Diario Politico
LA PREMIER PUNTA SU SALVINI AL VIMINALE PER FRENARE VANNACCI: IL REBUS DELLA POLTRONA PER PIANTEDOSI, IPOTESI DIFFICILI SU EUROPOL E ANAC (DOVE A MELONI SERVE UNA DONNA COMPETENTE)
L’inflazione sale, i consumi delle famiglie a basso reddito si contraggono, le imprese si rivolgono alle banche non per investire ma per sostenere i costi provocati dal caro energia mentre la guerra in Medioriente sembra destinata a durare, anzi a estendersi, come dimostrano i recenti attacchi Houthi alle infrastrutture dell’Arabia Saudita sul Mar Rosso.
Il futuro al momento è piuttosto fosco, eppure a dominare la cronaca in Italia, anziché l’economia, è il tema sicurezza che ha per protagonista la stessa Premier Meloni e il suo vice Salvini passati dal caso Roggero, ipotizzando un ulteriore allargamento delle fattispecie della legittima difesa, a quello di Abderrahim Fakir, il 42enne morto a Bologna durante il fermo della Polizia, seguita da una violenta protesta da parte di estremisti di sinistra, senza dimenticare la norma sull’imputabilita dei minori per intervenire sulle cosiddette baby gang. Insomma la sicurezza al momento è diventata la priorità per il governo. E non per l’aumento dei delitti.
MELONI RINCORRE VANNACCI: L’ALLEANZA CON L’EX GENERALE È SEMPRE MENO UN’IPOTESI E SEMPRE PIÙ UNA NECESSITÀ
La pausa di “riflessione” evocata da Giorgia Meloni dopo il patatrac sulle preferenze si è risolta nell’inseguimento di Vannacci. Sul caso Roggero la Premier, assieme al suo post contro il risarcimento ai parenti di criminali, ha dato il via libera ai suoi colonnelli di mobilitarsi per la grazia all’orefice condannato per duplice omicidio. E c’è il suo zampino (Meloni lo ha rivendicato) nell’iniziativa promossa motu proprio dal Guardasigilli Carlo Nordio, che ha provocato la reprimenda del Quirinale.
Come in ogni campagna elettorale il tema della sicurezza è tornato ad essere al centro dell’attenzione e Vannacci, che lo cavalca da sempre, non si è fatto sfuggire l’occasione, utilizzando slogan e parole molto simili a quelle che hanno caratterizzato la campagna elettorale di Meloni quattro anni fa. Il punto è che la destra, e più in generale i populisti (anche di sinistra), sono capaci ad arringare le piazze ma una volta al governo si dimostrano assai scarsi nel gestire la complessità.
Come cartina di tornasole basterebbe ricordare alcune delle promesse elettorali della Premier: dal disaccoppiamento del prezzo di gas e energia parallelamente all’abolizione delle accise e alla sterilizzazione dell’IVA -perché “lo Stato non deve guadagnare dall’aumento delle bollette “ – fino alle promesse sull’aumento dei salari netti e della natalità e all’impegno di moltiplicare i rimpatri dei migranti a cui sarebbe stato impedito di arrivare dal fantomatico blocco navale. (…)
CAMPO LARGO, IL VUOTO IN PIAZZA E FUORI: UNITI CONTRO MELONI, DIVISI SU TUTTO IL RESTO
«Hai voglia ad andare a Napoli se poi a Strasburgo sull’Ucraina il M5S vota contro, insieme alla Lega e a Vannacci. Risparmiatevi la foto: c’è ancora molto da fare». Il commento del senatore dem Filippo Sensi fotografa meglio di qualsiasi analisi lo stato dell’opposizione. Sono trascorsi oltre tre mesi dalla vittoria del referendum sulla giustizia, che avrebbe dovuto rappresentare il punto di partenza per consolidare il cosiddetto campo largo. E invece non è successo praticamente nulla. Se non si vuole spacciare per svolta politica la manifestazione di Napoli, tutt’altro che oceanica, segnata dalle contestazioni di Potere al Popolo e dei disoccupati organizzati. Un appuntamento che, anziché certificare l’unità dell’opposizione, ne ha messo in vetrina tutte le contraddizioni. Non a caso è stata cancellata anche la manifestazione gemella prevista a Padova.
