L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 70
Capozzi cerca un centro stabile dell’architettura nell’origine, nell’archè, nel fondamento. Sullo sfondo il vizio dell’Accademia di identificare instabilità e dissoluzione della disciplina
Prima ancora che un libro, Sull’Origine. Architettura come archè di Renato Capozzi è una dichiarazione di fede. Ambisce a rifondare una visione teorica dell’architettura, riportandola a ciò che considera il suo nucleo permanente: l’origine. È un progetto intellettuale raro nel panorama italiano contemporaneo, dove gli architetti scrivono sempre meno testi teorici e, quando lo fanno, preferiscono il manifesto occasionale alla riflessione o la raccolta di conferenze alla costruzione di un sistema di pensiero.
Capozzi appartiene a una tradizione diversa. Da L’idea di riparo a L’architettura dell’ipostilo, da Sull’ordine. Architettura come Cosmogonia fino a questo nuovo volume, il percorso appare coerente e ostinato. Si può dissentire dalle conclusioni, ma difficilmente gli si può rimproverare di inseguire le mode del momento o di adeguarsi alle richieste del mercato culturale contemporaneo, sempre più orientato verso la comunicazione rapida e la produzione di immagini. Il suo è, al contrario, un tentativo di ricostruire una visione del progetto e, insieme, una genealogia della disciplina.
Il libro apre con una dichiarazione programmatica. L’origine non deve essere intesa come nostalgia del passato, né come un rifugio conservatore, ma come un principio continuamente operante nel presente. Non un ritorno all’archè, bensì un movimento verso di essa. Da questa premessa prende forma una costruzione concettuale nella quale archè, archetipo, tipo ed ectipo costituiscono le tappe attraverso cui l’architettura ritrova il proprio senso.
Gli archetipi fondamentali sono il recinto e il riparo: figure elementari che condensano i bisogni originari dell’abitare umano. Da essi derivano i tipi e, infine, le opere costruite. L’impressione è quella di trovarsi davanti al tentativo di progettare un edificio teorico. Ogni concetto occupa una posizione precisa. Ogni definizione richiama quella precedente. Ogni citazione consolida il ragionamento.
Ed è proprio qui che nasce il primo dubbio.
La teoria dell’architettura deve davvero funzionare come un edificio perfettamente ordinato?
Leggendo le 175 pagine del libro, si ha la sensazione che Capozzi non proceda per scoperte, ma per conferme. Gli autori convocati – da Aristotele ad Agostino, da Jung ad Agamben, da Severino a Purini – sono decisamente troppi e non sembrano dialogare nella loro irriducibile diversità. Sembrano piuttosto costretti a concorrere alla costruzione di un’unica argomentazione. La cultura, vastissima, non produce attrito. Produce consenso.
Naturalmente, la citazione può essere usata in due modi. Può servire a complicare un problema oppure a consolidare una tesi. Capozzi sceglie consapevolmente la seconda strada. È una scelta legittima, persino ammirevole per ampiezza di riferimenti, ma rivela anche il carattere profondamente accademico del libro. Non nel senso deteriore del termine – nessuno potrà negare la serietà dello studio –, bensì nel significato più classico: la teoria come costruzione sistematica, nella quale ogni elemento contribuisce alla stabilità dell’insieme.
L’accademia, del resto, ha sempre coltivato un rapporto privilegiato con i fondamenti. È comprensibile. Le università e le scuole di architettura non si limitano a produrre conoscenza: devono organizzarla e renderla trasmissibile. Per poter insegnare, tuttavia, occorre selezionare, distinguere l’essenziale dall’accessorio, costruire gerarchie. Ogni scuola, in fondo, aspira a individuare un principio ordinatore capace di conferire unità alla molteplicità delle esperienze.
Da questo punto di vista, il libro di Capozzi appare perfettamente interno a una lunga tradizione accademica italiana che, da Gustavo Giovannoni fino a Saverio Muratori, da Aldo Rossi fino alla scuola compositiva napoletana e romana, ha cercato nell’idea di tipo, di permanenza e di struttura profonda gli strumenti per garantire all’architettura una continuità storica e disciplinare.
Dietro questa ricerca si nasconde una questione cruciale: la paura della dissoluzione della disciplina. Negli ultimi decenni l’architettura è stata investita da trasformazioni radicali. La rivoluzione digitale, le logiche del mercato globale, le contaminazioni con il design, l’arte, la sociologia, l’ecologia e oggi persino l’intelligenza artificiale hanno reso sempre più difficile individuare un centro stabile. In tale scenario, il richiamo all’origine assume inevitabilmente il valore di una risposta culturale: se tutto cambia, occorre trovare ciò che permane.
E così la ricerca del fondamento si trasforma nella ricerca di un criterio di legittimazione.
Ogni accademia, infatti, non si limita a descrivere ciò che esiste: tende anche a stabilire ciò che merita di esistere. La costruzione teorica non rimane neutrale. Finisce per produrre una gerarchia implicita tra opere riuscite e opere marginali, tra ciò che appartiene pienamente alla disciplina e ciò che ne rappresenta una deviazione.
È qui che il libro pone interrogativi che vanno ben oltre le intenzioni dell’autore.
