DIARIO POLITICO / 6

Meloni attacca l’Istat sul deficit ma i macigni sono crescita zero e debito su cui la premier tace

27 Apr 2026 di Barbara Fiammeri

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L’attenzione è stata monopolizzata dal mancato obiettivo dell’uscita dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo. Giorgia Meloni a poche ore dal via libera del Consiglio dei Ministri dal Documento di finanza pubblica ha puntato l’indice contro l’Istat colpevole di aver fermato l’asticella al 3,1% quando “sarebbero stati sufficienti appena 20 miliardi di Pil in più” per rientrare tra i virtuosi .

Poco o nulla invece si è sentito nei commenti dei massimi esponenti del governo, a partire dalla Presidente del consiglio, sulla scarsa crescita e sull’aumento del debito. Siamo tornati allo zero virgola, ultimi in Europa, con previsioni al ribasso ancor prima dello shock provocato dalla guerra in Iran mentre manteniamo saldamente il secondo sul fronte del debito, dietro solo alla Grecia che corre però più di noi.

Non che sia una novità per l’Italia. Ma è la conferma dell’impatto neutro, a voler essere generosi, dell’attività di governo in questi quattro anni. Un risultato decisamente negativo visto che sono stati anche gli anni del Pnrr.

“Colpa del Superbonus“ abbiamo sentito ripetere fino alla noia in questi giorni. Ma è un alibi fragile, che non regge perché il costo del Superbonus non può essere più indicato come una sorpresa ma era stato ampiamente previsto.

La verità è che ancora una volta chi governa ha fatto poco se non niente per cambiare strutturalmente le ragioni del declino italiano. E la dimostrazione evidente è lo scarso impatto prodotto dal Pnrr nel Paese che più ha beneficiato dei fondi messi a disposizione da Next generation Ue.

Non siamo ancora alla fine del piano, che già gli effetti sono evaporati. La principale occupazione di chi governa è però quella di attribuire la responsabilità a qualcun altro. L’attuale esecutivo non fa eccezione.

Il nervosismo cresce, la sconfitta referendaria non è stata ancora assorbita. Meloni cerca una nuova via d’uscita nel tentativo di non arrivare stremata alle elezioni del prossimo anno. E per farlo sembra volersi rifugiare nello stesso canovaccio che fino a poco tempo aveva sempre funzionato: l’individuazione del nemico esterno.

L’accusa alla Ue di non voler aprire alla sospensione del patto di stabilità e l’evocazione di un possibile scostamento di bilancio è già un indizio. Del resto nella cavalcata che l’ha portata in pochi anni dal 2% a Palazzo Chigi, la guerra a Bruxelles era parte dell’armamentario principale della leader della destra. Che oggi tuttavia appare scarico.

In quattro anni di governo, la condizione economica degli italiani non è affatto migliorata e soprattutto nel frattempo nessuna riforma strutturale capace di cambiare davvero la traiettoria è stata anche solo ventilata.

Al contrario, la perdita del potere d’acquisto continua ad aumentare e mentre Meloni sbandiera ad ogni occasione i record occupazionali in questi 4 anni si è moltiplicato il numero di giovani (soprattutto laureati) che emigrano verso altri Paesi europei e non.

Contemporaneamente è crollato anche il castello ideologico che l’aveva sorretta finora: il sovranismo, di cui Donald Trump era ed è il principale interprete. Un rapporto su cui Meloni aveva puntato ma che si è trasformato in una zavorra sotto la quale si è sbriciolata la immagine autoattribuitasi di ponte tra le due sponde dell’Atlantico.

Per la Festa dei lavoratori ora è in preparazione un nuovo decreto. Al primo punto all’ordine del giorno però c’è il rinnovo degli sconti sulle accise per frenare l’aumento dei prezzi del carburante provocato dalla guerra scatenata da Trump e Netanyahu. Un bonus costoso, e politicamente poco remunerativo per chi in campagna elettorale prometteva che quelle accise le avrebbe abolite.

Alla fine resta questo: un paese fermo, un governo in cerca di scuse e una crescita che non arriva mai. Non certo per colpa dell’Istat.

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