L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 63

L’architettura non serve a costruire oggetti ma a far funzionare meglio i sistemi creando relazioni. A decidere come vogliamo stare al mondo

29 Giu 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

Condividi:

Il problema dell’architettura contemporanea è l’eccesso, non la mancanza di lessico. E difatti il Novecento ci ha lasciato in eredità una quantità impressionante di parole: urbanistica, pianificazione, zonizzazione, standard, funzioni, performance, sostenibilità, resilienza, rigenerazione. Parliamo troppo e, conseguentemente, produciamo teorie raffinate e città mediocri. Organizziamo convegni sulla qualità dello spazio e continuiamo a costruire luoghi nei quali nessuno vorrebbe vivere sulla scia dei fallimentari esempi di edilizia realizzati a Corviale, Laurentino, Vigne Nuove, Scampia, Zen, Rozzol Melara, Gallaratese.

Probabilmente il problema nasce da un equivoco originario: abbiamo confuso l’architettura con l’edilizia. E poi, per reazione, l’abbiamo confusa con l’immagine e con l’utopia.

Da una parte il professionista che riduce il progetto a un problema di norme, coefficienti, indici, procedure. Dall’altra l’architetto-artista che trasforma il progetto in un esercizio di stile.

Il primo uccide la città dentro la burocrazia. Il secondo la sacrifica all’arte. In mezzo resta una domanda affatto banale: a cosa serve l’architettura?

La risposta potrebbe essere: a costruire edifici. Ma è sbagliata. Perché l’architettura serve a organizzare relazioni. E difatti una città non è un semplice insieme di edifici. Se bastasse accostarli avremmo città meravigliose ovunque. Invece abbiamo quartieri nuovi che sembrano morti il giorno dell’inaugurazione.

Lo sappiamo da tempo: una città non è fatta di oggetti ma di rapporti, tra strade e piazze, tra pieni e vuoti, tra pubblico e privato e tra tante altre cose tra loro correlate e che, invece, sono sistematicamente separate.

Il Novecento adorava dividere. Urbanistica da una parte. Architettura dall’altra. Ambiente altrove ancora. Eppure, la realtà non funziona a compartimenti stagni. Un albero non sa di appartenere alla categoria verde urbano. Una collina di essere un bene paesaggistico. E un marciapiede non distingue tra infrastruttura e spazio sociale.

Per decenni abbiamo pensato che la natura fosse fuori dalla città. Da proteggere ma comunque separata.

Oggi non esiste un fuori. Viviamo in ecosistemi ibridi. Ogni progetto modifica cicli energetici, termici, idrologici, ecologici. Ogni trasformazione urbana ha effetti sistemici. Che lo vogliamo o no, ogni progetto è ecologia. Siamo sempre dentro. E proprio per questo dobbiamo evitare di cedere al sentimentalismo verde. L’ambientalismo, come tutte le ideologie di successo, genera rapidamente caricature.

Basta piantare due alberi e spunta la parola rigenerazione. Aggiungere pannelli solari e arriva la sostenibilità. Parlare di biodiversità e il progetto si autoassolve moralmente. E, invece, un edificio energeticamente efficiente può essere urbanisticamente disastroso e un quartiere verde socialmente fallimentare.

Prendiamo “rigenerazione”, il termine più inflazionato dell’ultimo decennio. Tutti sembrano voler rigenerare tutto: waterfront, caserme, aree industriali, periferie, borghi.

Spesso si tratta di dare una mano di verde sopra vecchi errori. Ovviamente rigenerare non significa abbellire. Ma ricostruire condizioni di vitalità che certamente non si comprano con il marketing urbano.

Da qui deriva una conseguenza importante: il progetto contemporaneo non può più limitarsi a produrre oggetti formalmente coerenti ma sistemi capaci di evolvere.

Per troppo tempo abbiamo giudicato gli edifici come si giudicano i quadri: composizione, proporzioni, linguaggio.
Oggi emergono altre domande.

Come funziona lo spazio? Migliora la vita? Come evolverà?

La forma infatti non è il fine del progetto. È il mezzo attraverso cui il progetto organizza relazioni.

L’imperdonabile errore di troppa architettura recente è aver invertito il rapporto. Prima si produce l’immagine e poi si costruisce intorno una narrazione teorica: rendering first, thinking late.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: architetture fotogeniche e città poco vivibili.

Nel frattempo, la burocrazia è cresciuta fino a raggiungere livelli patologici. Viviamo nell’epoca della pianificazione infinita. La quale dovrebbe servire per garantire qualità. Eppure la qualità non arriva. E non potrebbe essere altrimenti perché si è persa la verità semplice che non nasce dalla moltiplicazione dei controlli ma dall’intelligenza delle relazioni. Una cattiva regola applicata perfettamente produce inevitabilmente un ancora peggiore risultato.

La parola architettura indica l’arte di dare ordine, tenere insieme parti differenti, produrre coerenza e generare senso.

Non il culto dell’oggetto ma la costruzione di ordine nella complessità. Per imparare di nuovo a pensare la città come organismo nel senso sistemico.

E un progettista del futuro, di conseguenza, meno demiurgo e più regista. Meno autore unico. Più coordinatore di complessità. Che dovrà sapere meno di tutto e capire di più delle interconnessioni.

Serve, insomma, più intelligenza critica. La capacità di distinguere tra ciò che appare e ciò che funziona.

Invece in Italia adoriamo il capolavoro e trascuriamo la normalità e pertanto abbiamo una cultura architettonica straordinaria e una qualità urbana media deprimente. La qualità della vita quotidiana non dipende infatti solo dai capolavori. Ma anche da cose che raramente finiscono in copertina e sono quelle che determinano la civiltà di uno spazio.

Alla fine, dunque, la domanda non è quale sarà lo stile del futuro. La vera domanda è: come produrremo ambienti di vita migliori? Come costruiremo spazi capaci di aumentare libertà, benessere, relazioni, adattabilità? Come passeremo dall’architettura degli oggetti all’architettura delle relazioni?

E forse è proprio qui che si gioca la partita. Non nella prossima moda, in uno stupefacente algoritmo o nella costruzione di nuove teorie.

Alla fine, come non ci dovremmo stancare mai di ripetere anche se la frase può sembrare ovvia e persino banale, l’architettura non riguarda gli edifici. Riguarda noi che li abitiamo e il modo in cui, utilizzandoli, scegliamo di stare al mondo.

Argomenti

Argomenti

Accedi