PROGETTO CORALE / 30
Progetti internazionali per rompere la struttura a silos verticali tipica degli enti locali italiani
Volendo cercare di capire come viene affrontata la Rigenerazione Urbana all’interno delle amministrazioni comunali, verrebbe naturale a chiunque rivolgersi in prima battuta agli Uffici Tecnici, come Edilizia, Urbanistica, magari Ambiente. Oggi vogliamo invece cambiare prospettiva, provando a capire quali professionalità di altri settori comunali si occupino a vario titolo di Rigenerazione Urbana. Lo facciamo guidati da Emanuela Medeghini, responsabile della Unità Organizzativa Politiche Europee del Comune di Ravenna, con un passato analogo a Mantova, una formazione in legge e un master in City Management. (…)
Medeghini da anni ormai si interfaccia con politiche urbane e processi di riattivazione delle comunità, portando su queste tematiche uno sguardo internazionale e un approccio interdisciplinare, già evidente nel suo profilo formativo. Ha gestito dunque progetti complessi di cooperazione internazionale, che a vario titolo lavoravano sui contesti urbani, in un’ottica di sostenibilità e stakeholders engagement. Basta una rapida conversazione con lei per capire come le sia chiarissima la differenza tra riqualificazione e rigenerazione, quest’ultima fortemente promossa dalle politiche, e quindi dai finanziamenti, dell’Europa come una pratica che necessita di integrazione tra sguardi e discipline e partecipazione.
Ma con altrettanta lucidità Medeghini analizza anche la scarsa coerenza tra questo approccio complesso promosso dalle iniziative europee e il quadro di cultura e normativa italiana, sempre focalizzate sul recupero di edifici dismessi o comunque mirati principalmente a quel tipo di interventi.
Questa sfasatura di approccio rende difficile, all’interno di un Comune, riuscire a far emergere il valore di finanziamenti e percorsi che promuovono invece azioni soft, che lavorano sul management, sull’innovazione strutturale, sulla crescita di consapevolezza civica e di forme light di partenariato pubblico privato. Oppure, se in effetti esiste la presa di coscienza dell’importanza e del valore di azioni immateriali a supporto, integrazione o anche guida di quelle materiali, perché ormai certi principi e linee guida europee sono consolidate, e questa consapevolezza consente di candidare progetti e vincere fondi per azioni che si rivelano calzanti ed efficaci nel riattivare processi condivisi e complessi sui contesti urbani, è nella tenuta che si fa fatica. Passata infatti l’energia dei due-tre anni di progetto e le iniziative forzatamente intraprese per ottemperare al Workplan del progetto, purtroppo può capitare che la rigidità organizzativa, la prassi metodologica e la difficoltà burocratica riportino in breve il modus operandi a modalità più consolidate e si faccia dunque fatica a mantenere i risultati raggiunti.
Un esempio emblematico viene dal progetto INTERREG Bhenefit, che Medeghini ha avuto modo di seguire e lavorava proprio sulla necessità di rompere la struttura a silos verticali tipica degli Enti locali, per garantire una ideazione e gestione integrata e multidisciplinare di azioni di valorizzazione dei centri storici minori. Sicuramente le iniziative di “dialogo forzoso” tra uffici di diversi settori sono state implementate con difficoltà ma anche soddisfazione dai soggetti coinvolti, ma, terminato il traino del progetto europeo, un po’ per tutti i partner coinvolti è stato complesso mantenere quel tipo di approccio nel lungo periodo.
In questo contesto, emerge però con ancora maggiore forza il valore della partecipazione a progetti internazionali e della presenza, all’interno delle strutture comunali, di uffici e staff dedicati a queste attività. In un certo senso, ci ricorda Medeghini, chi si occupa in un Comune di progetti europei ha il ruolo di attivatore e supporter di una visione strategica di integrazione delle politiche locali sulla città, con la difficoltà aggiuntiva di svolgere una professione non codificata, per la quale la capacità di innescare relazioni e di mantenersi in contatto con i fermenti e le dinamiche urbane sovralocali senza perdere il legame con il contesto site-specific diventano caratteristiche essenziali.
Nel territorio ravennate il coinvolgimento del Comune in diversi progetti europei si è rivelato un innesco efficace di riattivazione urbana.
Se un primo progetto URBACT, denominato Creative Cities, ha permesso infatti di conoscere e mettere in rete le imprese creative e culturali presenti nel quartiere Darsena e di attivare un primo gruppo di lavoro sull’area che iniziasse anche una “narrazione” del luogo, un secondo progetto europeo, l’UIA DARE, ha permesso, sulla stessa Darsena, di incrementare e rendere partecipativa la consapevolezza e la narrazione e di provare a fare della narrazione uno strumento di attivazione di azioni concrete, che andassero anche a modificare l’uso e la cura dei luoghi.
L’efficacia delle azioni intraprese nel creare attenzione, interesse e, conseguentemente, valore, ha poi permesso alla amministrazione comunale di dotarsi di una cornice integrata di obiettivi e azioni, ovvero di un quadro strategico, che ha permesso di indirizzare al meglio la ricerca e l’utilizzo di fondi, tenendo insieme e rendendo coerenti i diversi interventi finanziati dal PNRR o dalla Regione. E’ il caso delle trasformazioni ora in atto sull’area della ex Raffineria Zolfi Almagià e dell’Ippodromo, che stanno vivendo riqualificazioni e cambi d’uso generati e condivisi all’interno delle strategie nate dal progetto DARE.
Gli esiti di tale progetto sono poi stati condivisi, nell’ambito di un altro progetto europeo, con una ricca serie di altre città europee, verso le quali Ravenna sta facendo azioni di knowledge transfer, ricevendo a propria volta idee e fondi per proseguire nello sviluppo dello storytelling del quartiere Darsena e per promuovere azioni di animazione e preservazione della memoria a cura di soggetti socio-culturali attivi nell’area.
Infine, il network creatosi grazie ai progetti europei ha permesso l’attivazione di micro-collaborazioni privato-privato, che hanno portato all’area come beneficio pubblico il presidio, la cura e la rivitalizzazione di piccoli e medi spazi dismessi, anche attraverso usi temporanei.
Il rammarico sta forse nel fatto che queste iniziative finanziate dalla UE rischiano di essere azioni a singhiozzo, fatti puntuali che, almeno per ora, faticano ad assumere una reale dimensione sistemica di azione sulla città. L’auspicio, invece, è che i principi alla base di queste iniziative, come per esempio il New European Bauhaus, riescano man mano a radicarsi anche nelle prassi degli enti locali, incentivando una Rigenerazione Urbana intesa come politica locale complessa, che nasce dalla sinergia tra coprogettazione, sostenibilità e qualità estetica, triade a sua volta rigenerata di Utilitas, Firmitas e Venustas.
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