DIARIO POLITICO / 19

La grande fuga dai problemi concreti: difesa, energia, conti pubblici e legge elettorale tutto rinviato a settembre

03 Ago 2026 di Barbara Fiammeri

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La grande fuga dai problemi concreti: difesa, energia, conti pubblici e legge elettorale tutto rinviato a settembre

GIORGIA MELONI, PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

L’augurio di Sergio Mattarella è rimasto inascoltato. A dettare l’agenda della politica è la campagna elettorale e nient’altro. Se ci fossero ancora dei dubbi, basta scorrere quanto avvenuto negli ultimi giorni: il caso Roggero, la morte di Fakir a Bologna, la battaglia sulla pubblicazione delle intercettazioni dell’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro fino alla sospensione del trattato di Schengen con la Spagna accompagnato dal corredo di blocchi per i passeggeri provenienti da Barcellona o Madrid. È assai probabile che il primo a non essere sorpreso sia stato proprio il capo dello Stato. Che la politica, a partire dal governo, si lasci guidare dalle “intempestive tensioni elettorali“ anziché concentrarsi sui problemi che riguardano “la vita quotidiana dei cittadini” è un dato di fatto incontestabile. Così come è evidente la necessità di accantonare le questioni più spinose e divisive rinviandole a settembre, si tratti della legge elettorale o dei fondi per la difesa oppure dell’uso delle intercettazioni.

La maggioranza è divisa e Meloni ha deciso che la risposta alla crescita di Vannacci nei sondaggi è aumentare la conflittualità e tornare sui temi cari alla destra come sicurezza e immigrazione con i quali occupare lo spazio mediatico. Insomma la Premier e leader del primo partito, anziché guidare, insegue. Anche perché ha poco da offrire. Gli ultimi milioni sono stati destinati a uno sconto sui carburanti mai pervenuto ai distributori.

A Palazzo Chigi si confida che con l’avvicinamento delle elezioni di midterm negli USA Trump dovrá mettere fine alla guerra con l’Iran. Se poi questo si tradurrà in una significativa discesa dei prezzi di petrolio e gas non é affatto scontato. L’uscita dalla procedura d’infrazione avverrà in autunno e consentirà di utilizzare la clausola di salvaguardia che é stata introdotta per le spese per la difesa ed estesa anche a quelle energetiche ma solo per gli interventi che riducono la dipendenza dai combustibili fossili, non certo per finanziare gli sconti sulle bollette.

A via XX Settembre si lavora alla prossima legge di Bilancio. Obiettivo minimo confermare le misure in vigore come quelle sulla detassazione dei premi di produttività e dei rinnovi contrattuali ma le risorse come sempre sono scarse. E senza poter offrire titoli ad effetto sul fronte economico non resta che ripiegare sugli slogan securitari.

È quello che sta già succedendo. La necessità di non perdere terreno vale però per tutti. Matteo Salvini é in assoluto il più in difficoltà. Il leader della Lega sente il terreno franargli sotto i piedi ma non ha alcuna intenzione di farsi da parte. Anche l’altro vice, Antonio Tajani, deve misurarsi con le divisioni interne a Forza Italia. Lo scontro con i senatori azzurri sull’emendamento sulle preferenze di Fdi è un segnale eloquente e preoccupante per il segretario forzista perché il mittente è l’azionista di maggioranza, cioè i Berlusconi. Meloni ancora non ha deciso quanto forzare con gli alleati ancor prima che con le opposizioni alle quali, peraltro, il rinvio non dispiace.

E non solo sulla legge elettorale. Specularmente a quanto avviene nel centrodestra, sul fronte del campo largo le posizioni sono tutt’altro che univoche a partire dalla politica estera, dal sostegno all’Ucraina al finanziamento della spesa militare. Resta poi il grande interrogativo sulla leadership.

L’attacco di Beppe Grillo a Conte viene letto come una conferma alla discesa in campo nel ruolo di disturbatore di Di Battista, che pur senza i gradi da generale potrebbe riuscire a sabotare sul nascere il tentativo del campo largo di puntare a Palazzo Chigi (e di non lasciare alla destra il Quirinale). Perché poi è lì che si va a parare. I problemi concreti, ricordati da Mattarella restano lì, in attesa di risposte. Il centrodestra, dopo quattro anni di governo, fatica a dimostrare di averle trovate. Il centrosinistra, ancora privo di un programma condiviso, fa fatica persino a dimostrare di essere pronto a cercarle.

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