L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 61
L’architettura produttrice di soluzioni o creatrice di senso collettivo? Per questo bivio passa o meno il dominio dell’AI sulla nostra civiltà
L’aspetto più inquietante dell’intelligenza artificiale non è la potenza. È che nessuno sa davvero come funzioni. Conosciamo il codice ma non sappiamo spiegare in modo trasparente e lineare perché produca risposte, ragionamenti, immagini, decisioni. È la prima volta che un manufatto costruito dall’uomo sfugge al pieno controllo concettuale.
Da qui un misto di fascinazione e paura. Ogni settimana scopriamo nuovi usi dell’AI. Dalla medicina alla logistica, dalla scrittura alla guerra. Perfino il Papa ha sentito il bisogno di intervenire pubblicamente sul tema. Segno che la questione non è più tecnica ma antropologica. Molti hanno la sensazione di avere aperto un vaso di Pandora.
L’architettura è uno dei settori in cui l’impatto potrebbe essere più radicale. Già oggi esistono sistemi capaci di generare planimetrie, prospetti, rendering, varianti tipologiche, stime economiche. Una rivoluzione radicale che comporterà una trasformazione profonda delle società di progettazione. E forse anche la morte dell’architetto. (…)
L’argomento è semplice: se oggi traduciamo automaticamente testi in decine di lingue da soli e senza più ricorrere a traduttori professionisti, domani perché dovremmo pagare uno studio di architettura per produrre varianti progettuali che una macchina può generare in pochi secondi? Basterà addestrare un modello con norme, tipologie, stili, costi, prestazioni energetiche e ottenere infinite soluzioni su richiesta.
Si delineano due scenari opposti.
Il primo è relativamente ottimista. L’AI sarebbe uno strumento, e gli strumenti sono moralmente neutrali. Con un coltello si taglia una torta o si uccide qualcuno: dipende dall’uso che se ne fa. In questa prospettiva l’intelligenza artificiale è una tecnologia potentissima, con enormi possibilità di migliorare la vita umana e alcuni rischi da governare, non più inquietante in sé di altre tecnologie ad alto impatto come l’energia nucleare.
Potremmo chiamarlo il modello dei superpoteri. Come il telefono e il computer ci hanno dato capacità impensabili fino a pochi decenni fa, l’AI amplierebbe le nostre facoltà progettuali: analizzare più dati, esplorare più alternative, simulare più scenari, coordinare processi complessi.
Il secondo scenario è decisamente più cupo. L’AI sarebbe l’inizio di una nuova forma di intelligenza destinata a emanciparsi progressivamente dall’uomo. Non necessariamente una copia della mente umana, ma un sistema capace di apprendere, decidere, riprodursi e sfuggire al controllo. Senza arrivare alla fantascienza delle macchine coscienti, basterebbe una versione più modesta di questa ipotesi: sistemi che svolgono autonomamente gran parte delle attività professionali. Nel caso dell’architettura la domanda diventerebbe brutale: perché pagare un architetto se un software produce il progetto in modo quasi gratuito?
L’architetto e teorico Neil Leach nel suo recente libro sull’AI in architettura sembra propendere per la prima ipotesi. L’intelligenza artificiale, sostiene, è uno strumento. E come tutti gli strumenti efficienti metterà fuori mercato chi non lo usa. Non eliminerà gli architetti come categoria, ma penalizzerà quelli che resteranno ancorati ai metodi precedenti. È già accaduto con il CAD, con il BIM e con ogni grande innovazione tecnologica.
Anzi, l’AI potrebbe persino razionalizzare un settore spesso frammentato, disorganico e non privo di improvvisazione. Nuove competenze emergeranno: specialisti di dati, curatori di modelli, progettisti capaci di dialogare con sistemi generativi. Il coltello, insomma, servirà più a rendere efficiente il lavoro che a distruggere il mestiere.
