L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 56
Reiner de Graaf: l’architetto mediatore nella frattura ormai insanabile fra progetto e critica
Reinier de Graaf è un personaggio di primo piano nel mondo dell’architettura. È partner di OMA e figura chiave di AMO, cioè i due studi di progettazione e di comunicazione fondati da Rem Koolhaas, considerati tra i più importanti e innovativi nel panorama mondiale. Da qui l’estremo interesse dei suoi scritti.
Reinier de Graaf racconta l’architettura dall’interno senza infingimenti. Scrive con chiarezza e i suoi testi, al pari degli scritti di Koolhaas, sono snob e, insieme, controcorrente. Denunciano le mode e nello stesso tempo ne lanciano altre. Sono severi oltre ogni limite contro i vizi e le debolezze dell’architettura e però riescono a trasformare i discorsi etici in un pretesto per nuove estetiche e nuovo business.
A metà tra il moralista della disciplina e il guru disincantato, nei suoi libri più noti (Four Walls and a Roof: The Complex Nature of a Simple profession; The Masterplan: A Novel ; Architect, verb.: The New Language of Building ) smonta la retorica professionale e mostra come l’architettura si trovi in mezzo tra potere, finanza, burocrazia, sviluppo immobiliare e narcisismo disciplinare.
Salvo poi che sul piano professionale, il suo nome è legato a opere e piani importanti come De Rotterdam, Timmerhuis, Norra Tornen, nhow Amsterdam RAI e a grandi operazioni di masterplanning e ricerca urbana. Inoltre de Graaf, attraverso AMO, ha lavorato su temi che escono dal campo della progettazione architettonica in senso stretto e che producono notevole valore aggiunto: energia, identità visiva, geopolitica dello spazio, aeroporti, salute, trasformazioni territoriali.
Parlare di Reinier de Graaf rispetto a Rem Koolhaas significa entrare in una dinamica quasi teatrale: il gatto e la volpe, maestro e allievo, ma anche due modi diversi di stare dentro la stessa macchina.
Koolhaas costruisce narrazioni potenti, spesso irresistibili. Quando smonta l’architettura, lo fa con una energia fondativa. È uno che trasforma la crisi in linguaggio.
De Graaf, invece, è il cronista disilluso. Non costruisce il mito: lo racconta mentre si sfalda. Dove Koolhaas vede possibilità, lui vede compromessi.
Four Walls and a Roof, per esempio, non è un libro di teoria nel senso classico. È una sequenza di episodi in cui l’architetto appare come una figura che negozia continuamente con forze più grandi di lui: politica, economia, burocrazia. Infatti, l’architettura non è autonoma, e soprattutto non è innocente.
Con il suo ultimo libro, Architecture against Architecture, il discorso diventa ancora più esplicito. De Graaf se la prende con la recente produzione dello Star System e il fatto che produca retoriche che poi è costretto a smentire nella pratica. Promette qualità pubblica ma alla fine giustifica gigantesche operazioni immobiliari. Si racconta come disciplina culturale, ma agisce come servizio.
Qui sta forse la differenza con Koolhaas. Questi gioca su due tavoli, critica e progetto, cercando di tenerli insieme. De Graaf li separa e mostra che la frattura è ormai strutturale. Non tenta di ricomporla, anzi la espone.
Insomma: oggi l’architetto non è più l’autore sovrano ma un mediatore.
Se Koolhaas è ancora un produttore di visioni, de Graaf è un anatomista del presente. Non ti dice dove andare, ti dice perché è così difficile andarci. E forse è proprio qui il punto interessante: non offre consolazioni, con una posizione certamente originale in un settore che vive di autocelebrazione.
Architecture against Architecture è un libro che andrebbe letto come si legge un referto, non come un manifesto. De Graaf, come accennavamo, parte da un dato semplice, ma scomodo: l’architettura continua a raccontarsi come pratica culturale, civile, persino etica, mentre nei fatti opera dentro logiche economiche e politiche che la svuotano di autonomia. E quindi produce discorsi che non coincidono con ciò che realizza. Promette città migliori e costruisce valorizzazioni immobiliari. Invoca il pubblico e serve il privato. Si proclama critica e diventa strumento. Ma, soprattutto, l’architetto non è più Autore ma intermediario che traduce esigenze altrui: investitori, amministrazioni, normative, branding urbano. Un business dove più si parla di creatività, meno spazio c’è per esercitarla.
