L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 60
“Do Architecture”: parte bene la Biennale di Wang Shu e Lu Wenyu. Basta con l’architettura che nasce come render, storytelling, branding territoriale e comunicazione social
La notizia che il titolo della prossima Biennale di Architettura di Venezia, curata da Wang Shu e Lu Wenyu, sarà Do Architecture, merita un approfondimento. Le due parole, infatti, indicano un possibile e interessante cambiamento di clima culturale, dopo anni dominati da termini come sostenibilità, resilienza, emergenza climatica, algoritmi, dati, intelligenza artificiale, piattaforme, governance. La Biennale torna infatti a parlare di architettura in termini quasi elementari: costruire, abitare, trasformare la materia. Farla. Non raccontarla. Non simularla. Non tematizzarla.
E, così facendo, evitare che l’architettura diventi una piattaforma attraverso cui affrontare solo questioni ambientali, sociali, geopolitiche, antropologiche, tecnologiche. Che fanno sparire il progetto dietro l’apparato teorico. E trasformano gli edifici in un pretesto. Da qui mostre con sequenze di dati, mappe, visualizzazioni, installazioni immersive, diagrammi climatici, dichiarazioni etiche, video-saggi, processi partecipativi documentati in forma curatoriale. Dalle quali si usciva con la sensazione di aver visitato un laboratorio di sociologia visiva più che un evento di architettura.
Naturalmente sarebbe ingenuo sostenere che il costruire possa sottrarsi alle trasformazioni del presente. La crisi climatica esiste. L’automazione modifica il lavoro. Le piattaforme digitali ridefiniscono le città. La logistica condiziona la forma dei territori. L’intelligenza artificiale sta già entrando nei processi progettuali. Nessuno osa e giustamente immagina un ritorno a una disciplina autonoma e isolata dal mondo.
Il punto però è un altro. Negli ultimi anni il rischio è stato che l’architettura smettesse di parlare il proprio linguaggio. Come se per legittimarsi culturalmente dovesse continuamente dimostrare di essere qualcos’altro: ecologia applicata, critica sociale, visualizzazione di dati, attivismo urbano, storytelling politico.
In questo senso la scelta di Wang Shu e Lu Wenyu sembra voler reagire alle buone intenzioni extradisciplinari, siano queste ambientali o sociali. E lo fa nel modo più semplice possibile: riportando il discorso sul rapporto tra costruzione e realtà.
Del resto, i due architetti cinesi hanno costruito la loro notorietà esattamente attorno a questo tema. Fin dagli anni Novanta il loro lavoro ha insistito sul recupero dei materiali, sulle tecniche costruttive tradizionali, sulla continuità tra paesaggio e architettura, sulla memoria urbana cancellata dalla crescita accelerata delle città cinesi.
Sarebbe sbagliato leggerla come una semplice operazione nostalgica. Wang Shu e Lu Wenyu non hanno mai praticato il vernacolare in forma folkloristica. Il loro interesse per i materiali di recupero o per le tecniche costruttive locali non nasce da una fascinazione pittoresca verso il passato. Ma dal tentativo di evitare che gli edifici diventino oggetti completamente astratti rispetto ai luoghi nei quali si inseriscono.
Il Ningbo History Museum resta da questo punto di vista l’opera più emblematica. Le pareti sono realizzate utilizzando frammenti provenienti da demolizioni: mattoni, tegole, pietre recuperate da villaggi distrutti durante l’espansione urbana cinese. La memoria della città cancellata entra fisicamente nell’edificio nuovo non come simbolo, come materia.
L’effetto è interessante proprio perché evita la seduzione nostalgica. Non c’è il compiacimento dell’artigianato esibito come valore morale. Né la celebrazione romantica della rovina. Emerge una certa ruvidità, quasi una resistenza materiale contro la velocità della trasformazione urbana.
In fondo, gran parte della Cina contemporanea è stata costruita secondo una logica di sostituzione continua. Quartieri demoliti e ricostruiti nel giro di pochi anni. Paesaggi urbani cancellati con una rapidità inimmaginabile in Europa. Dentro questo contesto il lavoro di Wang Shu e Lu Wenyu ha assunto il significato di una forma di attrito culturale contro la produzione seriale della città globale.
Per questo la loro posizione appare anomala nel panorama internazionale. Non appartengono alla linea tecnocratica dell’architettura parametrica e computazionale. Non coincidono con la corrente ambientalista più ideologica. O con il formalismo spettacolare che aveva dominato gli anni Novanta e Duemila.
Lavorano su un’idea di architettura concreta, materiale, persino pragmatica. Con una certa diffidenza verso le sovrastrutture teoriche. Nei loro edifici il tema centrale non è la performance iconica dell’oggetto né l’efficienza tecnologica assoluta. È il rapporto fisico tra costruzione, paesaggio, tempo e uso.
Un assunto particolarmente evidente se si osserva la distanza che separa il loro lavoro dalla produzione architettonica più orientata alla comunicazione visiva. Negli ultimi vent’anni una parte enorme dell’architettura contemporanea ha iniziato infatti a nascere già pensando alla propria circolazione mediatica. Render, immagini atmosferiche, storytelling, branding territoriale, fotografie perfette, comunicazione social: l’edificio reale arriva quasi dopo. Oppure, coincide direttamente con la propria immagine. Molti progetti sembrano concepiti innanzitutto per essere pubblicati.
È una trasformazione profonda della disciplina. L’architettura è sempre stata anche rappresentazione, naturalmente. Ma oggi la rappresentazione tende spesso a sostituire l’esperienza fisica dell’edificio. Il progetto è consumato prima ancora di essere costruito.
