L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 45
L’architettura a Roma riscopre la ricerca e il protagonismo di stagioni passate: il dibattito culturale e professionale smuove anche gli investimenti
L’Ordine degli architetti di Roma è il più grande d’Europa. Con un numero di iscritti, circa 19.000, superiore a quello di intere realtà nazionali, per esempio la Francia.
Nonostante questi numeri rilevanti, la rivista che puntualmente stampava, aveva oscillato tra il bollettino e il contenitore di episodici progetti che, però, non bastavano a delineare un soddisfacente panorama critico. Da qualche anno, invece, ci si trova davanti a un gigantesco sforzo editoriale: numeri monografici di AR magazine strutturati con il taglio di una rivista internazionale, con interventi di firme importanti, ben illustrati, che superano le 400 pagine. Quali, per esempio, “Luigi Moretti, forma, struttura, poetica della modernità”, “Roma sognata. Gli archivi di architettura dal Nolli alle nuove poetiche radicali”, “Abitare Roma capitale. Storia e visioni dal 1871 al prossimo futuro”, “Mirabilia Urbis Romae. Morfologie urbane, paesaggi, architetture”, “Dal disegno al metaverso. Architetture immaginate, scritture, linguaggi artificiali”.
Insieme a questi numeri tematici, ciascuno capace di costruire un percorso critico, vi è la creazione di una parallela collana di tascabili che mettono a fuoco figure di rilievo della cultura architettonica romana. I primi quattro sono dedicati a Paolo Portoghesi, Sara Rossi, Luigi Pellegrin e alla ripubblicazione del testo della conferenza di Bruno Zevi letta al convegno di Modena del 1997, dal titolo Paesaggistica e Grado Zero dell’architettura. Un testo che, a distanza di quasi trenta anni, non ha perso nulla della sua urgenza teorica e che riafferma con vigore il nesso tra progetto e contesto, tra disciplina e storia.
In un panorama nazionale in cui la discussione architettonica tende a polarizzarsi su scenari risicati o mediatici, la nuova linea editoriale sembra voler recuperare il rapporto con la tradizione intellettuale della città, che per troppo tempo ha assistito alla deriva di un discorso architettonico sempre più relegato ai margini. Roma è da decenni percepita come non luogo della ricerca, assente o al più assegnata a un ruolo passivo. Mentre città come Milano, o in misura ridotta Bolzano, catalizzano investimenti, visibilità e dibattito. A chi ti chiede cosa c’è di nuovo a Roma, la prima risposta che viene da dare è: niente. Tutto uguale.
Ecco perché la riscoperta delle stagioni storiche in cui Roma fu protagonista non è semplice nostalgia. Gli anni Sessanta e Settanta videro un fiorire di ricerche e sperimentazioni che la misero al centro di un dialogo internazionale: figure come Luigi Moretti, con il suo sguardo critico e ambizioso; Luigi Pellegrin, con la capacità di coniugare rigore analitico e invenzione formale; Francesco Berarducci autore di un progetto straordinario come la RAI a viale Mazzini; Giuseppe Perugini con le sperimentazioni neofuturiste; e poi Monaco e Luccichenti, Ugo Luccichenti e Venturino Ventura magistrali progettisti di bellissime palazzine. Non si può, inoltre, parlare di questa stagione senza evocare nomi come Maurizio Sacripanti, con la sua visione dinamica; Francesco Palpacelli, per la generosa ricerca spaziale; Saverio Busiri Vici con il suo talento scultoreo; Mario Fiorentino, per il senso del luogo. Tutti protagonisti di un clima intellettuale che non ammetteva separazioni tra teoria e pratica.
Accanto agli architetti, il contributo di ingegneri quali Pier Luigi Nervi, Riccardo Morandi e il geniale Sergio Musmeci testimonia come la città sia stata laboratorio di soluzioni tecniche ed estetiche che hanno influenzato la disciplina oltre i confini nazionali. E nella dimensione critica e teorica, figure come Paolo Portoghesi e Bruno Zevi, quest’ultimo instancabile costruttore di battaglie culturali. Storici e teorici come Arnaldo Bruschi, Francesco Benedetti, Filiberto Menna, Stefano Ray, Giorgio Muratore hanno, inoltre, contribuito in modo significativo a costruire una coscienza critica che va riscoperta e riletta con occhi nuovi.
Anche la cosiddetta “scuola quaroniana”, pur oggi ridimensionata nel dibattito critico, ha lasciato tracce non trascurabili attraverso figure quali Francesco Cellini e, in una misura diversa, Alessandro Anselmi: intellettuali capaci di interrogare il progetto non come prodotto chiuso ma come processo aperto, sospeso tra storia e contemporaneità.
Tutto questo ci mostra quanto sia stato dannoso, per gli architetti romani, sottovalutare una tradizione così ricca. Ma soprattutto quanto sia importante l’operazione di riscoperta.
“Senza memoria – afferma Marco Sambo, il direttore editoriale dell’Ordine, che ha promosso e gestito questa trasformazione – non può esserci progettualità”.
Sarebbe, ovviamente, poco interessante se l’orgoglio si traducesse in un culto nostalgico delle origini. Occorre invece che la revisione storica generi energie critiche e progettuali sufficienti per lanciare una nuova stagione dell’architettura romana.
Non è un caso che, rispetto a Milano, gli esempi di operazioni immobiliari di qualità siano così scarsi. A Milano, dove il Bosco Verticale di Stefano Boeri ha inaugurato un discorso di sostenibilità urbana trasformato subito in valore immobiliare, molte iniziative hanno puntato sul plusvalore della qualità architettonica. È, infatti, difficile immaginare un’operazione del genere nella Capitale. Lo stesso Massimiliano Fuksas, che ha realizzato la gigantesca Fiera di Milano in un paio di anni, ne ha impiegati oltre venti per portare a termine la Nuvola a Roma: un’epopea progettuale che racconta molto degli ostacoli culturali, economici e burocratici con i quali si confronta la città. La nuova fiera milanese inoltre funziona a pieno regime; quella romana, progettata da Tommaso Valle, fatica a trovare una centralità nel sistema fieristico nazionale. Due stazioni metropolitane inaugurate dopo decenni sembrano eventi epocali, mentre altrove si collegano aeroporti e quartieri periferici con infrastrutture realizzate in tempi ragionevoli.
È evidente che il destino architettonico di Roma non dipende esclusivamente dagli architetti. Ma quel poco che dipende da loro è tutt’altro che irrilevante. Se gli architetti romani non hanno consapevolezza di sé stessi, se relegano la loro presenza a questioni marginali, se manca la capacità di pensare in grande, non possono poi sperare che sia la città a trascinarli verso un ruolo di primo piano. Occorre riattivare una visione, un progetto, un discorso critico capace di confrontarsi con le urgenze ambientali, sociali, urbane senza tradire la complessità di una città unica al mondo.
In questo quadro, l’attività editoriale dell’Ordine degli Architetti di Roma serve per riaprire una partita rimasta sospesa e rimettere in circolo idee, insieme a testi, figure dimenticati o banalizzati. Cioè lavorare sulle premesse, su quel terreno invisibile senza il quale non nascono né buoni progetti né buone politiche urbane.
Leggi gli altri articoli della rubrica "L'Architettura vista da LPP"