L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 55

Sauerbruch Hutton: il colore per scomporre le masse, umanizzare le dimensioni, introdurre variazioni atmosferiche (senza essere kitsch)

11 Mag 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

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La conferenza dell’11 Maggio di Matthias Sauerbruch, alla Casa dell’Architettura di Roma, all’interno del ciclo degli Incontri Internazionali di AR Magazine, giunge in un momento opportuno perché introduce prepotentemente il tema del colore in architettura.

Le scelte operate con successo dallo studio Sauerbruch Hutton si caratterizzano, infatti, per la loro decisa scelta cromatica.  Con un effetto impressionista o, meglio, puntinista, giocato da minute macchie di colori diversi che generano un risultato piacevole e cangiante. Un effetto pixel che riesce a trasformare l’architettura in una macchina atmosferica, un dispositivo capace di produrre effetti emotivi, variazioni luminose, vibrazioni cromatiche, relazioni ambientali.

E questo mentre sempre più spesso nella Capitale si osserva un atteggiamento progettuale severo e anche, a volte, autopunitivo che genera edifici caratterizzati da un minimalismo di ascendenza nordica. Si pensi per esempio al lavoro di Labics o dello studio Alvisi Kirimoto. Insomma: per quanto possa apparire paradossale, questo studio di architetti tedeschi potrà aiutarci a uscire da un periodo di intenso rigore che stiamo attraversando.

Lo studio Sauerbruch Hutton nasce a Berlino nel 1989 e cresce in un momento storico di svolta: la riunificazione tedesca che trasforma la ritrovata capitale in un importante laboratorio urbano nel quale convivono memoria, sperimentazione, capitalismo aggressivo e malinconia postmoderna. Molti architetti reagiscono con monumentalismi più o meno sofisticati. Sauerbruch e Hutton prendono una strada laterale: lavorano sulla pelle dell’edificio, sulla sostenibilità climatica, sul colore, sulla frammentazione volumetrica. Cercano di costruire edifici urbani senza trasformarli in oggetti autoritari.

Il loro primo grande successo internazionale, il GSW Headquarters a Berlino, è uno dei pochi grattacieli europei degli anni Novanta che ancora oggi non sembra invecchiato male. La ragione è semplice: non punta sull’effetto iconico, ma sulla variazione, sull’instabilità percettiva, sulla complessità controllata, sul pittoresco. Le facciate colorate, le schermature climatiche, il gioco delle aperture producono una struttura che cambia continuamente aspetto. È un’architettura che respira, che vibra, che accetta la contingenza invece di congelarsi nella perfezione astratta.

In questo senso, Sauerbruch e Hutton sono figli intelligenti di diverse tradizioni. Da un lato c’è l’eredità del modernismo europeo, soprattutto quella più morbida e meno dogmatica: Alvar Aalto, Hans Scharoun, perfino certe intuizioni di James Stirling. Dall’altro lato si avverte l’influenza della cultura urbana berlinese, con la sua diffidenza verso il monumentalismo e attenzione al tessuto della città.

Ma, come dicevamo in apertura, c’è un elemento che li distingue da molti colleghi della loro generazione: il colore.

Per decenni il Movimento Moderno aveva considerato il colore quasi un elemento secondario, sospetto, decorativo. Il bianco era diventato il segno dell’astrazione e della purezza. E i colori, se previsti, dovevano essere primari. Sauerbruch e Hutton capiscono invece che il colore può essere una cangiante materia architettonica. E, difatti, le loro facciate sono costruite attraverso relazioni cromatiche. Il colore serve a scomporre le masse, a umanizzare le dimensioni e, soprattutto, a introdurre variazioni atmosferiche.

In questo sono molto più sofisticati di quanto appaia a una lettura superficiale. Perché il rischio del colore è il kitsch. E loro riescono a evitarlo grazie a una notevole disciplina compositiva.

Alcuni progettisti italiani, tra i quali Cino Zucchi e Marco Casamonti, sembrano esserne influenzati. Tanto da introdurre variazioni cromatiche simili negli edifici da loro progettati. Con la sola differenza che i colori utilizzati dagli italiani sono più raffinati, più sartoriali: come per esempio il complesso Lavazza di Zucchi a Torino o gli edifici di Archea a Tirana. Si potrebbe riassumere con una battuta: noi siamo i figli di Leonardo, loro di Dürer.

Le opere recenti dello studio Sauerbruch Hutton appaiono oscillare: da una parte verso il desiderio di produrre architetture ambientalmente responsabili, urbane, equilibrate; dall’altra verso il mantenimento di una riconoscibilità formale. E, inevitabilmente, quando la seconda esigenza prende il sopravvento, il linguaggio si irrigidisce.

Accade allora che il colore diventi una formula, la frammentazione volumetrica una maniera e le facciate ventilate e i pattern cromatici producano una sorta di estetica eco-borghese elegante ma prevedibile.

Il rischio è evidente soprattutto negli edifici terziari o istituzionali realizzati negli ultimi anni. Architetture impeccabili, colte, ben disegnate. Ma eccessivamente controllate. Talvolta quasi anestetizzate. Ma che tuttavia funzionano molto bene quando devono costruire mediazioni urbane, generare equilibri delicati, produrre relazioni complesse tra scala edilizia e spazio pubblico.

Per questo le loro opere  migliori, a mio avviso, restano quelle nei quali il sistema non è ancora completamente chiuso. Il già citato GSW. Oppure il Museo Brandhorst a Monaco, con la facciata vibrante fatta di aste ceramiche colorate che generano una sensazione di instabilità visiva molto interessante. O, ancora, gli edifici universitari nei quali la relazione tra interno ed esterno produce una spazialità meno prevedibile.

Quando prevale il controllo assoluto, il progetto perde energia. Va detto però che Sauerbruch e Hutton hanno difeso l’idea che l’architettura sia prima di tutto costruzione di ambiente. Non è poco. Anzi, forse proprio per questo il loro lavoro appare più attuale di vent’anni fa. Perché abbiamo attraversato una lunga stagione di architetture appariscenti e adesso sentiamo il bisogno di edifici che vadano oltre e sappiano dialogare con il clima, con la città, con le persone.

Il loro approccio alla sostenibilità, inoltre, nasce molto prima che la sostenibilità diventasse marketing. Non c’è nelle loro architetture quell’ingenuità tecnologica che caratterizza molta produzione contemporanea. Non pensano che basti riempire un edificio di pannelli solari o di vegetazione verticale per produrre qualità architettonica. Hanno una visione più complessa, più europea, meno gadgetistica.

Anche per questo sono sempre rimasti relativamente marginali rispetto allo star system globale. Troppo raffinati per essere pop. Troppo urbani per diventare iconici nel senso mediatico del termine. Troppo intelligenti per ridursi a una formula instagrammabile. Sauerbruch e Hutton appartengono a quella categoria di architetti che non cambiano il mondo con gesti clamorosi ma modificano lentamente il nostro modo di percepire la città : introducendo sfumature, smontando rigidità e rendendo più accettabile la contemporaneità.

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