La conclusione è rassicurante, ma solo fino a un certo punto. Anche ammesso che l’AI non diventi una nuova specie autonoma, sarebbe ingenuo credere che le tecnologie siano neutrali. Qui torna utile Marshall McLuhan. McLuhan osservava che ogni tecnologia modifica il nostro modo di percepire il mondo. Il famoso esempio del bastone del cieco ci dice che il bastone non è un oggetto esterno: diventa un prolungamento del corpo e del sistema percettivo. Attraverso quel bastone il mondo viene sentito in un certo modo e non in un altro.
Il digitale ha già trasformato la nostra mente. Abbiamo delegato a smartphone e laptop porzioni crescenti della memoria, dell’orientamento, del calcolo, perfino delle relazioni sociali. Quando perdiamo l’accesso a questi dispositivi ci sentiamo disorientati. Non è vero, dunque, che gli strumenti lasciano intatto il processo progettuale. Un architetto che disegna a mano, uno che lavora in CAD e uno che progetta con sistemi generativi non pensano esattamente nello stesso modo. Gli strumenti non determinano completamente il pensiero, ma lo orientano.
Nel campo della progettazione stanno emergendo almeno due atteggiamenti.
- L’AI come laboratorio interno.
Il progettista utilizza la macchina per generare molte alternative, esplorare soluzioni, testare ipotesi. Le varianti servono ad affinare il giudizio dell’architetto, che resta il responsabile della scelta finale. Qui l’autorialità viene rafforzata: l’AI diventa un acceleratore della ricerca progettuale. - L’AI come catalogo per il cliente.
Le molte soluzioni generate vengono presentate direttamente al committente, che sceglie quella che preferisce. L’architetto assume il ruolo di facilitatore o tecnico esecutivo. In questo caso l’autorialità si dissolve: il progetto diventa una combinazione di preferenze espresse dal mercato.
A prima vista sembrerebbe una semplice differenza di stile professionale. In realtà la questione è molto più profonda.
Se l’edificio è soltanto un servizio reso al committente, allora ha senso lasciare al cliente la scelta diretta tra migliaia di opzioni generate dalla macchina. L’architetto diventa un fornitore di soluzioni.
Ma se l’architettura è anche un servizio reso alla comunità, cioè qualcosa che incide sul paesaggio, sullo spazio pubblico, sulla qualità urbana, sull’ambiente e sulla vita collettiva, allora occorre una figura che assuma una responsabilità più ampia del semplice soddisfacimento immediato del cliente.
È qui che la discussione sull’intelligenza artificiale incrocia una domanda antica: l’architetto è un tecnico o un professionista? Un esecutore di desideri o un interprete dell’interesse collettivo? La risposta cambia radicalmente il futuro della categoria.
Forse il rischio principale non è che le macchine diventino più intelligenti di noi. È che noi rinunciamo progressivamente al nostro ruolo sociale. L’AI può produrre infinite forme, ma non decide quali meritino di essere costruite. Può ottimizzare costi e prestazioni, ma non stabilisce quali valori debbano guidare una città. Può generare immagini seducenti, ma non assume la responsabilità delle conseguenze sociali, ambientali e culturali di un edificio.
Per questo la questione non è soltanto tecnologica. È politica, culturale e professionale. L’AI cambierà certamente il modo di progettare. Ridurrà alcuni lavori, ne creerà altri, aumenterà la produttività e abbasserà le barriere d’ingresso. Ma il punto decisivo sarà capire se l’architettura continuerà a essere considerata una pratica di responsabilità pubblica oppure diventerà un servizio automatizzato governato dalle preferenze del mercato.
Il futuro dell’architetto dipenderà meno dalla potenza degli algoritmi che dalla capacità della professione di rivendicare il proprio ruolo culturale. Se l’architettura è soltanto produzione di soluzioni, la macchina avrà un vantaggio enorme. Se invece è costruzione di senso, interpretazione dei bisogni collettivi e assunzione di responsabilità verso la città e il paesaggio, allora l’AI resterà uno strumento, per quanto straordinario, nelle mani di chi progetta.
La differenza è sottile ma decisiva. Ed è probabilmente la vera battaglia che si apre oggi.
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