IL GRANDE AZZARDO DI MELONI SULLA LEGGE ELETTORALE: CAMBIARE LE REGOLE E RISCHIARE DI PERDERE LA PARTITA CONSEGNANDO IL PAESE ALL’INSTABILITÀ
Le leggi elettorali in Italia hanno una caratteristica: fanno perdere chi le ha proposte. Da trent’anni chiunque abbia messo mano alle regole del voto (ne sono state confezionate ben quattro, caso unico a livello mondiale!) con l’idea di cucirsele addosso è finito puntualmente impallinato dalla realtà.
È assai probabile che la stessa sorte toccherebbe anche a Giorgia Meloni , se dovesse perseverare nell’intento di varare entro il prossimo autunno il cosiddetto “Stabilicum”. Questo perché il “Piano” è sempre stato partorito senza tener conto delle variabili che via via si inseriscono.
MELONI-SCHLEIN E LA FINTA PARTITA SULLE PREFERENZE CHE NESSUNO VUOLE
A monopolizzare il dibattito politico è stato inevitabilmente il caso Trump, con il botta e risposta tra il presidente degli Stati Uniti e Giorgia Meloni destinato ad avere ulteriori sviluppi anche se probabilmente affidati alle diplomazie anziché ai social. Al di là dello scontro con il tycoon americano, però, la presidente del Consiglio ha davanti a sé una questione molto più concreta e immediata: portare a termine la riforma della legge elettorale, che nelle intenzioni della maggioranza dovrebbe approdare nell’Aula di Montecitorio a breve per ottenere il via libera della Camera entro metà luglio. L’obiettivo, tuttavia, è tutt’altro che scontato.
CONTE SFIDA IN PUBBLICO MELONI MA IL VERO OBIETTIVO È INDEBOLIRE LA LEADERSHIP DI SCHLEIN
Il fotomontaggio diffuso dal M5S, con un Giuseppe Conte in versione tribuno che punta il dito contro una Giorgia Meloni imbronciata, vale più di molte dichiarazioni politiche. Non racconta ciò che è accaduto in Aula — la premier in quel momento era già salita al Quirinale — ma ciò che Conte vorrebbe accadesse da qui alle prossime elezioni: diventare il vero sfidante di Meloni e, di conseguenza, il candidato premier del centrosinistra.
L’immagine è una dichiarazione di intenti. E, al tempo stesso, una pessima notizia per il Campo largo. Perché mentre l’opposizione dovrebbe lavorare per costruire una coalizione credibile, definire una leadership e soprattutto elaborare un programma comune, la battaglia che emerge è quella interna per la guida dello schieramento. (…)
TASSE E NUCLEARE: LA TRAPPOLA IN CUI LA SINISTRA CONTINUA A CADERE
Ogni volta che la destra sembra sul punto di dover spiegare qualcosa agli italiani, la sinistra trova il modo di aiutarla. È accaduto di nuovo con la patrimoniale evocata da Elly Schlein. Bastano poche parole — patrimonio, successioni, grandi ricchezze — e il centrodestra facile facile torna a sventolare lo spauracchio del partito delle tasse mettendo così la sordina a dati che sono eloquenti e incontestabili. Non si parla più dell’aumento record della pressione fiscale che con il governo Meloni é cresciuta dal 41,4% del 2023 (primo anno interamente riconducibile all’attuale esecutivo) al 43,1 del 2025 pari a un incremento di 1,7 punti di PIL ( circa38 miliardi di euro). E ancor meno di chi paga il conto. Non si ragiona sul progressivo e ulteriore spostamento del peso fiscale verso lavoratori dipendenti e pensionati, mentre il sistema delle flat tax e dei regimi sostitutivi continua ad allargarsi. Si torna invece all’antica rappresentazione: da una parte chi vuole mettere le mani nelle tasche degli italiani, dall’altra chi li difende. Una caricatura, naturalmente. Ma una caricatura politicamente efficace…
La vittoria a Venezia una boccata d’ossigeno ma per Meloni inflazione e bollette restano un incubo
La risposta ufficiale è attesa per mercoledì. Ma nessuno, a partire dalla Premier, si fa illusioni: da Bruxelles non arriverà il via libera alla flessibilità del patto di stabililità e, quindi, all’aumento del deficit per finanziare la spesa per l’energia. L’unica possibilità al momento è il dirottamento dei fondi di coesione che tuttavia non è scontato possa tradursi (anzi è altamente improbabile) in uno sconto sulle accise e comunque in un meccanismo automatico che non sia mirato.
