DA REBELARCHITETTE A FRANCESCA PERANI ENTREPRISE

Francesca Perani: “Non serve definire un’architettura femminile, serve fare spazio a un’architettura plurale”

08 Mar 2026 di Giorgio Santilli

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Francesca Perani: “Non serve definire un’architettura femminile, serve fare spazio a un’architettura plurale”

Francesca Perani

In Francesca Perani convivono due anime e due storie: fondatrice di Francesca Perani Enterprise, ma prima ancora animatrice del collettivo RebelArchitette. Le abbiamo chiesto di indicarci un suo progetto che considera significativo e di scegliere una immagine per rappresentarlo. E abbiamo chiesto anche a lei di rispondere alla domanda se sia possibile oggi definire una specificità dell’architettura al femminile. Partiamo dalla sua risposta a questa domanda

E’ possibile oggi definire una specificità dell’architettura al femminile?

“Non credo esista un’architettura femminile – risponde Francesca Perani – così come non esiste un modo di essere artista donna o uomo, cantante donna o uomo, chirurga donna o uomo. Non serve usare un titolo per costruire un recinto nel quale posizionare chi finora non è stato guardato.

Se però un’architettura femminile non esiste, è evidente che per molto tempo sia esistita un’architettura maschile: una vastissima produzione di opere progettate e raccontate quasi esclusivamente da uomini. Un’architettura fatta di frontmen che difficilmente lasciano spazio di visibilità alle colleghe, anche quando sono socie o compagne di vita, e di organizzatori di eventi che non si imbarazzano a costruire spazi di visibilità selettiva.

A questo si aggiunge una storia professionale costruita dentro una committenza e un sistema di maestranze prevalentemente maschili. Un contesto che ha inevitabilmente influenzato il modo di lavorare, di organizzare il progetto e persino di rappresentarlo nella cultura disciplinare.

Dentro questo sistema le donne hanno spesso due possibilità: seguire le regole del gioco esistenti oppure provare a trovare altri percorsi.

Io sono convinta che un altro modo di operare esista. E che diventi possibile quando avremo più protagoniste in tutte le fasi del processo, dalle imprenditrici alle maestranze.

Lavorando in team di curatela dal basso, prima con Archidonne e poi con RebelArchitette, ho scoperto quanta ricchezza esista nel mondo progettuale delle progettiste. Molte di loro, a causa delle incombenze di cura familiari, hanno dovuto mettere in pausa un percorso per poi costruirne di nuovi, più sperimentali, portando con sé valori come cura, accessibilità, equità e inclusione come parte integrante del progetto.

Questa scoperta ha ridefinito per me il significato del “successo”: meno centrato sull’ego individuale e più vicino all’impatto sociale e ambientale del progetto. In una professione così sovraffollata e famelica, mi ha permesso di sentirmi accompagnata e di accettare approcci non convenzionali.

Oggi lo spazio risponde a dinamiche sempre più complesse. Il progetto diventa significativo quando riesce a rispondere a bisogni che superano l’interesse privato e diventano espressione di un bene collettivo. Per questo motivo trovo che la pratica dell’architettura sia sempre meno definita da una singola firma e sempre più da team e alleanze proprio mentre  l’intelligenza artificiale entra prepotentemente nei processi creativi.

Il mio percorso è stato influenzato dall’assenza di modelli di ruolo femminili. Oggi però la maggioranza delle studentesse nei corsi di architettura è composta da donne così come le neoiscritte agli ordini professionali. Facciamo in modo che possano riconoscersi nella disciplina.

Non serve definire un’architettura femminile. Serve fare spazio ad un’architettura plurale”.

Il progetto scelto da Francesca Perani: Piazza Confindustria Bergamo

Nel progetto scelto da Francesca Pirani la nuova piazza antistante la sede di Confindustria Bergamo si rinnova attraverso un gesto architettonico leggero e a forte impronta artistica: un pattern grafico ridisegna la superficie urbana e un’installazione di vapore introduce un nuovo respiro nel paesaggio (foto in basso).: in un contesto dominato dall’innovazione e dai ritmi produttivi, la nuova piazza introduce così un tempo diverso, quello della relazione e dell’identità condivisa.

Una piazza sopra la piazza, dove natura, segno e relazione trasformano il passaggio in un’esperienza sensoriale condivisa. Una nuova pelle architettonica i, si innesta in modo leggero e reversibile sopra la precedente: un intervento orizzontale e relazionale che trasforma un’area di passaggio in un luogo di identità, sospensione e comunità. Un gesto grafico e discreto, pensato per ridefinire la relazione tra architettura, paesaggio e socialità nel cuore del Kilometro Rosso, tra il monumentale muro rosso di Jean Nouvel e la sede contemporanea di Confindustria Bergamo progettata da Riccardo Minelli.

 

Composta da un grande anello centrale che lambisce l’area di ingresso proveniente dal parcheggio e quella di accesso all’edificio, la piattaforma si configura come un tappeto urbano continuo, in grado di abbracciare i percorsi principali e fondersi con il paesaggio vegetale circostante. Si tratta di uno spazio circolare attraversato da un’unica diagonale che nasce dai grandi setti d’ingresso e intercetta la pavimentazione trasformandola in una seduta a doppio gradone in grado di ospitare fino a 90 persone e diventare palco per eventi temporanei.

Un secondo anello consente il percorso verso le altre sedi del parco tecnologico mentre un terzo si eleva al di sopra della gradonata più alta accogliendo una nuvola di vapore. Non solo un dispositivo di raffrescamento, ma un’installazione che introduce una dimensione sensoriale mutevole: un respiro che accompagna le stagioni, un gesto effimero che fonde tecnologia e natura, evocando un’idea di sospensione. 

La realizzazione di questa sopraelevazione avviene attraverso un pavimento flottante in legno composito riciclabile, predisposto per diffondere calore nelle stagioni invernali grazie a serpentine radianti integrate. Il disegno grafico delle doghe segue una precisa sequenza: una prima area scura, in continuità con l’asfalto, lascia poi spazio a tonalità chiare e scure alternate, richiamando la corsa autostradale che costeggia il sito — un pattern che, da simbolo di velocità, si trasforma in ritmo di relazioni umane.

Un sistema di illuminazione a led integrato sotto la gradonata e nell’area della nuvola di vapore, consente alla piazza di mutare nelle ore serali e notturne evidenziando i profili architettonici e valorizzando la nuvola di vapore.

Il progetto del verde, realizzato con Sara Carrara, è pensato come un fondale naturale in dialogo con l’architettura.
Tre esemplari di Liquidambar styraciflua, fulcro della composizione, sono stati scelti per la loro capacità di trasformarsi con le stagioni: dal verde intenso estivo all’arancio e al rosso autunnali che richiamano e amplificano il colore del muro retrostante andando a fondersi con esso. Alla loro base si sviluppa un tappeto di graminacee leggere e dinamiche, capaci di muoversi al vento e di variare tonalità durante l’anno introducendo movimento, texture e biodiversità. 

 

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