L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 44
La Roma ‘camminata’ di Rutelli e la Napoli infinita di Vargas: la vita concreta che abita gli spazi della città
È nelle città che il rapporto tra spazio costruito e vita vissuta si manifesta nella sua forma più evidente e, insieme, più enigmatica. Le città non sono mai semplici contenitori di funzioni, né scenografie immobili davanti alle quali scorre la storia. Sono organismi nervosi, sistemi porosi, architetture attraversate da desideri, conflitti, adattamenti. Crescono seguendo le traiettorie del potere, certo: piani regolatori, demolizioni, assi viari, retoriche monumentali. Ma crescono soprattutto per opera degli abitanti, che continuamente le trasformano, piegando le forme alle necessità quotidiane, agli espedienti, alle invenzioni minute. Le rendono meno astratte, meno ideologiche, più umane. (…)
Da questo punto di vista, ogni città è un’opera in divenire. Non esiste città compiuta, cristallizzata una volta per tutte. Esistono piuttosto stratificazioni, aggiunte, cancellature, riusi. E questo è vero in modo particolare per le città con una lunga storia, quelle in cui il tempo non ha semplicemente depositato tracce, ma ha costruito un palinsesto. Quasi tutte le città italiane, dunque, dove l’antico non è mai del tutto antico, il moderno non è mai davvero moderno e il contemporaneo deve fare i conti con le preesistenze.
Non sorprende, allora, che attorno alla città si sia accumulata una letteratura sterminata. Una bibliografia che non accenna a esaurirsi, perché inesauribile è il suo oggetto. Ogni città genera racconti, guide, saggi, memorie, romanzi; e più è complessa la sua stratificazione, più intensa è la produzione di sguardi che la interrogano. Penso, per esempio, al libro di Francesco Rutelli, Roma camminando (2024), che propone diciotto itinerari a piedi dalle sponde del Tevere ai Fori, invitando il lettore a riscoprire la città attraverso il gesto elementare e rivoluzionario del camminare. O al più recente libro dello stesso autore, Roma, la città dei segreti (2025), dove la Capitale è esplorata nei suoi misteri, nelle trasformazioni urbane, nelle storie di santi e cortigiane, nei lati nascosti della città millenaria. Libri che dichiarano, anche polemicamente, una distanza dall’approccio superficiale ai monumenti dettato dalla velocità dei social media: contro l’immagine istantanea, l’esperienza lenta; contro il consumo distratto, l’attraversamento consapevole.
Tra le città che più di altre catalizzano attenzione, insieme a Roma, non poteva mancare Napoli. Non soltanto per la presenza di architetture e monumenti di valore straordinario, ma per il modo in cui la città è abitata, vissuta, reinventata ogni giorno dai suoi cittadini. Napoli non è solo un catalogo di emergenze architettoniche; è un teatro permanente in cui lo spazio pubblico è continuamente riscritto dai comportamenti, dai suoni, dai corpi.
In questo panorama si colloca Napoli infinita di Davide Vargas, tra i contributi più interessanti degli ultimi anni. Vargas, come ci ricorda lui stesso, è nato a Ferragosto del 1956, si è laureato a Napoli nel 1980, a ridosso del terremoto: un evento che ha segnato non solo la città ma un’intera generazione di architetti, costretti a confrontarsi con la fragilità materiale e simbolica del costruito. Definito un “letterato-architetto”, Vargas ha realizzato opere significative come il Municipio di San Prisco, la Casa per studenti e la Casa a righe ad Aversa. Le sue prime architetture sono raccolte in Opere e Omissioni_Works and Omissions (letteraVentidue, 2014), titolo già rivelatore di un atteggiamento critico verso il proprio lavoro, fatto di costruzioni ma anche di consapevoli silenzi.
E tuttavia, se l’architettura è il suo mestiere, la scrittura è la sua dichiarata passione. Dal 2009, con Racconti di qui, fino a Racconti di architettura (2012) e Città della poesia, Vargas ha costruito un percorso narrativo che culmina nel 2017 con L’altra città [guida sentimentale di Napoli], chiudendo quella che è stata definita la trilogia dei luoghi parlanti. Dal 2017 conduce inoltre su “la Repubblica Napoli” una rubrica settimanale, “Narrazioni”, dove racconta e disegna un pezzo di città: parole e schizzi, analisi e impressioni. La sua dichiarazione programmatica è illuminante: «Sono architetto. Vivo e lavoro qui a Napoli. Progetto, scrivo, disegno. A chi mi chiede rispondo che praticamente faccio sempre la stessa cosa: costruire con i linguaggi che possiedo tasselli di una personalissima cattedrale».
