DIARIO POLITICO / 3
Meloni senza agenda, il centrosinistra senza leader
L’intervento in Parlamento di Giorgia Meloni la scorsa settimana non ha riservato sorprese. Ed è proprio questo il punto da cui partire. La Premier ha seguito un copione ormai abbastanza consumato. Ha rivendicato i risultati del suo governo, ha sottolineato l’unità di intenti con i suoi ministri a partire dai vicepremier e ha attaccato l’opposizione per l’assenza di proposte. Nulla – se non un accenno indiretto – sulla sconfitta referendaria. Nulla sugli obiettivi da raggiungere in quel che resta della legislatura (niente pure sul premierato e neppure sulla legge elettorale). Un film già visto che però stavolta è risultato particolarmente sfocato. In un momento così gravido di timori per quel che sta avvenendo e per quel che potrebbe ancora succedere, Meloni ha scelto di tirare i remi in barca. Più che da Presidente del Consiglio ha parlato da capo partito dando il via ufficialmente alla campagna elettorale che si concluderà tra oltre un anno. (…)
Così almeno ha assicurato la Premier, smentendo le voci (anche interne a Fdi) di un possibile ritorno al voto prima della fine del 2026. Una suggestione frutto anche di una riflessione tutt’altro che marginale e cioè che al momento l’opposizione è priva di una leadership unitaria da contrapporre al centrodestra guidato da Meloni.
Un deficit che tra l’altro non appare di facile soluzione. Soprattutto per la forte dialettica interna al principale partito di opposizione, il Pd. Giuseppe Conte subito dopo l’ufficializzazione della vittoria del “no” alla riforma della Giustizia ha detto di essere pronto a candidarsi alle primarie per la scelta del leader della coalizione e potenziale Premier. Un’uscita – quella del Presidente M5s – che ha spiazzato i Dem, a partire dalla segretaria Elly Schlein.
Al Nazareno la discussione viene derubricata come prematura. In realtà così prematura non è. Lo dimostra indirettamente l’attivismo di Matteo Renzi che, come Conte, si è immediatamente dichiarato favorevole ai gazebo. Schlein per ora si è limitata a mettere il pollice verso su eventuali possibili federatori e certo non ha apprezzato la sortita della sindaca di Genova, Silvia Salis, che dopo aver anticipato la sua contrarietà a partecipare ad eventuali primarie ha invece “confessato” la sua disponibilità, qualora le chiedessero di candidarsi contro Giorgia Meloni.
Uscire fuori da questo guazzabuglio non sarà facile per Schlein. Rinunciare alle primarie però non è possibile. Il Pd è il partito delle primarie e il suo popolo difficilmente accetterebbe di rimanere escluso. Attenzione, il popolo del Pd non coincide con i militanti. E la prima a saperlo è proprio chi le primarie le ha vinte, cioè Schlein, grazie al fatto che non sono state circoscritte ai soli iscritti Dem ma aperte anche ai simpatizzanti.
Il rischio da molti paventato che il voto potrebbe produrre strascichi velenosi certo non è da sottovalutare. Non solo tra i due principali partiti del centrosinistra – Pd e M5s – ma anche tra gli stessi Dem per le eventuali diserzioni degli anti-Schlein. Tutto vero. Ma rinunciare per questo alle primarie sarebbe probabilmente molto più pericoloso.
Certo, servono regole chiare e strumenti che garantiscano la correttezza delle votazioni per evitare “infiltrazioni” e dovrebbe essere ribadito il ballottaggio per consentire a tutti, anche a chi è finito in minoranza, di partecipare alla scelta del leader. Ma soprattutto – prima ancora della individuazione del candidato, – l’opposizione dovrebbe riuscire a esprimere una comune idea di alternativa che finora però non si è vista. L’unico collante al momento è l’avversione a Meloni. Ma per vincere non è scontato che basti.
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