quale sarà l’architettura del XXI secolo.
Si chiama Tectonism ed è, secondo Schumacher, «the most advanced architectural style of our time». Non uno degli stili possibili. Non una tendenza interessante. Non un programma di ricerca da mettere alla prova. È, senza mezzi termini, «the rightful hegemonic style for the 21st century».

Luigi Prestinenza Puglisi
Il nuovo manifesto, pubblicato nell’agosto 2026, riprende e radicalizza le tesi che Schumacher sostiene almeno dal 2008, quando proclamò l’avvento del Parametricism. La struttura del ragionamento è sostanzialmente la stessa. Ogni grande epoca storica produce un proprio sistema sociale che a sua volta genera un linguaggio architettonico capace di rappresentarlo e organizzarne spazialmente le esigenze. Il Rinascimento corrisponde al primo capitalismo, il Barocco al mercantilismo e all’assolutismo, lo Storicismo allo Stato nazionale borghese, il Modernismo alla società fordista. Alla nostra società liquida, reticolare, flessibile e informazionale non potrebbe quindi che corrispondere il Parametricismo. E oggi, nella sua fase matura, il Tectonism.
La storia dell’architettura ridotta a quattro o cinque grandi caselle ha naturalmente un fascino irresistibile. Soprattutto per chi la scrive. Il problema è che la storia, quella vera, ha la fastidiosa abitudine di non comportarsi così assennatamente.
Prendiamo il Modernismo. Certamente ha avuto a che fare con la standardizzazione industriale, la produzione di massa e il fordismo. Ma dentro il Modernismo hanno operato Le Corbusier e Mies van per Rohe, Alvar Aalto e Frank Lloyd Wright, Giuseppe Terragni e Hans Scharoun, il brutalismo e l’International Style. Mondi tra loro anche incompatibili che Schumacher, per far funzionare la propria genealogia, è costretto a comprimere dentro un’unica formula. È un po’ come sostenere che tutta la cucina italiana possa essere spiegata attraverso il pomodoro.
Ma il punto interessante del manifesto non è la sua discutibile filosofia della storia. È l’ossessione per l’unità.
Schumacher considera infatti il pluralismo degli ultimi quarant’anni non una condizione strutturale della contemporaneità ma una lunga malattia infantile dell’architettura. Postmodernismo, decostruttivismo, high-tech, minimalismo, revival storicisti sarebbero stati momenti transitori, utili finché occorreva liberarsi del Modernismo. Una specie di gigantesco brainstorming collettivo. Adesso però il brainstorming deve finire. Bisogna decidere. Occorre uno stile egemone.
La dimostrazione assomiglia un po’ a quelle in cui, dopo avere stabilito che l’umanità ha bisogno di una guida, l’autore scopre con una certa soddisfazione di essere già in possesso dell’indirizzo.
Eppure sarebbe sbagliato liquidare Tectonism come l’ennesima trovata teorica dello Schumacher propagandista.
C’è un nucleo interessante e persino convincente.
Tectonism rappresenterebbe il momento nel quale il Parametricismo smette di essere prevalentemente una ricerca morfologica – folds, blobs, swarms – e incorpora le logiche dell’ingegneria, dell’ottimizzazione strutturale, delle prestazioni ambientali, della simulazione digitale e della fabbricazione robotica. La forma non viene più disegnata e successivamente verificata dall’ingegnere. Emerge dall’interazione tra forze, materiali, ambiente, processi costruttivi e intenzioni spaziali.
Da questo punto di vista la genealogia proposta da Schumacher è affascinante. Le volte gotiche, i modelli funicolari di Gaudí, le strutture di Candela e soprattutto gli esperimenti di Frei Otto diventano anticipazioni di un metodo nel quale la forma non è imposta alla materia ma negoziata con essa.