Nel frattempo nella maggioranza e nel governo le posizioni sono diverse e non vengono più nascoste (vedi la Lega su difesa e Ucraina) mentre le Regioni – a partire da quelle del centrodestra – sono pronte a dare battaglia per l’eventuale dirottamento delle risorse comunitarie assegnategli. La penuria di fondi è da sempre il tema dominante. Molto più che occuparsi di come in prospettiva costruire una via d’uscita da questa costante emergenza. A maggior ragione ora, con l’avvicinarsi dell’appuntamento delle politiche e un’inflazione che – come ricordato nei giorni scorsi dal Governatore nelle sue Considerazioni finali – se va bene resterà attorno al 3%, ma che potrebbe anche salire fino al 6%, se la crisi in Medio Oriente dovesse prolungarsi.
Italia ferma e maggioranza nervosa per Meloni anche il test di Venezia diventa decisivo
La fotografia scattata dall’Istat non è certo un fulmine a ciel sereno. Che fossimo tornati il fanalino d’Europa quanto a crescita era arcinoto così come il peso maggiore dell’inflazione, peraltro già prima dei bombardamenti su Teheran decisi da Trump e Netanyahu. E non è una sorpresa pure il dato demografico, che certifica un ulteriore calo delle nascite in Italia (circa 355mila) nel 2025 facendo scendere il tasso di fecondità a 1,14 figli per donna, tant’è che Giorgia Meloni fin dal suo insediamento aveva marcato il tema inserendolo tra le priorità dell’esecutivo .
Il punto però è propio questo: dopo quattro anni di governo la situazione non è migliorata e neppure rimasta stabile bensì peggiorata. E questo perché al di là delle dichiarazioni roboanti e di qualche bonus qua e là non è stato fatto nulla. Nulla di strutturale. Lo stesso può dirsi sul fronte della competitività, dell’energia. Imprese e famiglie italiane pagano più di ogni altro in Europa. Meloni si era impegnata a ridurre il costo. Così non è stato. E l’unica strategia è stata quella di chiedere a Bruxelles lo sforamento del rapporto deficit/Pil finalizzato peraltro a finanziare altri bonus: debito per comprare tempo.
Italia inchiodata tra caro energia e paralisi europea. La lezione inascoltata di Draghi, la responsabilità della Germania
L’inflazione torna a correre. A certificarlo ufficialmente è l’Istat: in un mese i prezzi sono saliti di un punto, spinti soprattutto dall’aumento dei dei costi energetici. E proprio mentre il Paese fa i conti con questa nuova fiammata, il 22 maggio scade lo sconto sulle accise e il 31 termina il credito d’imposta per gli autotrasportatori, che hanno già annunciato uno sciopero dal 25 al 29. Palazzo Chigi li ha convocati nel tentativo di evitare il blocco, ma il nodo resta sempre lo stesso: le risorse sono pressoché finite e i margini di manovra quasi azzerati.
Ormai nemmeno il governo riesce più a nasconderlo. L’uscita del vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani sulla possibilità di una manovra correttiva fotografa la crescente difficoltà dell’esecutivo nel fronteggiare l’emergenza energetica. Resta sul tavolo l’ipotesi di uno scostamento di bilancio per prorogare i bonus contro il caro carburanti, anche senza il via libera di Bruxelles. Ma è un rattoppo, non una strategia.
Meloni per il bis a Palazzo Chigi molla Trump e si rifugia nella trincea della riforma elettorale
L’incontro con Marco Rubio è andato come doveva andare. Nessuno si attendeva plateali riconciliazioni tra Roma e Washington anche perché questo non era il mandato che Donald Trump aveva dato al suo segretario di Stato nonché consigliere per la sicurezza. Ma soprattutto la non riconciliazione in questo momento va bene anche a Giorgia Meloni. Lo conferma la scelta di far sapere direttamente dalla sua voce che in quell’ora e mezza a Palazzo Chigi si è svolto un confronto “franco”, aggettivo con cui il linguaggio diplomatico sottolina la permanenza delle distanze tra le parti. E la Presidente del Consiglio di questa distanza ha infatti oggi più che mai bisogno, non solo per l’impopolarità di Trump in Italia ma anche per l’imprevedibilità del tycoon. Basti pensare, solo per citare le ultime, alle dichiarazioni sul Papa fatte alla vigilia della missione di Rubio in Vaticano, alle minacce di un inasprimento dei dazi o a quelle reiterate sul ritiro dei soldati USA dalle basi in Italia.
