L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 57

La potenza narrativa di Rem Koolhaas vince “A vision for Rome” con IT’S: ultimo tentativo di far uscire Roma dalla sua inerzia con un processo continuo (non episodico) di ricalibrazione

21 Mag 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

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Roma soffre di un paradosso. È la città italiana con il maggiore potenziale simbolico, storico e paesaggistico e, nello stesso tempo, una delle più incapaci di trasformare tanta ricchezza in un progetto urbano contemporaneo. Se dovessimo usare una battuta, diremmo che vive di rendita e sopravvive per inerzia. E che, evitando di affrontare il problema del proprio futuro, procede per frammenti, deroghe, emergenze, opere isolate, senza mai riuscire a costruire una visione complessiva. In questo contesto il concorso internazionale “A Vision for Rome”, promosso dalla Fondazione Roma REgeneration insieme a Regione Lazio e Roma Capitale ha voluto segnare una inversione di tendenza. L’ennesimo tentativo di smuoverla per farla ragionare in grande.

Coinvolgendo gli operatori che sono stati in grado di far decollare altre realtà urbane non meno statiche di quella romana: società di gestione del risparmio, fondi, società di sviluppo, grandi operatori urbani, ai quali si sono poi aggiunti FS Sistemi Urbani, Acea, Fondazione Roma, gruppi immobiliari internazionali e altri soggetti economici.  

Se il soggetto pubblico da solo non riesce più a produrre visione strategica sarà il settore privato a costruire un’agenda alternativa. Anche a costo di sollevare questioni molto delicate. Infatti quando la rigenerazione urbana è guidata da grandi interessi economici il rischio di una città pensata più come piattaforma di valorizzazione immobiliare che come spazio politico e sociale è sempre dietro l’angolo.

Tuttavia sarebbe ingiusto liquidare l’operazione come semplice marketing urbano. La Call for Ideas aveva un’ambizione reale: produrre una visione sistemica della Roma del prossimo quarto di secolo. E non a caso il bando insisteva su sostenibilità, inclusività, mobilità, innovazione, qualità ambientale e attrattività internazionale.  

Anche la struttura del concorso è stata significativa. Alla prima fase hanno partecipato circa mille professionisti organizzati in trentacinque gruppi multidisciplinari. Non solo architetti e urbanisti ma sociologi, economisti, paesaggisti, università, esperti di mobilità, artisti, centri di ricerca.  

È interessante osservare i sei team finalisti, perché raccontano abbastanza bene gli orientamenti oggi dominanti nel dibattito urbanistico internazionale.

Da una parte il gruppo guidato da FROM e Fosbury Architecture, molto attento ai temi dell’innovazione sociale e delle pratiche collaborative. Poi Hassell, grande macchina globale dell’urbanistica contemporanea, accompagnata da ingegneri, specialisti della mobilità e studiosi dei processi ambientali. C’era Labics con una proposta più interna alla tradizione romana del progetto urbano. C’era il gruppo di l’AUC, sofisticato laboratorio francese che lavora spesso su scenari metropolitani fluidi e post-funzionalisti. E infine il team guidato da Paola Viganò, figura centrale della cultura urbanistica europea, da anni impegnata sui temi della città orizzontale, ecologica e policentrica.  

In questo panorama il gruppo vincitore – IT’S insieme a OMA, OKRA, NET Engineering e altri partner – appare forse come il più equilibrato. Da un lato possiede la forza narrativa e internazionale di OMA. Dall’altro mantiene un forte radicamento romano attraverso IT’S, studio che negli ultimi anni ha lavorato su interventi urbani molto delicati come Piazza dei Cinquecento o Piazza Risorgimento.

Il primo dato interessante di questo progetto dal nome emblematico, Roma Continua, è che evita accuratamente la tentazione più ovvia: quella di immaginare Roma attraverso una nuova monumentalità, un edificio-feticcio, oppure uno skyline da cartolina contemporanea. È quasi sorprendente che un gruppo guidato da OMA scelga una strategia così poco spettacolare. Ma in fondo è coerente con l’evoluzione recente dello studio fondato da Rem Koolhaas, sempre meno interessato alla provocazione formale e sempre più attratto da sistemi territoriali, infrastrutture e processi di adattamento.

