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Alla fine il 30 giugno 2026 è arrivato. La data che per quattro anni ha scandito il tempo della Pubblica Amministrazione non è più una scadenza da inseguire, ma un punto di arrivo. Per mesi abbiamo vissuto tra milestone, target, bandi, cronoprogrammi e piattaforme di rendicontazione, in una corsa continua che ha portato miliardi di euro nei territori e ha costretto gli enti pubblici a cambiare passo come probabilmente non era mai accaduto prima. Ora, però, inizia la parte più difficile.
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C’è qualcosa che non torna nel dibattito che da settimane accompagna il nuovo Piano Casa. Non tornano i toni trionfalistici, non torna la continua rincorsa all’annuncio successivo e non torna soprattutto l’impressione che si stia affrontando una delle questioni più delicate del Paese guardando soltanto una parte del problema.
Perché è certamente vero che in Italia esiste un’emergenza abitativa. È vero che molte famiglie non riescono ad acquistare una casa, che i giovani faticano a costruire un proprio percorso di autonomia, che nelle grandi città i costi degli affitti hanno raggiunto livelli insostenibili e che esiste un enorme patrimonio edilizio pubblico e privato che potrebbe essere recuperato e restituito alle comunità. Nessuno mette in discussione questi aspetti e nessuno può negare che servano politiche coraggiose e strumenti efficaci.
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La vicenda della Torre Milano si è chiusa, almeno per ora, con una sentenza che farà discutere a lungo. Non perché abbia stabilito che il fatto non esisteva. Al contrario. Il fatto c’era. Il Tribunale di Milano qualche giorno fa, ha assolto gli imputati con la formula “il fatto non costituisce reato“, riconoscendo l’assenza dell’elemento soggettivo. Tradotto: costruttori, professionisti e funzionari pubblici hanno operato seguendo un sistema interpretativo che per anni era stato considerato corretto, consolidato e legittimo. Tutti assolti. Fine della storia? In realtà no. Perché la vera domanda non riguarda gli imputati. Riguarda tutti noi.
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Il recente censimento permanente delle istituzioni non profit pubblicato dall’ISTAT per l’anno 2025 dati pubblicati i primi giorni di giugno che offre una fotografia interessante del nostro Paese. Le organizzazioni del Terzo Settore continuano a crescere e rappresentano oggi una componente strutturale della vita sociale italiana. Non si tratta soltanto di numeri. Dietro le oltre 360 mila organizzazioni censite, i lavoratori impiegati e i milioni di volontari coinvolti, emerge un dato particolarmente significativo: una parte rilevante di queste realtà collabora stabilmente con gli enti locali e con le amministrazioni pubbliche.
Leggendo il rapporto, però, la riflessione più interessante non riguarda la crescita del Terzo Settore, ma il ruolo che esso svolge quotidianamente nelle nostre comunità. La domanda che dovremmo porci è semplice: come sarebbero oggi i nostri Comuni senza il Terzo Settore?
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Buon compleanno, Repubblica. Ottant’anni rappresentano un traguardo importante per una nazione. Sono il tempo necessario per vedere alternarsi generazioni, trasformarsi città e territori, nascere e crescere istituzioni, affrontare crisi economiche, cambiamenti sociali, rivoluzioni tecnologiche e sfide che i Padri Costituenti probabilmente non avrebbero potuto immaginare nei dettagli, ma che, sorprendentemente, sembrano aver previsto nei loro principi fondamentali. Ottant’anni dovrebbero essere sufficienti anche per comprendere fino in fondo il significato di una delle espressioni più utilizzate nel dibattito pubblico e, allo stesso tempo, una delle più abusate: il bene comune.
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Con il primo vero caldo torna puntualmente l’emergenza. I titoli dei giornali parlano di temperature record, le ordinanze invitano gli anziani a non uscire nelle ore più calde e a mangiare più frutta, si moltiplicano gli allarmi sanitari e improvvisamente scopriamo che le nostre città sono diventate invivibili. Come se non lo sapessimo già. Come se il problema fosse arrivato all’improvviso insieme all’estate e non fosse invece il risultato di decenni di urbanistica pensata ignorando completamente il clima. Ed è forse proprio questa la cosa più inquietante: continuiamo a comportarci come se ogni estate fosse una sorpresa.
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C’è una domanda che continua a ronzarmi in testa ogni volta che leggo l’ennesima norma “semplificatrice” sul tema della casa, dei cambi di destinazione d’uso “smart” o degli affitti brevi. Ma davvero pensiamo che una città possa essere governata a colpi di decreto? Davvero crediamo che basti scrivere “semplificato” dentro una legge per trasformare automaticamente un territorio in un luogo migliore da vivere? Perché il rischio, oggi, è esattamente questo: scambiare la velocità con la visione.
