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La burocrazia che uccide due volte

24 Apr 2026 di Anna Gagliardi

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C’è un errore che pesa più degli altri: quello che arriva quando sei già a terra. Le fatture inviate ai feriti di Crans-Montana non sono solo uno scivolone amministrativo, sono un promemoria brutale di quanto ogni atto della Pubblica Amministrazione abbia un impatto diretto, concreto, spesso doloroso sulla vita delle persone.

Perché dietro ogni pratica non c’è un codice fiscale. C’è una famiglia. C’è qualcuno che sta facendo i conti con un trauma, con una convalescenza, con una quotidianità improvvisamente più fragile. E quando, in quel momento, arriva una richiesta sbagliata, fredda, automatica, il messaggio che passa è semplice: lo Stato non ti vede.

È qui che la burocrazia ferisce due volte. Prima lascia il cittadino solo nell’evento, poi lo colpisce con un errore che poteva e doveva essere evitato.

E non è la prima volta che accade. In passato, dopo terremoti o frane, abbiamo visto richieste di pagamento recapitare a chi non aveva più nemmeno una casa. Atti formalmente corretti, sostanzialmente insostenibili. Come se la realtà non fosse mai entrata nei sistemi che li generavano.

E attenzione: non è solo una questione tecnica. È politica, nel senso più concreto del termine. Perché ogni scelta organizzativa, ogni procedura, ogni automatismo deciso negli uffici ricade poi sulle spalle delle persone. E quando qualcosa non funziona, il costo non è mai astratto: lo pagano i cittadini.

I sindaci, più di chiunque altro, dovrebbero saperlo. Sono il primo volto dello Stato, quelli che incontrano le persone al mercato, per strada, davanti a una scuola. Non possono permettersi una pubblica amministrazione che funziona “in teoria” ma fallisce nella realtà.

Governare una comunità richiede la precisione di un chirurgo e la sensibilità di chi sa che sul tavolo operatorio non c’è un caso, ma una vita. Puoi anche fare un intervento tecnicamente perfetto, ma se perdi il paziente hai comunque fallito.

Ecco, la PA rischia spesso questo: interventi impeccabili sulla carta, disastrosi nella sostanza.

Digitalizzare, accelerare, standardizzare sono obiettivi giusti. Ma senza controllo umano diventano moltiplicatori di errori. Un tempo sbagliava un ufficio, oggi può sbagliare un intero sistema in pochi secondi. E il danno si propaga come una crepa nel vetro: silenzioso, ma rapidissimo.

Per questo serve più attenzione, non meno. Serve qualcuno che si fermi prima di premere “invia” e si chieda: questa cosa ha senso per chi la riceverà?

Non è buonismo, è amministrazione responsabile.

Ogni atto pubblico è una lama: può curare o può ferire. Dipende da come viene usata. E chi governa non può nascondersi dietro la complessità delle procedure. Deve pretendere che funzionino, ma anche che siano giuste.

Perché alla fine la misura dell’efficienza non è quante pratiche chiudi, ma quante persone riesci a non danneggiare.

E se anche una sola famiglia si ritrova a pagare il prezzo di un errore evitabile, allora quella macchina non è efficiente: è solo pericolosa. E chi la guida non può più far finta di non vedere.

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