Longevità senza risultati: il paradosso del Governo Meloni
Giorgia Meloni festeggia il traguardo del secondo governo più longevo della storia repubblicana. Lo fa a distanza di ventiquattr’ore dal via libera al piano casa e alla mini proroga degli incentivi sui carburanti. L’obiettivo è evidente: offrire l’immagine di un governo che lavora nell’interesse dei cittadini. Ecco appunto: l’immagine. Perché a ben guardare in questi 4 anni di governo Meloni non c’è poi molto da raccontare. Soprattutto sul fronte economico. (…)
Meloni attacca l’Istat sul deficit ma i macigni sono crescita zero e debito su cui la premier tace
L’attenzione è stata monopolizzata dal mancato obiettivo dell’uscita dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo. Giorgia Meloni a poche ore dal via libera del Consiglio dei Ministri dal Documento di finanza pubblica ha puntato l’indice contro l’Istat colpevole di aver fermato l’asticella al 3,1% quando “sarebbero stati sufficienti appena 20 miliardi di Pil in più” per rientrare tra i virtuosi .
Poco o nulla invece si è sentito nei commenti dei massimi esponenti del governo, a partire dalla Presidente del consiglio, sulla scarsa crescita e sull’aumento del debito. Siamo tornati allo zero virgola, ultimi in Europa, con previsioni al ribasso ancor prima dello shock provocato dalla guerra in Iran mentre manteniamo saldamente il secondo sul fronte del debito, dietro solo alla Grecia che corre però più di noi.
La rottura con Trump segna per Meloni la fine dell’illusione sovranista
E’ stata un’inversione ad U e non poteva essere altrimenti. L’attacco di Donald Trump a Leone XIV esigeva una presa di distanza chiara. Giorgia Meloni ci ha messo qualche ora ma poi ha rotto gli indugi. Quell’”inaccettabile” pronunciato dalla Presidente del Consiglio verso le parole blasfeme del suo (ex?) principale alleato hanno provocato una rottura che seppellisce definitivamente (se ancora ci credeva) l’ambizione di vestire i panni del pontiere tra le due sponde dell’Atlantico e le impone ora un cambio di strategia anche nei confronti dei partner europei. (…)
Meloni senza agenda, il centrosinistra senza leader
L’intervento in Parlamento di Giorgia Meloni la scorsa settimana non ha riservato sorprese. Ed è proprio questo il punto da cui partire. La Premier ha seguito un copione ormai abbastanza consumato. Ha rivendicato i risultati del suo governo, ha sottolineato l’unità di intenti con i suoi ministri a partire dai vicepremier e ha attaccato l’opposizione per l’assenza di proposte. Nulla – se non un accenno indiretto – sulla sconfitta referendaria. Nulla sugli obiettivi da raggiungere in quel che resta della legislatura (niente pure sul premierato e neppure sulla legge elettorale). Un film già visto che però stavolta è risultato particolarmente sfocato. In un momento così gravido di timori per quel che sta avvenendo e per quel che potrebbe ancora succedere, Meloni ha scelto di tirare i remi in barca. Più che da Presidente del Consiglio ha parlato da capo partito dando il via ufficialmente alla campagna elettorale che si concluderà tra oltre un anno. (…)
Dalla stabilità all’immobilismo: tra emergenza energetica e fratture politiche Meloni perde margini e certezze
Nel prossimo Dpf – il documento di finanza pubblica – mancherà il quadro programmatico. Non per scelta, ma per resa: programmare, oggi, è diventato un esercizio velleitario. Resterà il tendenziale, cioè la fotografia di un Paese che rallenta più del previsto, mentre l’inflazione torna a mordere sospinta dall’energia. La parola che torna a circolare, sottovoce ma neppure troppo, è stagflazione.
Energia e referendum doppio banco di prova per Meloni che mercoledì sarà ad Algeri per chiedere più gas
Giorgia Meloni mercoledì sarà ad Algeri. Una missione che fotografa bene l’ordine delle priorità in questo momento. Il risultato del referendum certamente è tra queste. Ma con il petrolio schizzato a oltre 100 dollari al barile e la compromissione dell’impianto di gas di Ras Laffan in Qatar l’emergenza ora, a prescindere da quale sarà l’esito del voto, è rafforzare il rapporto con il Presidente Abdelmadjid Tebboune per aumentare le forniture algerine, che sono già le più cospicue (un terzo dell’intero fabbisogno) e veicolate sia attraverso gasdotto che per GNL.