RIGENERAZIONE UMANA / 8

Parole per rinascere

02 Mar 2026 di emilia martinelli

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Da qualche anno sono alla ricerca di parole nuove. Cercare parole nuove è un gesto di fiducia. Significa credere che il mondo non sia finito, che non sia già tutto detto, scritto, deciso.

Questa fiducia non è arrivata subito nella mia vita però.

Quando ero più giovane ho fatto mille lavori. Turni infiniti e diritti schiacciati. Poi resto incinta a 36 anni. E Lui se ne va. Così come se niente fosse. Sono rimasta senza parole.

Nasce mio figlio, e vengo a sapere che Lui, ha avuto un incidente, è morto. E con lui anche l’idea che potesse tornare, che potesse essere almeno padre. (…)

Sono rimasta sola, mamma sola. Una famiglia ce l’ho eh, ma tornare a casa avrebbe significato farmi dire come crescere mio figlio. E io volevo educarlo a modo mio. Essere indipendente, anche se faceva paura, anche se faceva male.

Quando è nato Carmine, trovare lavoro era quasi impossibile. E poi avevo una sensazione strana, qualcosa non andava. Carmine era diverso dagli altri bambini. Non capivo bene, ma sentivo qualcosa sotto pelle che mi avvisava, come se stesse per arrivare una scossa di terremoto forte.

Dopo quattro anni, quel terremoto arriva con una parola: autismo. Una parola che ti squarcia il petto, ti toglie il respiro. Le aspettative che avevo immaginato si sono dissolte nel fuoco incendiario di quella parola, sono sparite insieme alla voce del medico, che pronunciava “quella parola” come fosse niente.

“Niente” mi sentivo. Ferma.

Poi il fuoco del corpo è arrivato alla testa e ho pensato solo una cosa: “Jamm’bell’, m’aggia movere”!

E ho capito che non ero sola, eravamo due, io e mio figlio.

“Ricostruire”, è stata la mia nuova parola. Studiando. Capendo. Perché avevo bisogno di risposte nuove e di altre parole.

Carmine già da quando aveva due anni era entrato al nido di Foqus, un posto enorme, aperto dal 2014, nei Quartieri spagnoli, dove abitiamo. Un luogo rigenerato e aperto alla città, dove c’è la scuola “Dalla parte dei bambini” e tanto altro.

All’inizio ero diffidente. Poi, qualcosa è cambiato. Già dai primi tempi mi sono accorta che mio figlio era in una scuola nuova, dove ti guardano dritto in faccia, dove non sei solo un bambino, ma una famiglia intera. Insegnati, bambini, genitori, parlavamo tutti insieme, Lì ci guardavamo veramente, ci riconoscevamo. Allora quel posto è diventata non solo una scuola, ma anche una casa, una piazza. Un luogo vero, vivo.

Qui, “ricostruire” la nostra vita, nuovi obiettivi, nuove amicizia, nuova famiglia, è stato semplice, facile, leggero. Non eravamo più due, eravamo una comunità intera ormai.

Un giorno chiedo a Laura se sapevano di un lavoro per me.

Dopo circa un anno, mi propongono il progetto OPEN. Pareva il sole che arriva sui panni stesi, tra vicoli stretti e scuri dei Quartieri. Eravamo ventidue donne, con storie diciamo un po’ difficili: parenti in carcere, madri sole, vite spezzate che provavano a rimettersi in piedi. Io non avevo un diploma. Avevo fatto la scuola per segretaria d’azienda, senza finirla.

Ristudiare è stato durissimo. Ma necessario. E bello, bellissimo.

Nel Progetto Open ci insegnavano il metodo per lavorare con i bambini del nido e dell’infanzia, i laboratori, il colore, l’ascolto. Ho imparato che un bambino non si riempie. Si accompagna. Che un bambino è una persona, e che può insegnarti delle cose pure lui. Ho imparato ad avere lo sguardo aperto e curioso dei bambini.

Si è spalancato un mondo di saperi per me, in cui io sono diventata più grande, più forte, più consapevole, anche di quello che potevo fare per sostenere il mio Carmine.

“Rinascere” è la parola nuova che ho trovato.

Una volta, mia madre me lo disse: “Quando eri piccola insegnavi letterine e numeri a tuo fratello”. Forse era già tutto scritto dentro di me, e io non riuscivo ancora vedermi.

