Dentro un edificio di pietra abbandonato, senza tetto né promesse, mio padre vide tutto
Barigazzo è il mio inizio. Sono cresciuta qui insieme a mamma, papà e i miei fratelli. A 1300 metri, nel cuore dell’Appennino Modenese, dove l’aria punge e la terra racconta.
Io, piccolissima, già sapevo i nomi delle piante, delle erbe, dei frutti selvatici. Con papà passavamo ore a scovare queste meraviglie della terra, come se il mondo fosse un segreto da scoprire poco alla volta, tra le dita.
A volte mi pareva di essere Alice nel paese delle meraviglie, perché questa natura che mi stava attorno era smisurata e pareva come dipinta su una tela. Mentre io, mi sentivo un minuscolo schizzo a matita, abbozzato su un foglio enorme, in cerca di qualcosa che ancora non sapevo cosa. (…)
Alla fine degli anni ‘70, i miei genitori avevano seguito il Bianconiglio. Non quello dell’orologio, ma quello del sogno. Lasciarono Modena e arrivarono lì, a Barigazzo, inseguendo una visione che sembrava impossibile: trasformare erbe, radici e frutti selvatici in qualcosa che potesse raccontare quella terra. Allestirono così i laboratori artigianali delle prime produzioni di sciroppi, liquori, confetture e caramelle. Iniziarono a coltivare erbe e piante aromatiche nei terreni adiacenti. Così nacque La Sorgente, nel 1979. In un piccolo edificio costruito con la caratteristica pietra locale, sede dal 1931, della S.I.A.M (Società idroelettrica Alto Modenese).
Alle scuole elementari, un giorno la maestra ci spiegò cos’è una sorgente: “Una sorgente è il punto in cui l’acqua sotterranea fuoriesce naturalmente sulla superficie terrestre”. E io pensai subito alla nostra Sorgente, quella dove passavamo le giornate, io e i miei fratelli, a dare una mano ai miei come fosse un gioco di famiglia. Sì, perché l’entusiasmo e la forza di mio padre ci trascinava in questo suo progettare, lavorare, con una gioia che a noi arrivava dritta come una cascata d’acqua fredda, in una giornata d’estate.
Papà era la nostra sorgente: origine, causa, fonte di quella nostra vita, tra natura e sogno.
Era come il Cappellaio Matto; eccentrico, imprevedibile. Un ribelle gentile contro la formalità sociale. Ma in più, e meglio, trasformava i suoi sogni nel cappello in realtà, e trascinava con sé, noi e nostra madre. Gli incantesimi con lui prendevano forma.
Mia madre mi ha raccontato del giorno in cui sono arrivati nel piccolo casale dismesso dalla Siam. Erano lì per comprarlo. Dentro un edificio di pietra abbandonato, senza tetto né promesse, mio padre vide tutto. Tra quelle macerie, papà tirò fuori dal cappello tutte le sue idee, e come fosse una magia dipinse il futuro davanti agli occhi di mia madre. Quella fantasia sbocciata nel nulla era il suo progetto. Aveva chiaro ogni particolare; dove mettere quel macchinario, quell’altro, il bancone, i colori. Mia madre lo guardava, e in quello sguardo il sogno si faceva reale. Perché i sogni, per esistere, hanno bisogno di amore. E di qualcuno che dica: “sì, lo vedo anche io”. E mia madre lo vide. Ogni particolare immaginato quel giorno è diventato realtà.
Non so come facesse papà, era il suo dono: vedere al di là. Pensare che un’azienda potesse nascere in un paese di poche anime e resistere. Ed in effetti ha resistito. Altre attività hanno chiuso in questi anni, cresciute come funghi e sparite nel fumo del Brucaliffo. Mentre mio padre ha resistito. Ostinato, ha trasformato il suo sogno in una bellissima farfalla svolazzante tra le valli.
Io e i miei fratelli siamo cresciuti in azienda, tra giochi che erano già lavoro e piccoli riti quotidiani che diventavano radici. La mia attività preferita era fare le caramelle con lui. Noi fratelli eravamo in fondo alla macchina a smistare le caramelle e pure a mangiarle, mentre mio padre ci lanciava occhiate severe, ma col sorriso. E allora giù a ridere, con le mani appiccicose e la felicità piena di zucchero.