David Gianotten, responsabile per OMA del progetto, pone infatti una domanda cruciale: cosa significa crescere oggi per una città come Roma? Domanda meno banale di quanto sembri. Perché Roma ha costruito gran parte della propria espansione recente attraverso addizioni casuali, periferie slabbrate, infrastrutture incomplete e centralità mai davvero diventate tali.

Roma Continua prova allora a sostituire l’idea di espansione con quella di ricalibrazione. Non più consumare nuovo territorio ma riconnettere ciò che esiste già. Il progetto considera Roma come un ecosistema vivente, un palinsesto in continua trasformazione. Formula forse un po’ prevedibile – oggi tutti parlano di palinsesti – ma nel caso romano abbastanza pertinente.

Il cuore dell’operazione è il paesaggio. Cinque corridoi verdi organizzati attorno al Tevere e ai suoi affluenti diventano infrastrutture ecologiche e sociali capaci di ridefinire mobilità, servizi e nuove polarità urbane.  

Qui il progetto mostra la sua intuizione migliore. Considerare il sistema naturale romano non come sfondo pittoresco ma come struttura ordinatrice. Roma, del resto, è una città profondamente geografica. Fatta di vuoti, campagne penetrate nel tessuto urbano, margini incompiuti, frammenti archeologici e discontinuità.

Naturalmente il rischio dell’estetica eco-borghese elegante ma prevedibile è evidente. Oggi esiste un urbanismo internazionale fatto di resilienza climatica, mobilità dolce, biodiversità e città policentriche che tende spesso a produrre immagini molto simili da una metropoli all’altra. Il problema è che Roma non è una città facilmente normalizzabile. È disordinata, conflittuale, lenta, stratificata sino all’eccesso.

Tuttavia Roma Continua evita almeno in parte questa trappola grazie all’idea dei “forum dell’innovazione”: hub multimodali dove convivono trasporto pubblico, residenza, servizi, cultura, ricerca e ospitalità. È una posizione interessante perché supera implicitamente il vecchio funzionalismo urbanistico. Non più quartieri monouso ma condensatori urbani ibridi che, speriamo, non siano solo una etichetta per sdoganare la confusione e l’ovvio.

Importante anche il tentativo di redistribuire il turismo oltre il centro storico attraverso nuove connessioni ferroviarie verso Ostia, Tivoli, Frascati, Veio. Idea sensata. Roma possiede infatti una quantità enorme di territori invisibili o marginalizzati che potrebbero entrare in una nuova geografia urbana.

Va detto però che proprio qui emergono alcune ambiguità. Perché ogni processo di rigenerazione contemporanea porta inevitabilmente con sé valorizzazione immobiliare, aumento dei costi e selezione sociale. E il progetto, pur parlando di housing e riuso adattivo, sembra affrontare solo lateralmente il nodo della disuguaglianza urbana.

Forse il merito principale di Roma Continua sta allora nel rifiuto dell’illusione salvifica. Non promette la rifondazione totale della capitale. Lavora piuttosto per connessioni, riattivazioni, trasformazioni progressive.

Non è poco. Soprattutto in una città che da decenni oscilla tra monumentalismo nostalgico e paralisi amministrativa. Roma Continua prova almeno a costruire un’immagine coerente della capitale senza cadere troppo nella retorica della smart city o della città creativa.

Resta naturalmente una domanda decisiva: Roma vuole davvero trasformarsi? Oppure preferisce continuare a vivere della propria eterna eccezionalità irrisolta, lanciando proposte che poi mai nessuno realizzerà? Perché il problema della capitale non è mai stata la mancanza di idee. Semmai l’incapacità cronica di trasformarle in processi continui. Ed è forse per questo che il titolo scelto dal team vincitore, alla fine, è la parte più convincente del progetto: Roma Continua. Non una Roma nuova. Ma una Roma che continua, lentamente e contraddittoriamente, a riscrivere se stessa.

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