PROSSIMITÀ / 5

Il Consiglio comunale di Torino e gli umarell del PNRR. Ovvero: quando il controllo diventa folklore istituzionale

17 Apr 2026 di Anna Gagliardi

Condividi:

C’è qualcosa di profondamente italiano nel fatto che, di fronte alla complessità dei cantieri pubblici, la risposta non sia più ingegneristica, amministrativa o organizzativa, ma antropologica. A Torino, infatti, il Comune ha pensato bene di “arruolare” gli umarell: pensionati trasformati in sentinelle civiche dei lavori pubblici. “Il Consiglio comunale invita la giunta a promuovere un progetto che preveda il coinvolgimento degli ‘umarell’ – in forma organizzata e riconosciuta, per monitorare l’andamento dei cantieri in città”, questo è quanto si legge sul sito del comune.

La scena è già perfetta così: uomini con le mani dietro la schiena, sguardo severo, commento pronto. Ma ora con una nuova aura istituzionale. Non più spettatori ironici del cantiere, ma quasi un’estensione low cost della pubblica amministrazione.

L’idea, sulla carta, è persino seducente. Trasformare una presenza spontanea in risorsa civica, valorizzare competenze di pensionati spesso tecnici, migliorare il monitoraggio diffuso. In fondo, in un Paese dove il capitale umano invecchia ma non scompare, perché non usarlo? Perché non trasformare la memoria tecnica di una generazione in una forma di vigilanza distribuita?

Eppure, sotto questa patina di innovazione sociale, si intravede una crepa più profonda.

Perché se hai bisogno degli umarell per controllare i cantieri, forse il problema non sono gli umarell. È il sistema.

Torino, come molte città italiane, è attraversata da centinaia di cantieri legati al PNRR, con scadenze serrate, milestone europee e margini di errore ridotti al minimo. Il cronometro di Bruxelles non è un’opinione, e ogni ritardo non è solo un disservizio: è un rischio finanziario, reputazionale, politico. Le prossime scadenze di giugno 2026, incombono.

E allora la domanda vera non è se gli umarell possano aiutare. La domanda è: perché servono?

La risposta ufficiale parla di “complessità” e “carenza di personale”. Tradotto: lo Stato fatica a controllare sé stesso. E quindi esternalizza informalmente il controllo, trasformando una figura folkloristica in un presidio civico. Una soluzione creativa, certo. Ma anche una scorciatoia.

È un’idea brillante o un’ammissione implicita di debolezza?

Il rischio è che il PNRR, invece di rappresentare il salto di qualità nella capacità amministrativa del Paese che tanto aspettavamo, diventi l’ennesima occasione in cui si improvvisa. Dove alla governance si affianca il volontariato, alla programmazione si aggiunge l’occhio critico del pensionato, alla struttura si sovrappone la cultura del “vediamo come va”.

Una cultura che funziona, per carità. L’Italia è maestra nell’equilibrio instabile tra regola e adattamento. Ma il PNRR non è stato un contesto qualsiasi: è stato un banco di prova europeo, con regole rigide e tempi non negoziabili.

Gli umarell, in fondo, sono il simbolo perfetto dell’Italia: osservano, commentano, segnalano. Ma non decidono. Non progettano. Non rispondono. Non firmano varianti, non gestiscono contenziosi, non presidiano i cronoprogrammi e questo è il punto.

Un sistema maturo non ha bisogno di osservatori spontanei per funzionare. Li può valorizzare, certo. Può integrarli come elemento di trasparenza. Ma non può dipenderne. Perché il confine tra partecipazione civica e supplenza istituzionale è sottile, e quando lo si supera si entra in una zona grigia dove tutto funziona… finché qualcuno guarda.

C’è anche un paradosso più sottile. Gli umarell nascono come caricatura dell’inerzia: chi guarda lavorare gli altri. Ora diventano strumento per garantire che gli altri lavorino davvero. È come se il sistema, incapace di auto-regolarsi, avesse bisogno di uno specchio ironico per correggersi.

Un meta-controllo, quasi letterario. Una forma di autocoscienza collettiva che però arriva sempre dall’esterno, mai dall’organizzazione.

E qui il PNRR è diventato lo sfondo perfetto per questa contraddizione. Perché il Piano non ci ha chiesto solo di spendere risorse, ma di cambiare modo di operare: rafforzare competenze, strutture, responsabilità. Non basta fare i lavori. Bisogna dimostrare di saperli governare.

Se invece il controllo reale si appoggia a figure simboliche, il messaggio che passa è diverso: che la macchina pubblica continua ad avere bisogno di stampelle informali per reggersi.

E allora forse la provocazione è questa: il vero problema non è arruolare gli umarell. È che senza di loro abbiamo paura che i cantieri non vadano avanti.

È una paura antica, sedimentata. La stessa che ha prodotto generazioni di norme, controlli, contro-controlli. La stessa che oggi, paradossalmente, si traduce in una soluzione quasi poetica: affidarsi allo sguardo di chi passa, osserva e commenta, un po’ come capita troppo spesso sui social.

Ma il futuro amministrativo di un Paese non può essere una scena da marciapiede. Se il PNRR è stato davvero la grande occasione per modernizzare l’Italia, allora la sfida non è inventarsi nuovi umarell, ma rendere superflua la loro necessità. Costruire un sistema in cui il controllo sia interno, strutturato, responsabile. In cui i cantieri avanzino non perché qualcuno li guarda, ma perché qualcuno ne risponde.

Altrimenti rischiamo di raccontarci una favola: quella di un’Italia che innova, mentre in realtà si arrangia, con eleganza, con ironia, perfino con genialità, ma sempre arrangiandosi.

E gli umarell, da questo punto di vista, non sono la soluzione, sono lo specchio.

E, forse, anche un promemoria: finché ci serviranno, vorrà dire che il PNRR non ha ancora cambiato davvero il modo in cui questo Paese costruisce, controlla e si assume la responsabilità delle proprie opere.

Argomenti

Argomenti

Accedi