L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 67
Piazza dei Cinquecento e i cipressi di Via Salaria: smettiamola di pensare che gli alberi siano un arredo urbano, le soluzioni devono essere individuate progettualmente, quartiere per quartiere, via per via

Piazza dei Cinquecento
Se dovessimo individuare il tema che più di ogni altro ha caratterizzato l’architettura italiana del nuovo millennio, probabilmente non dovremmo guardare alla forma degli edifici ma al loro rapporto con il verde. Le due opere italiane più influenti degli ultimi vent’anni hanno infatti un elemento in comune: gli alberi. Il Bosco Verticale di Stefano Boeri porta la vegetazione in facciata fino a trasformarla in materiale di progetto. La Cantina Antinori di Archea Associati, guidato da Marco Casamonti, compie il percorso inverso: l’edificio scompare nel paesaggio e il vigneto ne diventa il tetto. Due idee opposte che hanno contribuito a ridefinire il modo di pensare il rapporto tra architettura e natura.
Il verde è diventato quasi un obbligo progettuale. È difficile trovare un edificio contemporaneo di qualche ambizione che non esibisca almeno un tetto verde, un giardino pensile, una parete vegetale o un sistema di mitigazione climatica affidato alle piante. Talvolta è un’operazione sincera, talvolta un espediente comunicativo. In ogni caso il messaggio è chiaro: non si può più progettare ignorando il cambiamento climatico.
Le città stanno diventando sempre più calde. L’asfalto accumula calore, il cemento lo restituisce durante la notte, le superfici impermeabili impediscono all’acqua di infiltrarsi nel terreno. Le cosiddette isole di calore non sono più una teoria degli urbanisti ma un’esperienza quotidiana di milioni di persone. Da qui la fortuna di parole che fino a pochi anni fa erano patrimonio di pochi specialisti: riforestazione urbana, depaving, rinaturalizzazione, desigillazione dei suoli. Restituire terreno agli alberi significa abbassare la temperatura, migliorare la qualità dell’aria, trattenere l’acqua piovana, aumentare la biodiversità e rendere gli spazi pubblici più vivibili.
Non è una scoperta recente. Lo avevano capito secoli fa gli arabi. Chi visita Granada o Siviglia resta colpito dalla frescura dei patios, dei giardini dell’Alhambra, del Generalife. L’acqua e gli alberi non erano soltanto elementi decorativi ma dispositivi climatici. Creavano ombra, favorivano l’evaporazione, mitigavano il caldo. Oggi la fisica dell’ambiente conferma scientificamente ciò che allora era frutto di esperienza.
Eppure proprio nel momento in cui il valore degli alberi sembra essere universalmente riconosciuto, le città italiane vivono una contraddizione difficile da spiegare.
La prima riguarda i nuovi progetti urbani. Sempre più spesso si inaugurano piazze splendide nelle fotografie ma difficili da vivere in estate. Piazza dei Cinquecento, davanti alla stazione Termini, senza essere neanche bella, è diventata il simbolo di questa contraddizione. Una grande distesa minerale, elegante nella composizione, ma povera di ombra. La giustificazione è nota: il sottosuolo romano è un mosaico di reperti archeologici, infrastrutture, sottoservizi, gallerie. Piantare alberi significherebbe compromettere questo patrimonio. Argomento analogo è stato utilizzato anche per Piazza Augusto Imperatore, dove il numero delle nuove alberature appare modesto rispetto all’estensione della piazza.
Naturalmente il problema esiste. Sarebbe sciocco negarlo. Le radici possono interferire con reperti, condotte, parcheggi, linee metropolitane. Ma proprio perché il problema è reale, dovrebbe essere affrontato progettualmente e non trasformato in un alibi. Esistono specie con apparati radicali differenti, sistemi di contenimento delle radici, vasche strutturali, terreni tecnici e soluzioni sperimentate in molte città europee. Se la tutela archeologica impedisce ogni piantumazione, allora bisogna spiegare perché. Se invece esistono margini di intervento, è dovere del progetto esplorarli.
Il caso di Piazza dei Cinquecento è esemplare anche per un’altra ragione. Per compensare l’assenza degli alberi era stata proposta all’ultimo momento quasi in zona Cesarini una grande struttura tecnologica capace di migliorare il microclima. Un’infrastruttura ecologica che avrebbe prodotto ombra e raffrescamento. L’idea, però, appariva come un corpo estraneo: un oggetto più vicino all’ingegneria spettacolare che all’architettura della piazza. I cittadini l’hanno percepita come un surrogato. La protesta è cresciuta e il progetto, che oltretutto a quanto riportato dalla stampa sarebbe costato circa 500.000 euro, è stato accantonato. Giustamente. Il verde non può essere sostituito da un marchingegno, per quanto sofisticato. Né può essere aggiunto come una scenografia. Deve nascere insieme all’architettura.
