LE ARCHITETTE RISPONDONO
Dopo Zaha Hadid, architettura al femminile garante di pluralità
IN SINTESI
Abbiamo chiesto a sette architette che in questi ultimi 15-20 anni – dalla costruzione e dall’inaugurazione del MAXXI di Zaha Hadid nel 2010 a oggi – si sono affermate sulla scena nazionale e internazionale, hanno progettato e costruito, hanno partecipato al dibattito pubblico, di darci il senso del loro avanzamento scegliendo un progetto significativo nel loro portfolio. Ma soprattutto abbiamo voluto mettere questo loro percorso – ognuna il suo – nella più ampia traiettoria della storia recente dell’architettura al femminile in Italia. Non ci interessava qui un’analisi statistica o sociologica e neanche un manifesto politico; quanto capire, piuttosto, quali siano gli spazi concreti per le donne architette di mettersi alla guida :- o comunque di dare un contributo capace sempre più di incidere – dei processi di trasformazione urbana fondamentali per la sopravvivenza delle nostre città. Questa la domanda che abbiamo formulato a tutte uguale: è possibile oggi definire una specificità dell’architettura al femminile?
Il risultato è abbastanza sorprendente per il tasso di convergenza: in quasi tutte le risposte sono echeggiati termini come “plurale” e “inclusivo” a definire e caratterizzare il grande potenziale che hanno oggi lo sguardo e la cultura femminile nell’attività di progettazione e nei processi di trasformazione degli assetti delle nostre città. Le donne architette denunciano oggi pressoché all’unisono la necessità di abbandonare la gerarchizzazione rigida degli spazi delle nostre città e la prevalenza delle infrastrutture pesanti: assetti che possono essere superati dando voce a storie, fragilità, conflitti, desideri che nella città si muovono (sempre più) e che le donne sono forse capaci di cogliere e ascoltare meglio degli uomini.
A creare questa convergenza così forte è probabilmente la grande attesa – comune non solo alle donne ma anche ai cittadini uomini – per una stagione di rigenerazione urbana e umana che promette un radicale riassetto delle nostre città. Se inclusione e dialogo si faranno effettivamente strada è perché oggi non è più rinviabile quel cambiamento di paradigma che la rigenerazione urbana traduce in valore sociale, partecipazione, uso più effieinte e inclusivo degli spazi pubblici e dei beni comuni.
Ecco le interviste: dai link che seguono ci si può collegare direttamente.
Maria Claudia Clemente: “Sono stata educata a creare una stanza tutta per me, per citare Virginia Woolf, e penso che la sensibilità necessaria all’architettura sia legata non al genere, ma all’individuo”

Antonella Mari: “L’architettura non è la risposta a un contesto ma un atto di rivelazione: contro l’azione spesso violenta del costruire serve uno sguardo plurale e inclusivo”

Francesca Perani: “Non serve definire un’architettura femminile, serve fare spazio a un’architettura plurale”

Laura Rocca: “Essere una donna architetto significa avere i piedi per terra e la testa, insieme alle idee, fra le nuvole”

Guendalina Salimei: “Il punto di vista femminile non rivendica una differenza identitaria, ma intreccia storie, fragilità, conflitti, desideri: elementi strategici nelle trasformazioni di rigenerazione urbana”

Maria Alessandra Segantini: “Uno sguardo al femminile abbandona le rigide gerarchie dello spazio e introduce le infrastrutture lente che rafforzano identità e senso di appartenenza delle comunità”

Susanna Tradati: “Le donne in architettura sono portatrici di pluralità e dialogo che consentono di vedere e progettare meglio nella complessità del reale”