Anche le archistar sono parte del problema. Producono immagini forti che servono a legittimare operazioni già decise altrove. L’edificio diventa una firma, un marchio, un acceleratore di valore. Non più il luogo dove si costruisce senso, ma dove si certifica un processo economico.
Da qui la proliferazione della teoria utilizzata come dispositivo giustificativo. Mai come oggi si scrive, si discute, si tematizza l’architettura. Ma questa iperproduzione teorica non rafforza la disciplina. Anzi la ridicolizza (mi chiedo però se questo non possa dirsi almeno in parte anche per i libri di de Graaf).
A questo punto, non resta che prendere coscienza. Smettere di raccontarsi storie. Accettare che il progetto oggi è un campo di forze più che un atto sovrano.
Architecture against Architecture non è un libro progettuale, è un libro di disincanto. E però ci mette in condizione di fare alcune mosse progettuali.
La prima è smettere di credere all’autonomia dell’architettura. L’idea che il progetto possa guidare i processi è, per de Graaf, in gran parte una finzione. L’architetto oggi lavora dentro sistemi che non controlla. Occorre prenderne atto per non raccontarsi favole.
La seconda è accettare il ruolo di mediatore. L’architetto non è più un demiurgo, ma una figura che traduce, negozia, filtra. L’intelligenza non sta nell’imporre forme strabilianti e rutilanti, ma nel muoversi dentro vincoli complessi senza perdere lucidità.
La terza è la sospensione della retorica. Basta con parole come “rigenerazione”, “sostenibilità”, “spazio pubblico” usate come automatismi linguistici. Sono diventate vuote, spesso funzionali a operazioni che vanno in direzione opposta. Mentre sempre di più occorre chiamare le cose con il loro nome. E sostituire il progetto come promessa con il progetto come analisi. L’architettura non come soluzione, ma come strumento per leggere la realtà. Una forma di resistenza minimale che non propone rivoluzioni, ma micro-scarti. Piccole decisioni, piccoli margini di manovra dentro sistemi rigidi.
In sintesi: Architecture Agaisnt Architecture non offre un’utopia, ma una presa di coscienza. Non dice “fai così”, ma “guarda meglio dove sei”. E cerca di mettere in discussione il ruolo magico che per gli architetti ha la parola creazione. Soprattutto oggi in cui domina il tema della Intelligenza Artificiale (AI).
L’architetto, dice de Graaf, è già da tempo un mediatore: traduce dati, vincoli, interessi, norme. Non crea dal nulla, ma organizza complessità. Ora, questa funzione è esattamente ciò che l’AI sa fare meglio: processare informazioni, ottimizzare scenari, produrre varianti.
Il rischio è evidente: l’AI non sostituisce il genio creativo (che è già raro), ma erode quella parte intermedia del lavoro, quella più diffusa, fatta di adattamenti, verifiche, soluzioni plausibili. In altre parole: colpisce il mestiere quotidiano.
Se l’architettura è già dentro logiche economiche e tecnocratiche, l’AI non fa che renderle più efficienti. Più rapide. Più opache. Il progetto rischia di diventare una funzione automatizzata di parametri: costi, tempi, prestazioni, compliance normativa.
A questo punto l’architetto ha tre possibilità.
La prima: competere con la macchina. È la più ingenua. Significa ridursi a tecnico tra i tecnici.
La seconda: usare la macchina. Qui l’AI diventa uno strumento potente, ma il rischio è di delegare troppo, trasformando il progetto in un output sofisticato ma senza intenzione.
La terza è cambiare ruolo. Dove l’architetto non è più chi produce soluzioni, ma colui che costruisce il senso delle domande. Non chi disegna forme, ma chi decide cosa vale la pena progettare.
L’AI, infatti, può generare mille varianti di un edificio. Ma non può decidere se quell’edificio serve, per chi, e a quale prezzo sociale e culturale. In questo senso, l’AI potrebbe fare una cosa inattesa: costringere l’architettura a uscire dalla retorica della forma e a tornare su un terreno delle scelte.
Non è detto che succeda. Ma è è in questo nuovo contesto, sostiene de Graaf, che si giocherà la partita. E, ovviamente, AMO e OMA sono già pronti a scendere in campo. Anche la teoria, soprattutto la teoria è business.
Reinier de Graaf, Architecture Against Architecture: a Manifesto, Verso Books ,2026. Pag.272, euro 22,84.
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