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L’emergenza abitativa incontra l’implosione amministrativa. Il nuovo Piano Casa arriva con parole importanti: emergenza abitativa, alloggi accessibili, recupero del patrimonio pubblico, rigenerazione urbana, canoni calmierati, edilizia sociale, cohousing, giovani, studenti, lavoratori fuori sede, genitori separati, anziani. Tutto giusto. Tutto necessario. Tutto anche molto bello da leggere. Il punto, però, è un altro: chi lo farà funzionare davvero?
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Peccioli è un comune di circa 4.400 abitanti in Toscana in provincia di Pistoia, noto anche alle cronache nazionali per essere stato inserito tra i “borghi più belli d’Italia” nell’edizione 2024. Ma Peccioli è molto di più. È un sistema di sviluppo locale diverso, costruito nel tempo con una visione che tiene insieme economia, ambiente, comunità e cultura.
C’è un piccolo comune incastonato tra le pieghe alte della Val Maira, Elva. Settantanove abitanti. Una manciata di case, una comunità che si conosce per nome. E poi, come una colata improvvisa di cemento e buone intenzioni, arrivano venti milioni di euro dal PNRR. Dodici progetti. Un osservatorio astronomico, un centro studi, una scuola per “riabitare le Alpi”, una foresteria, un museo immersivo, infrastrutture energetiche, sentieri riqualificati. Un elenco che, più che un piano per un borgo alpino, sembra il programma triennale di una piccola capitale culturale. E allora la domanda, nuda e senza riguardi: servivano davvero tutte queste opere?
C’è un errore che pesa più degli altri: quello che arriva quando sei già a terra. Le fatture inviate ai feriti di Crans-Montana non sono solo uno scivolone amministrativo, sono un promemoria brutale di quanto ogni atto della Pubblica Amministrazione abbia un impatto diretto, concreto, spesso doloroso sulla vita delle persone.
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C’è qualcosa di profondamente italiano nel fatto che, di fronte alla complessità dei cantieri pubblici, la risposta non sia più ingegneristica, amministrativa o organizzativa, ma antropologica. A Torino, infatti, il Comune ha pensato bene di “arruolare” gli umarell: pensionati trasformati in sentinelle civiche dei lavori pubblici. “Il Consiglio comunale invita la giunta a promuovere un progetto che preveda il coinvolgimento degli ‘umarell’ – in forma organizzata e riconosciuta, per monitorare l’andamento dei cantieri in città”, questo è quanto si legge sul sito del comune.
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Ci sono luoghi, in ogni città, che raccontano una storia silenziosa: edifici pubblici chiusi, finestre sbarrate, spazi che il tempo sta lentamente consumando. Intorno, però, le comunità continuano a chiedere servizi, opportunità, luoghi di incontro. È qui che emerge una frattura evidente. Non è solo una questione estetica o amministrativa. È una perdita concreta di opportunità sociali, economiche e civiche.
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Spesso guardiamo con diffidenza i data center. Li percepiamo come presenze ingombranti, difficili da accettare nei nostri territori. Consumano suolo, energia, acqua. Non li vogliamo vicino casa. Anzi, non li vogliamo affatto. Temiamo che l’intelligenza artificiale ci porterà via il lavoro, che automatizzerà ciò che resta umano, che sostituirà più che affiancare.
Poi però torniamo a casa. E lì, spesso in silenzio, c’è una domanda che non riusciamo più a rimandare: chi si prende cura dei nostri anziani? (…)
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A tre mesi dalla conclusione del PNRR, la domanda non è più “ce la faremo?”, ma “cosa resterà davvero di questa avventura?”
E, forse ancora più scomoda è la domanda: tutto quello che abbiamo realizzato con i fondi PNRR ci serviva veramente? E soprattutto, ora che lo abbiamo, abbiamo già pensato a come mantenerlo, prima che entri nella lunga lista delle cose belle ma troppo costose da sostenere?
Chi lavora dentro gli enti locali lo sa bene. Non serve nemmeno dirlo ad alta voce: basta entrare in un ufficio tecnico qualsiasi, ascoltare le conversazioni a bassa voce, osservare le scrivanie stratificate di pratiche e faldoni. I tecnici comunali chiedono pietà, ma senza proclami. Piuttosto con silenzi stanchi e mail mandate anche a notte fonda. (…)
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C’è una parola che torna quando si parla di territori che funzionano davvero: prossimità. Non è solo distanza fisica. È capacità di stare dentro lo stesso ritmo: imprese, istituzioni, competenze. Ed è qui che si inserisce la sfida delle Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS) promosse da Regione Lombardia. (…)