Nascere in certi posti ti fa pensare che non puoi neppure sognarla una possibilità diversa, che manco ci pensi, è una cosa lontana, dei quartieri alti. Adesso non vedo più quelle misure: alto, basso. Vedo solo il mio sguardo curioso allo specchio, che ha voglia di imparare e crescere ancora.

In mezzo alle difficoltà sono rinata. L’ho guardato dritto in faccia il guaio. E ho pensato “Nun voglio carè, non voglio cadere, e pure si careo m’aggio susere, mi devo alzare! Per mio figlio e pure p’me” E così ho fatto. La vita non va sempre come vuoi tu, ma imparare è questo: rialzarsi e ricominciare ogni volta, perché alcune cose le possiamo decidere, altre no. Questo è.

Il progetto doveva essere solo un modo per rientrare nel mondo del lavoro. Invece è diventato “Riconoscersi”. Ecco un’altra parola.

Crescevo, mentre crescevo gli altri. Dentro e fuori. Come persona. Come donna. Sono diventata insegnante della scuola dell’infanzia, qui a Foqus. Ho continuato a studiare: Tecnico ABA, specializzata nell’applicazione di interventi comportamentali, principalmente per bambini e ragazzi. Insegnante di sostegno. E voglio studiare psicologia ora. Perché mi piace, perché mi piace questo lavoro e saperne sempre di più. Solo così mi sento proprio io, solo cosi mi riconosco.

Nella scuola ci sono bambini e bambine di tutte le età, dal nido alle medie, di ogni provenienza sociale e culturale, ognuno con le sue differenze e peculiarità.

In particolare io seguo alcune bambine con difficoltà. Ma i bambini si aiutano a vicenda, difficoltà comprese. E le famiglie lo vedono. In questo sostegno reciproco, i bambini scoprono di essere capaci. Capaci di aiutare. Capaci di stare, di essere ognuno col suo modo. E così pure noi adulti.

”Capace”, la parola nuova che ho scoperto imparando e insegnando qui.

Famiglie diverse qui si incontrano senza etichette. Nessuno si sente meno, nessuno più, pure se arriva dai famosi quartieri alti. Tutti e tutte si sentono parte. Si sentono “capaci”.

Qui ho respirato aria di parole nuove e sono nata una seconda volta.

Io e Carmine qui abbiamo ricostruito la nostra vita, io ho messo insieme i pezzi che erano già dentro di me e mi sono riconosciuta, ho capito di essere capace, ho imparato a cambiare. Ho capito di poter scegliere la mia vita, e non solo subirla.

Carmine è innamorato della scuola. La sua classe è una delle prime nate qui. Noi viviamo di scuola: esci da scuola, mamma scuola, domani scuola. Tanto lavoro. Tanto impegno.

Sono passati tanti anni, oggi ne ho quarantotto e lui sta per finire le medie.

Quando penso al dopo di Carmine, quello che verrà dalle superiori in poi, il respiro mio si fa corto. Mi viene voglia di fare mille cose insieme, come se essere attiva, impeccabile  e performante fosse l’unica soluzione. “Aggia fermà a capa”, mi dice il cuore, “Respirare ed essere qui, in questo momento, con tutta me stessa”.

“Essere” è la mia parola del presente. Non fare, non correre, essere.

E domani? domani è il poi. Domani ci saranno davvero altre parole da cercare, altre cose da imparare, altre cadute da cui ci rialzeremo.

Abbiamo bisogno di parole nuove, sempre, ancora.

 

Il racconto di emilia martinelli letto da Tiziana Scrocca:

 

Si ringrazia Gabriella, insegnate della scuola “Dalla parte dei bambini”di FOQUS, nei Quartieri Spagnoli a Napoli,  per aver ispirato questo racconto con la sua storia intensa e viva.

Emilia Martinelli

Nata a Napoli nel 1974, storyteller nell’ambito della valorizzazione di beni culturali, regista e autrice, insegnante di teatro, educatrice. Il lavoro di autrice parte sempre da ricerche sul campo, dall’ascolto di storie vere. Collabora e ha collaborato col Teatro Brancaccio, il Teatro di Roma. Ha lavorato anche in contesti “al limite” come carceri, centri di accoglienza, periferie, e poi con donne vittime di violenza, persone disabili, minori a rischio. È fondatrice e direttrice artistica della compagnia fuori contesto dal 2005 e dal 2013 del Festival “Fuori Posto. Festival di Teatri al limite”. Dal 2020 è socia della società̀Hubstract Made for art e cura i contenuti, le installazioni e performance site specific.

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