INTERVISTE MASTERPLAN/3
Maurizio Carta: “Il termine masterplan non mi piace, preferisco cityforming per descrivere un processo incrementale e adattativo che non controlla ma genera”

PRESENTAZIONE REPORT FOCUS2R OSSERVATORIO NAZIONALE INFRASTRUTTURE DI CONFINDUSTRIA ANCMA
1) Il Masterplan può essere considerato uno strumento per inserire, con una certa quota di flessibilità, il progetto di rigenerazione urbana all’interno della pianificazione urbanistica?
È importante una riflessione prospettica sul significato del masterplan per le città di un diverso presente poiché serve un cambio di paradigma. Il masterplan, infatti, nasce nel cuore del Novecento per essere uno strumento regolativo, dirigista, deterministico e arrogantemente predittivo. Non credo che oggi sia il dispositivo adatto per affrontare la complessità: il masterplan è “la voce del padrone” e la sua stessa natura rifiuta qualsiasi flessibilità e adattabilità. In effetti in Italia, quando invochiamo il masterplan riteniamo di far riferimento a qualcosa di diverso dal piano regolativo e traduciamo il termine con una libertà lessicale eccessiva. Credo che sia il caso di usare un altro termine: io uso cityforming per indicare un processo incrementale e adattivo che non determina ma abilita, che non controlla ma genera.
2) Da un punto di vista normativo, che tipo di strumento sarebbe opportuno e in quale legge andrebbe inserito come elemento di riforma (riforma legge 1150/1942, riforma Testo unico edilizia, nuova legge su rigenerazione urbana all’esame del Senato, provvedimento a sé)?
Il problema non si risolve con un solo intervento normativo e tantomeno con la “legge sulla rigenerazione urbana” che, nel tentativo di promuoverla e facilitarla, la irrigidisce, ne disinnesca l’eresia, ne anestetizza le potenzialità e, soprattutto, non la libera dal dirigismo della legge urbanistica del 1942, facendone solo una complicata antagonista. Sembra di essere davanti alla cosiddetta “trappola di Tucidide”, quando una potenza egemone (l’urbanistica regolativa) si sente minacciata da una potenza emergente (l’urbanistica incrementale) e entrambe si avviano verso un aspro conflitto per il dominio.
3) Quali dovrebbero essere i tre contenuti caratterizzanti del Masterplan?
Premesso che non è ancora il termine giusto ma in mancanza di meglio lo uso per capirci, un “masterprogram”, cioè un processo incrementale e adattivo, sempre aperto e capace di misurare effetti e impatti dovrebbe contenere indifferenza funzionale per garantire la flessibilità opportuna, standard non conformativi ma prestazionali per accogliere il più ampio spettro dei diritti, miscelazione delle funzioni per perseguire contemporaneamente il vicinato e il desiderio. Infine serve far ritornare il tempo (temporalità e temporaneità) nelle trasformazioni urbane.
4) Rispetto alla situazione attuale che si trova a fronteggiare un amministratore, qual è il principale vantaggio che può apportare?
Un progetto urbanistico adattivo e incrementale permetterebbe di uscire dalla trappola delle varianti continue che scardinano la rigidezza pur accettandola e perpetuando la, internalizzando il placemaking e gli usi temporanei, i patti di collaborazione e gli spazi ibridi si sincronizzerebbe l’azione urbanistica con la vita reale delle persone, non ridotte a media statistica o a un obsoleto “modulor” (uomo bianco, normodotato e cisgender).
5) Nell’attuale contesto delle politiche nazionali, il Masterplan è secondo lei una priorità da inserire nelle riforme in corso?
Servirebbe una riforma di sistema che agisca sulla norma urbanistica generale e sulle norme edilizie, ma anche sui regimi fiscali e amministrativi poiché alcune soluzioni passeranno anche da un sistema di incentivi, premialità e oneri, non tralasciando la necessità di un’agenda urbana nazionale che permetta anche di stabilire gerarchie e ruoli delle città metropolitane italiane evitando l’effetto di una indistinta nebulosa di urbanità propulsiva. Inoltre, si potrebbe introdurre, come fatto in Francia dal 2016, un “permesso di innovare” che consentirebbe ad alcune città mature e ad alcuni progetti di qualità di definire trasformazioni che non debbano essere già conformi a norme e regole che non percepiscono ancora alcune innovazioni ma che siano i prototipi a definire le regole necessarie. Insomma, anche l’urbanistica deve riappropriarsi della vitalità della sperimentazione clinica e non rimanere nella comfort zone dei manuali, dei codici, delle norme unificanti un mondo plurale percepito come eresia da normalizzare invece che come biodiversità da coltivare.