Solo che questa intuizione non appartiene esclusivamente al Tectonism. È ormai patrimonio di una parte consistente della ricerca contemporanea, spesso condotta proprio da progettisti che non sentono alcun bisogno di definirsi parametricisti. Computational design, topology optimization, material computation, digital fabrication, analisi ambientale sono strumenti. Possono produrre architetture diversissime. Schumacher invece tende continuamente a trasformare una potenzialità tecnica in una necessità stilistica.
Ed è qui che il manifesto comincia a mostrare limiti e contraddizioni.
Se infatti la forma deriva realmente dall’ottimizzazione delle prestazioni, perché stabilire preventivamente che non debba utilizzare cubi, sfere, piramidi, ripetizioni semplici? Schumacher lo dice esplicitamente nelle sue «negative heuristics»: niente primitive platoniche, niente ripetizione, niente collage di elementi indipendenti. Parallelamente le positive heuristics prescrivono forme malleabili, gradienti, correlazioni, sistemi interdipendenti.
Ma se proibisco in anticipo il cubo perché lo considero ideologicamente sospetto, non sto più lasciando che la forma emerga dalle condizioni. Sto facendo esattamente ciò che rimprovero agli altri: impongo una preferenza estetica.
Se un algoritmo di ottimizzazione dovesse scoprire che, per un certo problema, la soluzione migliore è una scatola, che facciamo? Gli spieghiamo che non ha letto il manifesto?
La contraddizione diventa ancora più evidente quando Schumacher parla di sostenibilità. L’idea è condivisibile: la sostenibilità non dovrebbe consistere nell’applicare macchine intelligenti a «dumb boxes», ma diventare principio generativo della forma. Sole, vento, pioggia, ventilazione, illuminazione naturale, minimizzazione della materia devono diventare visibili nell’architettura.
Benissimo.
Ma non è affatto detto che questa visibilità debba necessariamente produrre «force flows, gradients, fibrous fields, intricate branching structures, reticulated shells, porous variegated skins». Qui la prestazione ambientale sembra avere la curiosa tendenza a generare esattamente l’estetica che Schumacher preferiva già prima di interrogarla.
La natura, convocata più volte come testimone a favore, avrebbe probabilmente qualcosa da obiettare. Produce ragnatele e conchiglie, ramificazioni e membrane, ma anche cristalli, superfici quasi perfettamente piane, simmetrie e ripetizioni. È molto meno parametricista di quanto Schumacher vorrebbe.
Ancora più ambiziosa è la seconda parte della teoria: l’architettura come sistema di comunicazione.
Per Schumacher l’ingegnere garantisce la performance fisica mentre l’architetto deve garantire quella sociale. La forma deve orientare, distinguere, suggerire comportamenti, rendere leggibili programmi e situazioni. Strutture, nervature, esoscheletri, aperture, giunti, sistemi di ombreggiamento conducono così una «double life»: funzionano tecnicamente e contemporaneamente comunicano.
È forse la parte più fertile del manifesto. Anche perché recupera una questione che molta architettura contemporanea ha colpevolmente abbandonato: la capacità della forma di significare.
Schumacher arriva a recuperare il concetto settecentesco di caractère elaborato da Germain Boffrand. E sostiene, contro il moralismo modernista, che l’ornamento può essere considerato una prestazione: «communicative performance». L’intuizione è buona. Da tempo abbiamo capito che l’architettura dovrebbe non solo essere ma anche parlare.
Il problema nasce quando Schumacher pretende che questo linguaggio possa diventare universalmente leggibile.
Una società complessa non funziona come un aeroporto nel quale basta differenziare gate, percorsi e funzioni attraverso un sistema coerente di segnali. Le persone attribuiscono significati agli spazi sulla base di culture, memorie, abitudini, conflitti e appropriazioni imprevedibili. L’architettura comunica, certamente. Ma comunica anche cose che il progettista non aveva previsto. E talvolta proprio quelle sono le più interessanti.