Scambiare il mercato con la pianificazione. Scambiare l’emergenza con il governo del territorio.
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L’emergenza abitativa incontra l’implosione amministrativa. Il nuovo Piano Casa arriva con parole importanti: emergenza abitativa, alloggi accessibili, recupero del patrimonio pubblico, rigenerazione urbana, canoni calmierati, edilizia sociale, cohousing, giovani, studenti, lavoratori fuori sede, genitori separati, anziani. Tutto giusto. Tutto necessario. Tutto anche molto bello da leggere. Il punto, però, è un altro: chi lo farà funzionare davvero?
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Peccioli è un comune di circa 4.400 abitanti in Toscana in provincia di Pistoia, noto anche alle cronache nazionali per essere stato inserito tra i “borghi più belli d’Italia” nell’edizione 2024. Ma Peccioli è molto di più. È un sistema di sviluppo locale diverso, costruito nel tempo con una visione che tiene insieme economia, ambiente, comunità e cultura.
C’è un piccolo comune incastonato tra le pieghe alte della Val Maira, Elva. Settantanove abitanti. Una manciata di case, una comunità che si conosce per nome. E poi, come una colata improvvisa di cemento e buone intenzioni, arrivano venti milioni di euro dal PNRR. Dodici progetti. Un osservatorio astronomico, un centro studi, una scuola per “riabitare le Alpi”, una foresteria, un museo immersivo, infrastrutture energetiche, sentieri riqualificati. Un elenco che, più che un piano per un borgo alpino, sembra il programma triennale di una piccola capitale culturale. E allora la domanda, nuda e senza riguardi: servivano davvero tutte queste opere?
C’è un errore che pesa più degli altri: quello che arriva quando sei già a terra. Le fatture inviate ai feriti di Crans-Montana non sono solo uno scivolone amministrativo, sono un promemoria brutale di quanto ogni atto della Pubblica Amministrazione abbia un impatto diretto, concreto, spesso doloroso sulla vita delle persone.
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C’è qualcosa di profondamente italiano nel fatto che, di fronte alla complessità dei cantieri pubblici, la risposta non sia più ingegneristica, amministrativa o organizzativa, ma antropologica. A Torino, infatti, il Comune ha pensato bene di “arruolare” gli umarell: pensionati trasformati in sentinelle civiche dei lavori pubblici. “Il Consiglio comunale invita la giunta a promuovere un progetto che preveda il coinvolgimento degli ‘umarell’ – in forma organizzata e riconosciuta, per monitorare l’andamento dei cantieri in città”, questo è quanto si legge sul sito del comune.
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Ci sono luoghi, in ogni città, che raccontano una storia silenziosa: edifici pubblici chiusi, finestre sbarrate, spazi che il tempo sta lentamente consumando. Intorno, però, le comunità continuano a chiedere servizi, opportunità, luoghi di incontro. È qui che emerge una frattura evidente. Non è solo una questione estetica o amministrativa. È una perdita concreta di opportunità sociali, economiche e civiche.
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Spesso guardiamo con diffidenza i data center. Li percepiamo come presenze ingombranti, difficili da accettare nei nostri territori. Consumano suolo, energia, acqua. Non li vogliamo vicino casa. Anzi, non li vogliamo affatto. Temiamo che l’intelligenza artificiale ci porterà via il lavoro, che automatizzerà ciò che resta umano, che sostituirà più che affiancare.
Poi però torniamo a casa. E lì, spesso in silenzio, c’è una domanda che non riusciamo più a rimandare: chi si prende cura dei nostri anziani? (…)
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A tre mesi dalla conclusione del PNRR, la domanda non è più “ce la faremo?”, ma “cosa resterà davvero di questa avventura?”
E, forse ancora più scomoda è la domanda: tutto quello che abbiamo realizzato con i fondi PNRR ci serviva veramente? E soprattutto, ora che lo abbiamo, abbiamo già pensato a come mantenerlo, prima che entri nella lunga lista delle cose belle ma troppo costose da sostenere?
Chi lavora dentro gli enti locali lo sa bene. Non serve nemmeno dirlo ad alta voce: basta entrare in un ufficio tecnico qualsiasi, ascoltare le conversazioni a bassa voce, osservare le scrivanie stratificate di pratiche e faldoni. I tecnici comunali chiedono pietà, ma senza proclami. Piuttosto con silenzi stanchi e mail mandate anche a notte fonda. (…)
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C’è una parola che torna quando si parla di territori che funzionano davvero: prossimità. Non è solo distanza fisica. È capacità di stare dentro lo stesso ritmo: imprese, istituzioni, competenze. Ed è qui che si inserisce la sfida delle Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS) promosse da Regione Lombardia. (…)