In questo scenario Wang Shu e Lu Wenyu sembrano ancora interessati agli edifici più che alle immagini degli edifici.
La loro è una posizione anti-spettacolare. Non cercano l’oggetto assoluto. Non producono superfici perfettamente lisce e neutrali. Non puntano sull’effetto futuristico. Lavorano su edifici che sembrano voler mantenere una certa continuità con il mondo fisico ordinario e sulla presenza fisica delle cose. Sul peso dei materiali. Sulla tessitura delle superfici. Sul modo in cui un edificio invecchia, si sporca, assorbe il clima, cambia nel tempo. Sull’imperfezione.
Esiste anche un rischio evidente. Negli ultimi anni la celebrazione della manualità, dei materiali locali, del tempo lento, della memoria e dell’imperfezione ha progressivamente prodotto una nuova estetica internazionale estremamente riconoscibile. Una sorta di regionalismo globalizzato che piace perché rassicura.
Superfici materiche. Cementi ruvidi. Colori terrosi. Legni bruciati. Imperfezioni controllate. Artigianalità esibita. Dettagli minimali. Vegetazione calibrata. Una lingua estetica che oggi circola ovunque: negli hotel di lusso, nelle case pubblicate sulle riviste, nei ristoranti di fascia alta, nelle architetture culturali finanziate dai brand.
Il paradosso è evidente. Anche la retorica dell’autenticità può facilmente trasformarsi in stile internazionale. E, quando accade, perde gran parte della propria forza critica.
Nemmeno Wang Shu e Lu Wenyu sono completamente immuni da questa ambiguità. Alcuni loro edifici più recenti sembrano talvolta indulgere eccessivamente nella poetica della materia e dell’imperfezione. Come se il recupero della tradizione rischiasse a sua volta di diventare un linguaggio riconoscibile e dunque commerciabile.
È il destino di quasi tutte le estetiche contemporanee: nascono come opposizione e finiscono rapidamente assorbite dal mercato delle immagini.
Che poi è forse il punto centrale della questione.
Negli ultimi anni l’architettura occidentale sembra attraversare una fase di stanchezza evidente. Il grande entusiasmo per il parametricismo si è esaurito senza produrre la rivoluzione promessa. L’ecologismo disciplinare spesso genera soluzioni formalmente intercambiabili. Le smart city hanno mostrato rapidamente i propri limiti retorici. La produzione immobiliare continua a essere governata soprattutto dalla finanza, dalla logistica e dalle piattaforme digitali molto più che dagli architetti.
La disciplina fatica quindi a ridefinire il proprio ruolo.
Lo abbiamo detto: sa una parte esiste la tentazione tecnocratica di affidare il progetto a sistemi computazionali, simulazioni, ottimizzazioni energetiche, automazioni, intelligenze artificiali. Dall’altra emerge la nostalgia del costruire lento, locale, manuale, quasi preindustriale.
La Biennale del 2027 potrebbe diventare interessante proprio se riuscirà a evitare entrambe le trappole.
La questione vera probabilmente è capire se oggi esista ancora uno spazio intermedio tra tecnocrazia e nostalgia.
Ed è qui che il titolo Do Architecture diventa interessante.
Per anni il dibattito architettonico ha prodotto soprattutto interpretazioni. Mappe delle crisi. Analisi territoriali. Denunce. Posizionamenti etici. Tutto importante, naturalmente. Però spesso con un effetto paradossale: più l’architettura parlava del mondo, meno sembrava capace di incidere materialmente su di esso.
Per Wang Shu e Lu Wenyu, invece, l’architettura resta il tentativo di costruire uno spazio abitabile dentro un mondo concreto, prima di ogni teoria, di ogni tecnologia, di ogni narrazione politica,
Detta così può sembrare persino una banalità. In realtà oggi non lo è più.
Perché gran parte della cultura contemporanea tende a privilegiare l’immateriale: flussi, reti, informazioni, simulazioni, piattaforme, immagini. L’architettura, invece, continua inevitabilmente ad avere a che fare con gravità, clima, materiali, manutenzione, usura, tempo. Con cose che resistono.
Ed è proprio tale resistenza materiale a tornare improvvisamente interessante in un momento storico dominato dalla smaterializzazione digitale.
Naturalmente. sarebbe eccessivo parlare di svolta radicale. La Biennale resta anche un enorme dispositivo culturale e mediatico internazionale. Non smetterà improvvisamente di produrre discorsi, immagini, installazioni, apparati teorici.
Però il segnale culturale esiste.
Dopo anni in cui l’architettura sembrava quasi vergognarsi di essere semplicemente architettura, il ritorno del verbo “fare” racconta qualcosa del presente.
Forse il desiderio di recuperare un rapporto meno astratto con la realtà fisica.
Forse la stanchezza verso una disciplina diventata troppo autoreferenziale o troppo moralizzata.
Forse semplicemente la consapevolezza che nessuna teoria può sostituire completamente l’esperienza concreta dello spazio costruito.
In ogni caso il punto interessante non è tanto se Wang Shu e Lu Wenyu riusciranno davvero a proporre un nuovo paradigma. Probabilmente no. Le Biennali raramente cambiano davvero la direzione dell’architettura.
Ma possono registrare spostamenti di sensibilità.
E oggi quella sensibilità sembra dire una cosa abbastanza semplice: dopo anni di immagini, dati e discorsi, esiste ancora il bisogno di edifici che abbiano peso, durata, attrito, presenza.
Che tornino cioè a comportarsi come architettura.
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