La seconda contraddizione riguarda il patrimonio esistente. In tutta Italia assistiamo a un’impressionante sequenza di abbattimenti. Migliaia di alberi vengono dichiarati pericolosi e rimossi. Interi viali cambiano volto. Altri vengono sottoposti a capitozzature così violente da comprometterne la salute e la forma. Le motoseghe sembrano lavorare senza sosta.
Anche in questo caso esiste una motivazione seria. Gli alberi possono ammalarsi, diventare instabili, rappresentare un rischio. Nessuno vorrebbe che un esemplare realmente pericoloso restasse in piedi. Ma ciò che lascia perplessi è la frequenza con cui la soluzione coincide quasi sempre con l’abbattimento. Raramente si parla di cure, consolidamenti, monitoraggi continui, sostituzioni graduali.
Da questa sensazione nasce il proliferare dei comitati cittadini. Ovunque si raccolgono firme, si organizzano manifestazioni, si chiedono perizie indipendenti. E si diffonde anche un sospetto: che dietro questa continua sostituzione degli alberi esista un’economia poco trasparente fatta di appalti, abbattimenti, ripiantumazioni e manutenzioni. Sarebbe irresponsabile trasformare il sospetto in certezza. Ma sarebbe altrettanto irresponsabile liquidarlo come semplice complottismo. L’unico antidoto è la trasparenza: perizie accessibili, criteri pubblici, monitoraggi verificabili.
Il punto è che un albero non è un arredo urbano sostituibile a piacere. Quando si abbatte un esemplare adulto si perde un patrimonio costruito in decenni. Anche se lo si sostituisce immediatamente con una nuova pianta, occorreranno trenta o quarant’anni prima che questa produca la stessa ombra, assorba la stessa quantità di anidride carbonica, offra lo stesso contributo ecologico. Gli alberi hanno un tempo biologico che non coincide con quello delle amministrazioni.
Per questo motivo la gestione del verde non può essere affrontata con la logica dell’emergenza. Serve un piano. Un vero piano del verde, costruito strada per strada, quartiere per quartiere. Un documento che affronti insieme tempi, costi, specie, manutenzione, sostituzioni, rapporto con le infrastrutture e con il patrimonio storico. Un piano capace di programmare i ricambi prima che diventino inevitabili e di evitare gli abbattimenti di massa.
Roma offre un esempio significativo. In alcuni tratti di via Salaria, all’altezza di viale Regina Margherita, i pini sono stati sostituiti con cipressi. Forse esistono ragioni tecniche che giustificano questa scelta. Ma gli alberi non sono soltanto essenze botaniche. Sono elementi dell’identità urbana. Un filare di pini costruisce un paesaggio diverso da un filare di cipressi. Cambiare specie significa modificare il carattere di una strada. È una scelta architettonica e paesaggistica, non soltanto agronomica.
Il dibattito sul verde soffre inoltre di un eccesso di retorica. Basta aggiungere qualche aiuola o una facciata vegetale perché un progetto venga definito sostenibile. Ma il verde non è un maquillage ecologico. Un tetto verde mal progettato può trasformarsi in un problema di manutenzione. Una parete vegetale può diventare un costoso apparato scenografico. Un filare di alberi scelti senza considerare il clima, il suolo e la disponibilità idrica rischia di morire nel giro di pochi anni.
Occorre studiare molto di più il rapporto tra architettura, botanica, ecologia e paesaggio. L’albero è un organismo vivente che cresce, cambia forma, invecchia, modifica lo spazio. Non è un complemento d’arredo da collocare a fine progetto. È materia dell’architettura tanto quanto il cemento, l’acciaio o il mattone.
Infine c’è una questione culturale. Il verde è diventato terreno di scontro politico. Ogni abbattimento viene usato dall’opposizione contro la maggioranza. Ogni nuova piantumazione viene rivendicata come una conquista ideologica. È una deriva sterile. Difendere gli alberi non è né di destra né di sinistra. È una responsabilità collettiva.
La vera sfida non consiste nel piantare milioni di alberi durante una conferenza stampa. Consiste nel garantire che siano ancora vivi fra cinquant’anni. È una differenza enorme. Piantare è relativamente facile; far crescere richiede conoscenza, manutenzione, continuità amministrativa e capacità di programmare oltre la durata di un mandato elettorale.
Forse è proprio questo il punto sul quale l’architettura dovrebbe tornare a riflettere. Negli ultimi anni ha imparato a rappresentare molto bene il verde. Deve ora imparare a progettarlo. E soprattutto a convivere con il suo tempo lento. Perché un edificio può essere completato in tre anni. Un grande albero, invece, ha bisogno di una generazione. Se perdiamo questa consapevolezza continueremo ad alternare inaugurazioni di facciate verdi e abbattimenti di alberi maturi, celebrando la sostenibilità mentre impoveriamo il paesaggio urbano. E sarà difficile convincere i cittadini che dietro il continuo rumore delle motoseghe ci sia davvero una strategia e non soltanto l’ennesima improvvisazione, o peggio, speculazione.
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