DIARIO POLITICO / 5

La rottura con Trump segna per Meloni la fine dell’illusione sovranista

20 Apr 2026

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E’ stata un’inversione ad U e non poteva essere altrimenti. L’attacco di Donald Trump a Leone XIV esigeva una presa di distanza chiara. Giorgia Meloni ci ha messo qualche ora ma poi ha rotto gli indugi. Quell’”inaccettabile” pronunciato dalla Presidente del Consiglio verso le parole blasfeme del suo (ex?) principale alleato hanno provocato una rottura che seppellisce definitivamente (se ancora ci credeva) l’ambizione di vestire i panni del pontiere tra le due sponde dell’Atlantico e le impone ora un cambio di strategia anche nei confronti dei partner europei. (…)

Lo si è visto plasticamente in occasione della riunione dei volenterosi all’Eliseo la scorsa settimana, dove si è lasciata ritrarre tra sorrisi e abbracci con Emmanul Macron. Niente di casuale.

Come non casuale era stato due anni prima lo scatto – sempre nel Palazzo di Rue du Fauborg Saint-Honoré -in cui appariva, unica tra i leader presenti, distante e imbronciata. Allora voleva marcare la distanza, oggi, invece, ha bisogno di cancellare l’ambiguità del suo rapporto con il tycoon statunitense. Una scelta che ovviamente va letta anche in chiave interna visto che la stragrande maggioranza degli italiani non vede di buon occhio Trump e anzi lo percepisce come una minaccia, a maggior ragione dopo la guerra scatenata assieme a Netanyahu contro l’Iran. Un dato analogo a quello registrato in tutti i principali Paesi europei (Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna). Il risultato ungherese, con la sconfitta di Viktor Orban sponsorizzato da Trump fino all’ultimo giorno di campagna elettorale, ma soprattutto – guardando all’Italia – la vittoria del no al referendum sulla giustizia sono stati segnali eloquenti.

Meloni per settimane ha fatto finta di niente. Anche in occasione della sua informativa al Parlamento si è tenuta volutamente alla larga dal prendere posizione sia sulle ragioni della sconfitta referendaria che sulle scelte dell’amministrazione USA mantenendo la linea del “non condivido e non condanno”. Ma con le dichiarazioni contro il Pontefice quell’argine già debole non ha più retto. E forse sotto sotto Meloni non ne è stata dispiaciuta. Le parole di Trump le hanno facilitato la retromarcia che ora però le impone anche un cambio di strategia o di narrazione, come si ama dire oggi.

La rottura con il Capo della Casa Bianca rappresenta infatti la dimostrazione del fallimento del sovranismo(in USA tradotto con Make America Great Again) dove a prevalere – ora è palese – è solo la legge del più forte. Probabilmente non sentiremo più ripetere a Meloni – come ha fatto per mesi anche a proposito dei dazi – che Trump “sta solo facendo gli interessi degli americani come dovremmo fare anche noi”. Già perché se la bussola è questa, è chiaro che a noi italiani toccherebbe solo il ruolo di vassalli.

Del resto, l’intemerata di Trump, quel dirsi “deluso” dalla leader della destra italiana conferma proprio che questa è la mansione che ci aveva assegnato. Meloni adesso deve ribaltare questa conclusione e trovare una nuova prospettiva altrimenti la corsa verso il bis a Palazzo Chigi, man mano che le conseguenze della guerra in Iran si faranno sentire sul carrello della spesa e sulle bollette oltre che alle pompe di benzina, sarà fortemente pregiudicata.

Per ora il gradimento della Premier tiene. Ma è un equilibrio sempre più precario e legato anche alle mosse dell’opposizione. La presa di posizione in Parlamento di Elly Schlein a sostegno della Premier per gli attacchi ricevuti da Trump non è stata condivisa dagli altri leader dell’opposizione (ad eccezione di Calenda). Eppure rappresenta un segnale. L’ambizione di cominciare a costruire davvero i presupposti per giocarsi la partita della leadership del centrosinistra come candidata Premier.

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