DIARIO POLITICO / 8

Meloni per il bis a Palazzo Chigi molla Trump e si rifugia nella trincea della riforma elettorale

11 Mag 2026 di Barbara Fiammeri

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L’incontro con Marco Rubio è andato come doveva andare. Nessuno si attendeva plateali riconciliazioni tra Roma e Washington anche perché questo non era il mandato che Donald Trump aveva dato al suo segretario di Stato nonché consigliere per la sicurezza. Ma soprattutto  la non riconciliazione in questo momento va bene anche a Giorgia Meloni. Lo conferma la scelta di far sapere direttamente dalla sua voce che in quell’ora e mezza a Palazzo Chigi si è svolto un confronto “franco”, aggettivo con cui il linguaggio diplomatico sottolina la permanenza delle distanze tra le parti. E la Presidente del Consiglio di questa distanza ha infatti oggi più che mai bisogno, non solo per l’impopolarità di Trump in Italia ma anche per l’imprevedibilità del tycoon. Basti pensare, solo per citare le ultime, alle dichiarazioni sul Papa fatte alla vigilia della missione di Rubio in Vaticano, alle minacce di un inasprimento dei dazi  o a quelle reiterate sul ritiro dei soldati USA dalle basi in Italia.

La distanza aiuta Meloni a prendere tempo e ad evitare di rimanere intrappolata  e contaminata da quello che un tempo definiva il suo principale alleato. Si vive alla giornata sperando che la guerra si fermi, evitando la caduta ulteriore del Pil e il rischio recessione proprio nell’ultimo anno di legislatura. I titoli sul piano casa decennale non bastano certo a rassicurare i cittadini che continuano a subire l’aumento dei prezzi dei carburanti (nonostante gli “sconti” messi in campo dal  governo) già in parte traslati sul carrello della spesa. Meloni lo sa bene ma deve fare buon viso a cattivo gioco augurandosi che la situazione non precipiti ulteriormente. Nel frattempo prova a costruire degli argini per difendere la sua posizione.

Il bis a Palazzo Chigi, che si dava quasi per scontato, si sta trasformando in una salita sempre più ripida per Meloni. La leader della destra vorrebbe  addolcirla con una nuova legge elettorale, argomento al centro del vertice convocato a Palazzo Chigi con gli alleati dieci giorni fa. L’opposizione già minaccia le barricate contro il maxipremio di maggioranza. Ma anche gli alleati non sembrano così convinti. Per Lega e Forza Italia il passaggio a un proporzionale puro è decisamente penalizzante. Salvini poi dovrebbe fare i conti non solo con la perdita dei collegi uninominali ma anche con la concorrenza di Vannacci, accreditato oggi al 4%.

Ma il punto politico vero è un altro. In un Paese alle prese con crescita debole, salari stagnanti e tensioni internazionali, la priorità della presidente del Consiglio sembra diventata la modifica delle regole elettorali. È questo il segnale più evidente della difficoltà che attraversa Palazzo Chigi. Non la forza di chi prepara il futuro, ma la cautela di chi teme che il consenso accumulato possa iniziare a sgretolarsi.

Per questo la distanza da Trump e la riforma elettorale finiscono per essere due facce della stessa strategia difensiva. Da un lato Meloni cerca di non farsi contaminare dal caos americano; dall’altro prova a costruirsi una rete di protezione interna. Entrambe le mosse tradiscono tuttavia una fragilità nuova. E soprattutto raccontano una leader che non appare più convinta di poter vincere semplicemente giocando con le regole attuali. Il rischio, però, è che la legge elettorale si trasformi per la Premier in un boomerang. È già accaduto altre volte: quando un governo tenta di cambiare il sistema di voto per blindare sé stesso, finisce spesso per certificare la propria debolezza più che la propria forza.

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