Quando avevo sette, otto anni, i miei genitori organizzavano le visite per le scolaresche. Bambini e bambine della mia stessa età, arrivavano da noi per conoscere l’attività. Allora, io indossavo un camice da farmacista in miniatura, che i miei genitori avevano fatto cucire apposta per me, e giocavo a fare la piccola imprenditrice. Ero lì, a raccontare la nostra storia, senza sapere che stavo raccontando anche me stessa: una piccola Alice che si credeva già grande.
Mia madre e mio padre non si fermavano mai. Mai davvero. Sempre in corsa, come il Bianconiglio, con il tempo alle calcagna e un altro traguardo già davanti agli occhi. Appena mio padre arrivava ad un traguardo, qualcosa lo chiamava oltre. Subito, ancora. Io, a volte, avrei voluto solo trattenerli. Un istante appena, per respirare il profumo dei loro capelli, per stringerli senza fretta, per restare lì dentro il silenzio, ad ascoltare. Perché anche il silenzio, forse, custodisce sogni. I loro avevano voce, credo. I miei no. I miei stavano ancora imparando a parlare.
Ma Alice cresce, e il Paese delle Meraviglie non basta più. Lo stupore cambia forma, diventa domanda. Chi sono io? Questo sogno è anche il mio?
Ho iniziato a sentirmi stretta qui, in un posto dove la natura avvolge talmente tanto da soffocare a volte. Volevo cercare il mio di sogno, e questo paese di circa 80 abitanti mi stava davvero stretto, come un vestito che non cresce con te.
Papà è stato sognatore, un pioniere con idee futuristiche e pure magiche. Io, invece ero indecisa, divisa tra la città, Modena, e il paese, Barigazzo. Cosa volevo io? Volevo portare avanti l’azienda costruita da loro con tanti sacrifici ed entusiasmo? Oppure volevo seguire altri sogni, i miei?
In quell’andirivieni di emozioni, scelsi di studiare. Modena, Farmacia: una strada già tracciata da mio padre. E, in quel momento, decisi di seguirla. Di accontentarlo, forse. O di capire.
Poi riaffiorò un ricordo. Un piccolo camice bianco, cucito su misura quando ero bambina. Era già un’imposizione? O lo sguardo lungo di chi aveva visto in me qualcosa che io ancora non sapevo nominare? So solo che quel camice, addosso, mi aveva fatto stare bene. Subito. Mi aveva smossa, accesa. E allora presi quel piacere antico, quasi dimenticato, e lo portai con me. Lo misi a fuoco, lo feci crescere. E diventai farmacista.
Sono rimasta in azienda alla fine. Ho deciso che era il mio lavoro o forse no. Ma quando mio padre è morto, ho capito che era il momento in cui dovevo prendere in mano la cosa: “Papà non preoccuparti che adesso ci penso io” ha sussurrato il mio cuore. A volte sceglie il cuore senza che la testa ne sia informata. E per me così è stato. Come se Alice, alla fine, avesse capito che quel mondo non era da lasciare, ma da custodire.
Il mio papà pioniere, cappellaio matto e inventore, guida le mie mani e la mia visione ora. Ci ha insegnato a non fermarci mai, anche davanti agli ostacoli. E noi oggi siamo riusciti a fare esattamente quello che lui ci ha mostrato. Io e i miei fratelli ci destreggiamo tra mille difficoltà e andiamo sempre avanti, in un’azienda che è una sorgente nel deserto, di un paese che si spopola.
Oggi siamo una delle poche aziende che resiste nel territorio. Collaboriamo con l’università, le scuole, altre aziende. Resistiamo. Vogliamo far conoscere il nostro Appennino e la sua natura, attraverso i nostri prodotti, il nostro centro benessere, il nostro modo di stare al mondo. Perché un sogno, quando è vero, non finisce. Cambia forma, cambia mani, ma continua a vivere.
Qui a Barigazzo, un paese minuscolo, devi voler restare per resistere. Molti vanno via a cercare altre storie, altri mondi, io resto. A disegnare ancora il mio paese delle meraviglie. Un mondo, per me, nato da quella Sorgente che fu il mio papà sognatore, e che risplende ancora negli occhi di madre.
Il racconto letto da Chiara De Bonis
Il racconto è liberamente ispirato alla storia di una famiglia di Barigazzo. Si Ringraziano Margherita (mamma) e Chiara (figlia) per aver condiviso con noi alcuni dei loro ricordi. .
Leggi gli altri articoli della rubrica "Rigenerazione Umana"