Perché proprio oggi ritorna così potentemente la questione dell’origine? È solo una reazione all’intelligenza artificiale e alla crisi del progetto oppure segnala una più generale crisi di fiducia nella capacità dell’architettura di produrre futuro?
È difficile non vedere, dietro la centralità assegnata all’archè, una certa diffidenza verso le esperienze più ibride, sperimentali e instabili della contemporaneità. Come se l’innovazione tecnologica, la frammentazione linguistica e la contaminazione disciplinare fossero fenomeni da ricondurre a un ordine superiore, anziché occasioni per ridefinire continuamente il campo dell’architettura.
Il sospetto è che il libro finisca per descrivere meno l’architettura contemporanea che una precisa idea della disciplina. Un’idea nobile, colta, profondamente radicata nella tradizione della composizione architettonica italiana, dove il progetto nasce dalla ricerca dell’ordine, della permanenza e della forma essenziale.Ma ogni tradizione, quando diventa egemone, corre il rischio di trasformare le proprie categorie interpretative in categorie normative.
Quando ciò accade, il tipo non serve più soltanto a leggere la realtà; comincia, implicitamente, a prescriverla. La teoria smette di essere uno strumento di conoscenza e diventa un dispositivo di esclusione. Non afferma soltanto cosa sia l’architettura, ma anche cosa non lo sia abbastanza.
Ed è forse questo il punto più problematico del libro. Perché la storia dell’architettura moderna e contemporanea suggerisce esattamente il contrario.
Le opere più significative del Novecento sono nate quasi sempre da una messa in discussione dei fondamenti consolidati. Mies van der Rohe non deriva semplicemente dall’ordine classico: nasce dall’incontro tra Schinkel, l’industria, la tecnica e le avanguardie artistiche. Le Corbusier è impensabile senza il purismo, la macchina, il viaggio e la pittura. Cedric Price, Archigram e Rem Koolhaas hanno costruito la loro forza teorica proprio rifiutando l’idea di una disciplina autosufficiente.
Persino Aldo Rossi, spesso evocato come campione della tipologia, sfugge a qualsiasi riduzione dogmatica. Nei suoi disegni e nei suoi scritti convivono memoria e ossessione personale, autobiografia e metafisica, razionalità e sogno. Il tipo, in Rossi, non è mai una regola immutabile; è piuttosto una macchina poetica capace di produrre deviazioni impreviste.
L’impressione è che l’architettura più interessante emerga proprio nei momenti in cui i sistemi teorici entrano in crisi. Non quando l’ordine si consolida, ma quando vacilla. Non quando la disciplina si chiude su sé stessa, ma quando si lascia contaminare.
Capozzi, invece, sembra diffidare di questa instabilità. Cerca un terreno saldo. È una reazione comprensibile in un’epoca dominata dalla velocità delle immagini, dalla volatilità delle piattaforme digitali e dalla trasformazione dell’architetto in produttore di contenuti. Il suo tentativo di restituire profondità storica e densità teorica alla disciplina possiede qualcosa di controcorrente e, proprio per questo, di prezioso.
Eppure resta una domanda: siamo davvero sicuri che oggi il compito della teoria sia di ricostruire un fondamento?
L’impressione è che una parte consistente dell’accademia italiana continui a inseguire questa ambizione. Non soltanto nel lavoro di Capozzi, ma in molte ricerche contemporanee. Di fronte alla dispersione dei linguaggi, si risponde con il ritorno ai principi; di fronte all’incertezza, con la sistemazione concettuale; di fronte alla complessità del presente, con l’identificazione di strutture profonde.
È una strategia comprensibile, ma anche sintomatica. Rivela la difficoltà dell’istituzione universitaria ad accettare che l’architettura possa non possedere un unico centro teorico. Rivela il bisogno di difendere la disciplina attraverso una nuova dogmatica.
Il paradosso è che questa dogmatica rischia di diventare involontariamente retrospettiva. Nel tentativo di salvare l’autonomia dell’architettura, finisce talvolta per privilegiare ciò che conferma il sistema e per guardare con sospetto ciò che lo mette in discussione. La buona architettura non coincide più con quella capace di aprire strade impreviste, ma con quella che dimostra la correttezza di un impianto teorico preesistente.
È un rischio che attraversa molta cultura architettonica contemporanea: sostituire la critica con l’ortodossia, la ricerca con la legittimazione disciplinare.
Il pregio maggiore di Sull’Origine.Architettura come archè è dunque ricordarci che l’architettura non può vivere soltanto di immagini, slogan o narrazioni curatoriali. Ha bisogno di pensiero, di categorie, di strumenti teorici. In un’epoca dominata dalla comunicazione istantanea, il libro rappresenta una difesa appassionata della lentezza del ragionamento.
È per questo che il saggio di Renato Capozzi va letto. Perché costituisce una delle ultime, autorevoli difese di un modo di intendere la teoria che ha segnato profondamente la cultura progettuale italiana. Una difesa colta, rigorosa, appassionata. Ma forse anche il segno che quella stagione, più che inaugurare un nuovo inizio, stia cercando di preservare la propria legittimità in un mondo che ha ormai imparato a pensare l’architettura in modo molto più aperto, instabile e plurale.
Renato Capozzi, Sull’Origine. Architettura come archè. Mimesis Edizioni, Milano 2026
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