Architettura e progetto
In architettura si copia da sempre senza problemi
«Un bravo artista copia, un grande artista ruba», diceva Pablo Picasso. Una battuta, certo. Ma che, come tutte le battute, contiene una verità, anche se difficile da accettare: l’arte, tutta l’arte, è una catena infinita di furti dichiarati.
In architettura da sempre si copia senza problemi. Nessuno, infatti ipotizza che il tempio A di un santuario della Magna Grecia sia un plagio del tempio B che si trova ad Atene, anche se gli rassomiglia in tutto e per tutto. O che le chiese romaniche disseminate in Europa abbiano scarso valore a causa delle loro notevoli somiglianze. O che, infine, le colonne doriche, ioniche e corinzie compromettano l’originalità degli edifici classici rendendoli simili tra loro.
Anzi, è proprio l’opposto. Si pensa che è così che si costruisce il linguaggio dell’architettura, riconoscendo le radici e allo stesso tempo torcendole, forzandole, contaminandole.
La nuova ala del Kistefos sarà di Christ & Gantenbein
ZHA progetterà il primo hotel panoramico a Okinawa
La Roma di Ricky Burdett nel confronto con 17 città globali mondiali: densità bassissima, molto verde, troppe auto, inquinamento limitato, denatalità
Le donne nell’architettura: dalla spinta di Francesca Perani con RebelArchitette alla debolezza del Maxxi. E l’ultimo volume promosso dal MIC si fa notare per le molte omissioni importanti
Settembre 2023. Una lettera aperta pubblicata su La Repubblica muove una circostanziata accusa: la mostra “Roma nuovissima, direzioni contemporanee del progetto a Roma”, allestita all’ex Mattatoio, presenta una prima sezione composta da soli uomini, una seconda quasi del tutto maschile, e una terza – quella che dovrebbe raccontare la città che cambia – popolata da undici studi largamente guidati da uomini. Insomma: un panorama che sembra provenire da un’altra epoca. Sottolinea inoltre che la rassegna è promossa e ospitata da istituzioni pubbliche, quelle stesse che dovrebbero impegnarsi a sovvertire l’inerzia dei vecchi squilibri. I curatori rispondono prontamente, parlano di numeri diversi. Ma la questione, a ben vedere, è più ampia della conta dei partecipanti.
Mentre, infatti, nelle facoltà di architettura le ragazze superano ormai stabilmente il 60% degli immatricolati, e la percentuale continua a crescere, quando si passa al mondo professionale, la loro presenza si assottiglia drasticamente.
Via libera al Monastero buddista di Plum Village
Anche l’architettura può essere l’innesco per la rigenerazione urbana ma senza urlare. Il tentativo fallito di Gehry a Modena
Qualche giorno fa è scomparso Frank O. Ghery, celebre e discusso architetto, autore di alcune delle opere più note degli ultimi decenni. Come ben sottolineato da Luigi Prestinenza Puglisi nella sua rubrica (si veda qui l’articolo), l’opera di Ghery suscita, tra le altre, riflessioni molto accese sul ruolo dell’architettura come motore della riqualificazione urbana, tra sostenitori e detrattori del “Bilbao effect” che per anni ha imperversato nelle politiche urbane.
Foster and Partners, completato il museo Zayed
Prodotti, servizi e ambienti per tutti: la progettazione equa e inclusiva abbandona l’idea di utente medio e diventa Design for All
Design for All, Universal Design, Inclusive Design, termini diversi e forse in Italia non proprio comuni, volti a indicare in sostanza lo stesso approccio alla progettazione e gestione dei luoghi: equità e inclusione. Il “Design for All” (o “design universale”) è un approccio alla progettazione di prodotti, servizi e ambienti che mira a renderli fruibili dal maggior numero possibile di persone, indipendentemente dall’età, dalle capacità fisiche o da altre caratteristiche.
MVRDV, via libera allo Schieblocks di Rotterdam
Tutti i bandi di progettazione pubblicati dal 22 al 28 novembre
Il file completo dei bandi della settimana di importo superiore a 140mila euro per i servizi di architettura e ingegneria con la descrizione di ente appaltante, importo, oggetto dell’appalto, scadenza, territorio di riferimento. Il servizio è fornito dall’Osservatorio ONSAI, costituito da Cresme Europa Servizi e CNAPPC.
La scelta riparatrice di Wang Shu e Lu Wenyu per una Biennale 2027 meno tecnologica ma più reale dimostra che la geografia dell’architettura è cambiata: il centro non è più l’Occidente
Il problema non era in fondo così difficile da risolvere. Dopo Carlo Ratti e dopo ancora aver nominato curatori che provenivano dal continente africano e dall’America latina, occorreva rivolgersi all’oriente, meglio se alla Cina, da qui la scelta del CdA della Biennale di Venezia, su proposta del presidente Pietrangelo Buttafuoco, di nominare Wang Shu e Lu Wenyu direttori della ventesima Mostra Internazionale di Architettura del 2027. Una scelta, oltretutto, riparatrice che ribalta il Pritzker 2012, che aveva premiato il solo Wang Shu, lasciando in ombra il contributo paritario, e in alcuni passaggi decisivo, di Lu Wenyu.