L’idea che una morfologia sufficientemente sofisticata possa «configurare» gli individui nei ruoli sociali appropriati rivela invece un sottofondo funzionalista sorprendentemente tradizionale. Il Parametricismo, nato per liberarci dalla rigidità modernista, rischia così di riproporne il sogno più ingenuo: che la società possa essere ordinata attraverso la forma.
Cambiano le geometrie. Rimane l’ingegnere sociale. E qui emerge il limite del manifesto.
Schumacher pensa la complessità meccanicamente. Alla società reticolare deve corrispondere l’edificio reticolare; alla differenziazione sociale la differenziazione morfologica; ai flussi informativi i gradienti spaziali. È un rapporto quasi mimetico tra società e architettura.
Ma potrebbe essere vero anche il contrario.
In una società sovraccarica di informazione potremmo avere bisogno di spazi silenziosi. A una realtà continuamente differenziata potremmo opporre luoghi elementari. Alla fluidità permanente potremmo rispondere con forme stabili. Il progetto per essere contemporaneo non deve necessariamente assomigliare al mondo. Può anche contraddirlo.
Mies van per Rohe non era interessante perché i suoi edifici riproducevano il capitalismo industriale. Lo era perché riuscivano a costruire, dentro quel capitalismo, un’idea quasi metafisica di ordine.
C’è infine la questione dell’egemonia.
Schumacher dichiara apertamente che Tectonism deve diventare lo stile egemone del XXI secolo. La parola è forte e lui la utilizza proprio perché è forte. Vuole riabilitare l’idea di avanguardia, di progresso cumulativo, persino di dogma e tabù. In un’epoca in cui gli architetti sembrano chiedere scusa prima ancora di formulare una tesi, questa arroganza ha qualcosa di salutare.
Preferisco cento volte un manifesto che sostiene qualcosa di discutibile a un documento programmatico che promette contemporaneamente sostenibilità, partecipazione, inclusione, resilienza, identità locale e felicità degli utenti.
Almeno Schumacher offre un bersaglio.
E tuttavia i manifesti delle avanguardie storiche proclamavano un mondo che ancora non esisteva. Quello di Schumacher presenta una situazione diversa: dichiara egemone un’architettura che esiste da tempo e che lui stesso ammette avere ancora «relatively few and relatively modest» realizzazioni pienamente soddisfacenti. Dopo quasi un quarto di secolo di Parametricismo, la rivoluzione continua quindi a essere imminente.
Forse il problema non sono soltanto la crisi del 2008, le normative urbanistiche, la «over-politicisation» o lo «statist overreach» che Schumacher individua come responsabili del rallentamento. Forse il mercato, gli utenti, le città e persino molti architetti non hanno ancora percepito l’irresistibile necessità storica del nuovo paradigma.
È una possibilità che il manifesto curiosamente non contempla.
Tectonism rimane comunque un testo importante proprio perché mette sul tavolo domande che l’architettura preferisce evitare. Possiamo ancora parlare di stile? Esiste un rapporto tra trasformazione tecnologica e forma architettonica? La rivoluzione computazionale deve limitarsi a ottimizzare ciò che già facciamo oppure deve produrre un nuovo linguaggio? E soprattutto: è possibile costruire una cultura architettonica condivisa senza ricadere nell’uniformità?
Sono domande serie. Le risposte di Schumacher lo sono un po’ meno quando pretendono di essere definitive.
Il paradosso è che il manifesto nato per celebrare sistemi aperti, adattivi, differenziati e complessi finisce per proporre una visione della storia sorprendentemente lineare: un’epoca, una società, un paradigma, uno stile. Tutto deve essere fluido tranne la teoria che spiega la fluidità.
Ed è forse questa la maggiore ironia del Tectonism.
Schumacher vuole liberarci dalla scatola modernista. Per farlo ha costruito una scatola teorica molto più grande, sofisticatissima, parametrica, piena di gradienti e reticoli. Ma sempre una scatola rimane.
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