L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 62
Prima delle guerre sul nulla tra presunti innovatori e conservatori incalliti diteci che museo vuole diventare Galleria Borghese
L’idea, in sé, non è scandalosa. La Galleria Borghese ha bisogno di spazio. Ha problemi di accessibilità, sicurezza, depositi, servizi, attività didattiche, climatizzazione, public program. Insomma: è uno dei musei più piccoli ma più belli del mondo, che funziona dentro un edificio che non era nato per essere un museo contemporaneo. Pretendere che tutto resti com’è, come se Bernini, Caravaggio, Canova e Raffaello potessero essere custoditi per sempre dentro una macchina museale data una volta per tutte, è una posizione irragionevole.
Il problema, però, comincia subito dopo. Perché non basta dire: il museo ha bisogno di spazio, dunque facciamo un nuovo edificio. A Roma, e in particolare dentro Villa Borghese, ogni metro quadrato è carico di storia, vincoli, paesaggio, memoria, abbandono, retorica e politica.
Eppure, nonostante tutte queste condizioni ostative, la Galleria avrebbe avviato una riflessione preliminare che potrebbe portare a un concorso internazionale di idee, con sponsorizzazione tecnica di Proger per 875mila euro. Proger S.P.A. è la prima società indipendente di ingegneria e management con un fatturato oscillante intorno ai 200 milioni di euro, la cui divisione Art & Culture è presieduta da Francesco Rutelli, già sindaco di Roma e ministro della Cultura.
Non siamo quindi ancora davanti a un progetto. Non c’è un’immagine, non c’è un plastico, non c’è una sezione, non c’è un’idea architettonica verificabile. C’è una procedura. C’è una narrazione. C’è la promessa di un concorso. C’è la parola magica: “accessibilità”. C’è l’altra parola magica: “valorizzazione”. E poi c’è Roma, dove queste parole sono state usate troppe volte per non suscitare sospetto.
Il rischio è evidente. Che l’operazione serva più a dire “ci occupiamo della città” che a risolvere davvero un problema museografico. Che il nuovo edificio sia evocato come una specie di totem progressista: finalmente Roma che osa, finalmente Roma che innova, finalmente Roma che non ha paura del contemporaneo. Tutte cose giuste, a patto che non diventino slogan.
Perché Roma ha certamente bisogno di architettura contemporanea. Ma non ha bisogno di operazioni che forse non saranno mai realizzate proprio perché finiranno per trasformarsi in guerre simboliche. Con polemiche enormi per ottenere, alla fine, modifiche che si sarebbero potute fare senza attivare un conflitto ideologico permanente.
E difatti il fronte conservatore si è già attivato. Tomaso Montanari, che è sempre in prima fila in queste circostanze, ha parlato di scempio insopportabile. Altri di profanazione dei più alti valori della cultura.
Gridare allo scempio prima ancora di vedere un progetto è il solito riflesso condizionato della conservazione italiana. Funziona sempre, perché rassicura. Ma non produce pensiero. La tutela non può essere solo interdizione preventiva. Deve essere capacità di discernere. Dire no quando serve, ma anche permettere trasformazioni intelligenti quando sono davvero necessarie. Altrimenti il patrimonio diventa una reliquia imbalsamata e i musei diventano luoghi bellissimi ma sempre più inadeguati.
Il caso Villa Borghese è delicatissimo proprio per questo. È parte di un organismo paesaggistico, monumentale, urbano. Non si può ragionare come se fosse un museo qualunque con un lotto libero accanto. Ogni aggiunta altererebbe un sistema. E alterare un sistema non è necessariamente un male, ma bisogna sapere perché lo si fa, dove lo si fa, con quale forma, con quale misura, con quale idea di città.
Per ora, questa idea non si vede. Si vede invece una certa vaghezza. E la vaghezza, in architettura, è pericolosa. Perché permette a tutti di dire la propria senza assumersi davvero una responsabilità. Chi è favorevole può immaginare un capolavoro discreto, ipogeo, sostenibile, quasi invisibile. Chi è contrario può immaginare un mostro di cemento dentro il parco. Entrambi discutono di fantasmi.
La domanda seria è un’altra: che museo vuole diventare la Galleria Borghese? Vuole restare un capolavoro concentrato, quasi perfetto nella sua intensità, dove la visita è limitata ma memorabile? Oppure vuole allargarsi, moltiplicare funzioni, produrre eventi, didattica, contemporaneo, servizi, nuove economie culturali? Non è una domanda tecnica. È una domanda culturale.
E qui, forse, occorre prudenza. La Galleria Borghese non è un museo generico. Non è un centro culturale polifunzionale. Non è una macchina per eventi. È una concentrazione di opere, stanze, affreschi, sculture, luce, potere, collezionismo, piacere. Caricarla di nuove funzioni può essere utile. Ma può anche indebolirne l’identità. Il museo contemporaneo tende sempre ad allargarsi: bookshop, caffetteria, laboratori, sale conferenze, mostre temporanee, percorsi inclusivi, depositi visitabili. Tutto giusto. Ma non tutto deve stare dappertutto.
Insomma: l’ampliamento può essere una cattiva idea. E può essere giustificato solo se nasce da una diagnosi severa e non da un’occasione politico-comunicativa. Solo se si chiarisce che cosa manca davvero, che cosa può essere spostato, che cosa deve restare, che cosa non va duplicato. Solo se il concorso non diventa l’alibi per mettere in moto un processo già orientato. Solo se la città viene coinvolta non con la retorica del dono, ma con la precisione delle scelte.
Altrimenti avremo il solito copione romano. I favorevoli parleranno di modernità. I contrari parleranno di scempio. Le istituzioni si rimpalleranno competenze. Gli sponsor rivendicheranno generosità. I giornali costruiranno tifoserie. E il progetto, che dovrebbe essere il centro della discussione, arriverà per ultimo.
Non sarebbe poco, invece, partire da lì. Da un’idea limpida che deve essere alla base del concorso stesso, da una scelta culturale preliminare, da un programma museografico serio. E magari anche dal coraggio di scoprire che la soluzione migliore potrebbe non essere costruire ed essere addirittura più selettivi negli ingressi. Perché il problema non è massimizzare flussi, servizi e permanenza media del visitatore, come se un museo fosse un aeroporto culturale. Non è staccare più biglietti, avere un ristorante dentro il museo e più tele esposte in una corsa all’efficienza industriale che poco ha a che vedere con le ragioni profonde della cultura. Insomma: l’efficienza di un museo all’americana, potrebbe distruggere un museo che custodisce altri valori. L’overturism, lo vediamo nelle nostre città d’arte oramai ridotte ad essere la parodia di se stesse, porta insieme ai soldi anche gravi disastri.
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