DIARIO POLITICO / 2
Dalla stabilità all’immobilismo: tra emergenza energetica e fratture politiche Meloni perde margini e certezze
Nel prossimo Dpf – il documento di finanza pubblica – mancherà il quadro programmatico. Non per scelta, ma per resa: programmare, oggi, è diventato un esercizio velleitario. Resterà il tendenziale, cioè la fotografia di un Paese che rallenta più del previsto, mentre l’inflazione torna a mordere sospinta dall’energia. La parola che torna a circolare, sottovoce ma neppure troppo, è stagflazione.
A tre anni e mezzo dall’ingresso a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni non appare più soltanto in affanno: appare scoperta. Per la prima volta, la distanza tra racconto e realtà si è fatta troppo evidente persino per il suo elettorato. La sconfitta referendaria del 23 marzo segna esattamente questo: non un incidente, ma la smentita di una narrazione ostinatamente ottimistica, ormai priva di appigli nei fatti.
Lo dimostra anche la reazione della Premier, sorpresa più che combattiva, e la scelta di scaricare il colpo su figure come Andrea Delmastro e Daniela Santanchè. Un segnale politico prima ancora che personale: quando la linea non regge, si sacrificano i simboli.
Anche sul piano internazionale, la strategia mostra crepe in cui Meloni rischia di sprofondare. La “relazione speciale” con Donald Trump si è rivelata controproducente. La Presidente del Consiglio e leader della destra che si vantava dell’accoglienza riservatale da Potus ora prova a smarcarsi senza rompere, dichiarandosi contraria alla guerra voluta da usa e Israele contro l’Iran,in un equilibrio precario che finisce per immobilizzarla. Un’oscillazione continua priva di direzione.Nel frattempo, il margine interno si è ridotto a zero. La proroga dello sconto sui carburanti, in scadenza a fine mese, non è una politica ma un palliativo, per di più a termine. Le cosiddette “pieghe del bilancio” sono esaurite e la procedura d’infrazione resta lì, a ricordare i limiti strutturali della nostra finanza pubblica. La stabilità più volte rivendicata da Meloni sta somigliando sempre più a immobilismo. La trasferta alla viglia di Pasqua tra Arabia Saudita e Qatar passa quasi inosservata, oscurata da segnali più concreti e inquietanti, come gli allarmi sulla scarsità di carburante in alcuni scali italiani. È la realtà che si impone sulla scena, ridimensionando la comunicazione.
Sul fronte interno, poi, il clima è pessimo. L’unità della maggioranza si è incrinata. Il risultato referendario ha fatto emergere crepe che erano già presenti: tensioni tra partiti e dentro i partiti. Emblematico il caso della raccolta firme tra i senatori di Forza Italia contro Maurizio Gasparri. Ma ancora più significativa è stata l’uscita di scena di Andrea Delmastro e Daniela Santanche, due pesi massimi di fratelli d’Italia, voluta dalla premier e ottenuta però solo dopo un tira e molla inimmaginabile fino a un mese fa. Il motore del partito di Meloni perde giri perché è la stessa leader della destra ad essere appannata. Non è un caso che, nei piani alti di via della Scrofa qualcuno abbia persino accarezzato l’idea di una fine anticipata dalla legislatura. Un’ipotesi che, nelle condizioni attuali, appare però più rischiosa che risolutiva. Anche perché gli inciampi si moltiplicano: il caso Piantedosi è solo il più recente ma difficilmente sarà l’ultimo.
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