Équerre d’argent 2025, il premio Opera prima al centro infanzia di Hemaa a Evry-Courcouronnes
Biennale ’27, i curatori saranno Wang Shu e Lu Wenyu
Azienda regionale lombarda acquisti, pubblicati 13 lotti di progettazione e DL
Il riuso e l’architettura che non cancella né restaura, ma manipola, riformula, crea: da Scarpa a Bofill, da Koolhaas a Mendini
Viviamo in un mondo saturo di oggetti, di immagini, di edifici. Abbiamo costruito troppo, spesso male e anche senza chiederci se fosse davvero necessario. Oggi occorre cambiare direzione restituendo senso a ciò che già esiste. E, quindi, recuperare, modificare, interpretare per riformulare la cornice attraverso la quale interagiamo con la realtà che ci circonda, ridando valore alle cose per restituire loro un ruolo nella narrazione del presente.
Recuperare non è restaurare. Il restauro tende a ricomporre un’unità perduta, a riportare l’opera a un presunto stato originario, al “dov’era e com’era” che pervade le nostre norme. Il recupero, invece, è un atto creativo: usa ciò che rimane come materiale per costruire un nuovo edificio. È, per dirla con Nicolas Bourriaud, un gesto di post-produzione. Come un DJ che usa un brano per generarne un altro, l’architetto contemporaneo lavora su ciò che esiste, lo manipola, lo riformula. L’architettura diventa remix, e la città una grande piattaforma di editing.
Marco Casamonti, i 30 anni di Area e la mediazione ultra-inclusiva fra vecchio e nuovo
ll 17 febbraio del 1992 il pubblico ministero Antonio Di Pietro ottiene dal GIP un ordine di cattura per l’ingegnere Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio e membro del Partito Socialista Italiano. Comincia Tangentopoli, un insieme di inchieste con relative condanne che stravolge il panorama politico italiano. E che ha ricadute nel mondo degli appalti e degli incarichi professionali, attraverso i quali sono passati favori, mazzette e tangenti. Non è esagerato dire che il vecchio mondo si sgretola. A rodati professionisti, spesso legati al mondo dell’università e ai partiti storici, scelti in base al celebre manuale Cencelli, subentrano architetti più giovani che si sono formati, grazie ai programmi Erasmus e alla conoscenza di quanto di meglio si sta producendo in Europa e negli Stati Uniti, in un clima culturale più aperto alla concorrenza, ai concorsi e alle innovazioni del linguaggio architettonico. Sono gli anni, oltre tutto, in cui, come dirà Peter Cook, l’architettura in tutto il mondo ha di nuovo messo le ali per ricominciare a sognare. (…)
La sicurezza nella rigenerazione urbana è complessa ma necessaria: la sfida è combinare misure fisiche, sociali e tecnologiche. L’esempio dell’Agenzia del Demanio
Il 22 Aprile del 2017 è entrata in vigore una legge che, alla luce del successo odierno della Rigenerazione Urbana, varrebbe la pena riprendere e riesaminare in alcuni suoi aspetti innovativi e interessanti.
Parliamo della Legge 48/2017, conversione del DL 14/2017, recante Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città.
Ci interessa in relazione al fatto che, sempre più spesso, negli intenti della Rigenerazione Urbana viene inserita anche la “sicurezza”, spesso abbinata ad espressione che richiamano l’inclusività, l’equità e simili. Quando però si va a vedere la traduzione di questi concetti in progetti, la sicurezza pare concepita più come “sicurezza pubblica”, ovvero come disciplina che si occupa prevalentemente dell’incolumità dei cittadini e della tutela della proprietà e che si concretizza in sistemi di videosorveglianza e diffusi impianti di illuminazione. (…)
L’opportunità che ci arriva dal crollo della Torre dei Conti: un concorso internazionale di progettazione aperto, libero, pulito. La permanenza costruita come trasformazione e non come mummificazione
Roma è una città che crolla lentamente, con eleganza. Non esplode come le metropoli americane, non implode come quelle cinesi: semplicemente si sbriciola, e nel farlo sembra quasi volerti insegnare la lezione più dura e più affascinante dell’architettura — che niente è per sempre, e che tutto, persino la pietra, ha diritto a morire.
È accaduto alla Torre dei Conti. O, meglio, a quel che ne restava. Un dente cariato incastrato tra i Fori e via Cavour, un relitto di età medievale costruito sul Tempio della Pace, modificato troppe volte, usato come fienile, fortilizio, sede fascista, ufficio comunale e poi lasciato vuoto, in attesa di una rinascita mai arrivata. Quando finalmente si era deciso di restituirle una funzione, con il progetto CARME di Walter Tocci, finanziato dal PNRR, la Torre è implosa: prima un contrafforte crollato come una lama, poi il tetto, poi i solai.
E allora, cosa fare? Restaurarla? Rimettere insieme i pezzi come un puzzle sbriciolato? Spendere milioni per inseguire una forma che ormai non esiste più? Oppure ammettere che la Torre dei Conti ha esaurito il suo ciclo vitale e che Roma — quella Roma che da sempre vive di sostituzioni, di stratificazioni, di cancellazioni e rinascite — può permettersi di immaginare qualcosa di nuovo, di straordinario, di coraggioso? …