In questa frase c’è molto del suo metodo. Costruire con i linguaggi: non separare il progetto dal racconto, il disegno dall’osservazione, l’analisi dall’esperienza. Architetto, Vargas possiede gli strumenti per decodificare segni e significati, per leggere la città come sistema di relazioni, per individuare permanenze e trasformazioni. Ma è anche un camminatore instancabile, consapevole che le analisi troppo pulite rischiano di essere false, perché espungono la vita concreta che abita gli spazi. Camminare, per lui, non è un gesto romantico ma uno strumento conoscitivo. È nel passo che la teoria si sporca, si mette alla prova, si contraddice.
C’è poi il taccuino, che porta sempre con sé. In esso Vargas annota ciò che vede con disegni sintetici ed efficaci: schizzi che non pretendono di essere rappresentazioni esaustive, ma catture rapide dell’essenziale. Il disegno come forma di attenzione in un tempo che tende alla distrazione.
Già in un libro precedente, Vargas sosteneva che i luoghi sono scontrosi. Non si concedono a uno sguardo distratto. Non basta guardarli, bisogna saperli osservare. E osservare significa portare l’architettura fuori dagli ambiti specialistici, sottrarla al linguaggio autoreferenziale degli addetti ai lavori, per reintegrarla nel flusso della vita. L’analisi deve intrecciarsi con le abitudini, con il cinema, la musica, la letteratura, la fotografia, il mito. Deve dialogare non solo con l’esperienza personale, ma con le interpretazioni di chi, prima di noi, ha raccontato Napoli: da Riccardo Dalisi a Fabrizio Carola, da Raffaele La Capria a Eduardo De Filippo, da Matilde Serao a Wim Wenders.
Napoli infinita è un libro corposo e insieme godibile, costruito come un mosaico di storie. Non un trattato sistematico, ma una costellazione di episodi, luoghi, incontri. Una scrittura che procede per accumulo e per deviazioni, restituendo la natura irregolare della città stessa. In queste pagine, Napoli è un campo di tensioni: tra centro e periferia, tra memoria e trasformazione, tra progetto e uso improprio.
Il merito maggiore del libro, forse, è ricordare a chi si occupa di architettura e a chi semplicemente abita una città che lo spazio urbano non è fatto di forme morte, per quanto esteticamente rilevanti. È fatto di contaminazioni continue tra le forme e gli usi, talvolta ordinati, talvolta deliranti, delle persone. È in questa contaminazione che la città trova la sua verità.
Vargas non indulge in nostalgie né in facili celebrazioni. Sa che Napoli, come tutte le grandi città, è attraversata da contraddizioni. Ma proprio per questo invita a guardarla senza semplificazioni. Un progettista che ignori questo intreccio di valori e conflitti rischia di condannare i propri edifici alla marginalità o, peggio, al fallimento: le esperienze dello Zen, del Corviale, delle Vele insegnano quanto possa essere fragile un’architettura che non dialoga con la complessità sociale.
E tuttavia il libro non è solo per architetti. È per chiunque voglia comprendere meglio la città in cui vive, riconoscendo che ogni gesto quotidiano – aprire una finestra, occupare un marciapiede, sostare in una piazza – partecipa a una trasformazione continua. In questo senso, Napoli infinita è anche un invito alla responsabilità: la città non è altro da noi, ma il risultato delle nostre azioni reiterate nel tempo.
Leggendo Vargas, si ha l’impressione che Napoli non sia semplicemente oggetto di studio, ma interlocutrice. Una città che resiste, che risponde, che talvolta contraddice chi la osserva. Forse è questo il senso dell’aggettivo “infinita”: non tanto un’estensione senza limiti, quanto un inesauribile campo di interpretazioni. Ogni sguardo ne coglie un frammento, ogni racconto aggiunge una tessera al mosaico.
In un’epoca in cui la città rischia di essere ridotta a brand o a sfondo per selfie, il libro di Vargas rappresenta un gesto controcorrente. Restituisce profondità allo spazio urbano, ne riconosce la densità storica e insieme la precarietà contemporanea. E lo fa con una scrittura che non rinuncia alla precisione dell’architetto né alla libertà del narratore.
Napoli infinita non offre soluzioni, né propone ricette. Offre uno sguardo allenato, partecipe, critico che invita a camminare, a osservare, a sostare. A riconoscere che la città, come ogni grande opera collettiva, non è mai conclusa. È, appunto, infinita.
Davide Vargas, Napoli infinita, La nave di Teseo, Milano 2025, euro 22,00.
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