INTERVISTE MASTERPLAN/4
Marcello Capucci: “Bisogna riconoscerlo, non renderlo obbligatorio. Una bussola che può essere più utile del piano in un contesto nazionale di norme sconnesse”

Marcello Capucci, dirigente Regione Emilia-Romagna
1) Il Masterplan può essere considerato uno strumento per inserire, con una certa quota di flessibilità, il progetto di rigenerazione urbana all’interno della pianificazione urbanistica?
Le occasioni più frequenti e possibili di rigenerazione delle nostre città si concretizzeranno attraverso progetti, numerosi, di dimensioni (spaziali ed economiche) minute e limitate.
Uno strumento di relazione tra “il piano” e le sue possibili ricadute è opportuno: che serva da quadro di riferimento per tenere assieme, per affrontare i problemi urbani anche con soluzioni edilizie, e non viceversa; per potenziare gli effetti del “piccolo” attraverso una logica di sistema, sapendosi adattare alle progressive condizioni che si determinano.
2) Da un punto di vista normativo, che tipo di strumento sarebbe opportuno e in quale legge andrebbe inserito come elemento di riforma (riforma legge 1150/1942, riforma Testo unico edilizia, nuova legge su rigenerazione urbana all’esame del Senato, provvedimento a sé)?
Non occorre necessariamente categorizzarlo, né tantomeno affannarsi a delinearne procedure. Occorre in primo luogo riconoscerlo, come strumento – non necessariamente obbligatorio – a valenza urbanistica, perché legittimamente possa esprimersi. Bisogna definire le condizioni perché non sia un livello ulteriore di rigidezza: la sua necessaria adattabilità nel tempo non può soggiacere al calvario che tutti conosciamo nella gestione dei piani: se non è più coerente, lo si abbandoni, e lo si riformuli. O è utile, o non è.
3) Quali dovrebbero essere i tre contenuti caratterizzanti del Masterplan?
Produce e costringe ad uno sguardo di insieme: declina il piano in una logica di ambito (un quartiere, una situazione…) e/o di tema (la mobilità, la forestazione urbana…), ma sempre “tenendo assieme”.
E’ adattivo: individua obiettivi di breve e medio periodo, fa capire dove si vuole arrivare, ma non predetermina i percorsi: si adatta alle condizioni di trasformazione reali e effettivamente realizzabili.
E’ una roadmap condivisa. Si definisce e si aggiorna in forme partecipate. E’ in grado di comunicare e di rendere comprensibili – ma davvero … – i suoi contenuti. Aiuta a formare le domande, prima che le risposte.
4) Rispetto alla situazione attuale che si trova a fronteggiare un amministratore, qual è il principale vantaggio che può apportare?
È una bussola che può essere molto più efficace del piano. E’ un luogo di condivisione sui progetti della città e per la città, e un luogo di confronto e discussione: fuori e dentro l’amministrazione. E soprattutto – se ben strutturato – può avere una potenza comunicativa assai più convincente del piano classico, e della pletora di strumenti, strategie, documenti che quotidianamente cercano di raccontare i destini, spesso molto settoriali, delle politiche pubbliche.
5) Nell’attuale contesto delle politiche nazionali, il Masterplan è secondo lei una priorità da inserire nelle riforme in corso?
Quale sia il contesto delle politiche nazionali io in verità non lo ho ancora capito. Vedo proposte sconnesse, che si appropriano ed utilizzano la “rigenerazione” impropriamente, svuotando il termine di significati e creando confusione del tutto nociva.
Lavorare sulla città che già esiste richiede un sostanziale cambio di pensiero, fondato su principi nuovi, naturalmente curando la transizione dagli strumenti, dalle prassi, dalle definizioni a cui tutti siamo abituati. Il Masterplan, o come vorremo chiamarlo, può essere una componente importante di questa transizione.