L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 59

Il progetto vincitore al Louvre orienta il visitatore, non lo stupisce con effetti speciali: è il definitivo declino dello Star System

01 Giu 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

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Credo che ricorderemo il concorso per la sistemazione del Louvre, recentemente conclusosi con la vittoria di architetti non particolarmente conosciuti dal grande pubblico, come l’episodio che segna l’inizio del definitivo declino di un certo Star System. Il concorso ha infatti spostato la discussione dall’edificio icona, garantita da un nome roboante, al problema dell’uso, gestito da progettisti attenti alle questioni tecniche e pratiche. Si è reputato, insomma, che il museo più visitato del mondo non aveva bisogno di rilanciare se stesso sul piano dell’immagine, come sino a poco tempo fa sarebbe avvenuto, ma di essere semplicemente riorganizzato.

In sintesi: la novità non deve essere ricercata nella forma eclatante, quanto in un nuovo atteggiamento di attenzione. E difatti i vincitori, Selldorf Architecture, STUDIOS Architecture Paris, BASE Paysagiste e gli altri non arrivano dal circuito dei protagonisti mediatici, ma da una cultura del progetto che preferisce lavorare per riduzione, efficienza, misura. Sceglierli è stato un segnale politico oltre che disciplinare: dichiarare che non serve e forse non servirà più un gesto spettacolare per governare un’istituzione complessa, ma attivare un dispositivo che funzioni.

Per far funzionare il Louvre, che come molti musei é ucciso dal suo stesso successo, occorre la riorganizzazione del settore orientale, attorno alla Grande Colonnade, e la revisione di accessi, percorsi e spazi di visita.

Il riferimento a una rinascita del Louvre non è retorico solo in apparenza. Il complesso era già stato trasformato in profondità negli anni Ottanta, ma il tempo ha introdotto nuove pressioni: numeri di pubblico, sicurezza, comfort, sostenibilità, qualità dell’esperienza. Non si trattava di correggere un errore, il progetto di Pei degli anni Ottanta era sotto molti punti di vista eccellente, ma di aggiornare una macchina in esercizio continuo e costantemente sotto stress.

L’aspetto più interessante del progetto vincitore è la rinuncia agli effetti speciali. Le nuove rampe nei fossati, i due accessi simmetrici, la riorganizzazione dello spazio pubblico non cercano una firma, ma una struttura di orientamento. Il visitatore deve capire dove si trova, non essere continuamente stupito. In questo senso l’approccio è pragmatico: riduce la frizione, separa i flussi, restituisce continuità tra città e museo. È una scelta che lavora sul tempo più che sull’immagine: meno attrito oggi, meno rigidità domani.

Il nodo della Gioconda è anch’esso emblematico. Per anni la sala più famosa del museo è stata anche la più problematica: code, compressione, distrazione generalizzata. L’opera era diventata un imbuto. Un nuovo percorso dedicato non è una concessione allo spettacolo, ma un atto di igiene museale. Si riconosce che un’icona globale altera l’ambiente e le si costruisce attorno un dispositivo di contenimento. Il rischio, però, è evidente: isolare la Gioconda può migliorare la visita, ma può anche rafforzare la gerarchia commerciale dell’esperienza. Se il museo diventa un sistema ordinato di attrazioni, la chiarezza d’uso rischia di trasformarsi in programma turistico.

La forza del progetto sta nel tenere il museo dentro la città e non sopra di essa. La riorganizzazione dell’asse est‑ovest e delle connessioni con lo spazio pubblico ricuce relazioni invece di imporre un fronte monumentale autosufficiente. È una differenza culturale importante: non si monumentalizza la soluzione, si rafforza la struttura. Il Louvre non è trattato come reliquia intoccabile né come brand da rilanciare, ma come infrastruttura culturale in evoluzione.

Va detto, però, che la misura è una virtù fragile. La retorica del minimalismo può diventare una formula, e la sobrietà venduta come nuova eleganza istituzionale. Il rischio è avere una macchina perfetta per la gestione dei flussi, ma poco capace di restituire intensità all’incontro con le opere. Se i servizi, i percorsi e gli spazi di sosta prevalgono sull’esperienza di lettura, il museo si riduce a piattaforma di ospitalità culturale premium. Non un destino obbligato, ma una deriva possibile.

C’è, poi, una questione di rappresentanza. Scegliere studi fuori dallo star system è una presa di posizione contro l’idea che solo l’architettura autoriale possa risolvere problemi complessi. È una scelta salutare, perché sposta l’attenzione dai rendering al funzionamento. Ma apre anche un’altra domanda: come si comunica al pubblico un progetto che per definizione punta a non farsi notare? La risposta non può essere solo tecnica. Serve una narrazione che non semplifichi, che spieghi perché la riduzione è una forma di progetto e non una rinuncia.

In questo quadro, la sostenibilità non va letta come decorazione ideologica. Rendere più efficiente un museo storico significa ridurre consumi, migliorare manutenzione, limitare interventi invasivi. È una sostenibilità operativa, non ornamentale. Il museo diventa una macchina atmosferica nel senso più concreto: regola clima, luce, densità, tempi di percorrenza. Non è poco, se l’obiettivo è restituire all’architettura il compito di rendere possibili le cose.

Alla fine. la domanda è semplice: questo progetto per il più importante museo del mondo migliorerà davvero la qualità della visita e del lavoro interno, o produrrà solo una struttura più ordinata e più governabile? La risposta dipenderà dall’implementazione, dalla disciplina, dalla ragionevolezza e dall’intelligenza con le quali saranno gestiti spazi e usi. Per ora il segnale è netto: meno protagonismo formale, più attenzione al dispositivo. È una buona notizia, a patto che la modestia apparente non nasconda un nuovo standard di consumo culturale. Il rischio è evidente, ma lo è anche l’occasione: riportare il Louvre a essere un’architettura che funziona, non un problema da gestire.

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