PROGETTO CORALE / 45

Cosa manca alle industrie per incidere davvero sulla rigenerazione urbana? Il caso del comparto CPC di Modena e la spinta che può arrivare dai masterplan di innesto urbano

10 Giu 2026 di Maria Cristina Fregni

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Sappiamo che l’industria ha fatto irruzione nel mondo urbano con la rivoluzione industriale, ponendosi ben presto come tema dominante della città, come lo erano stati la tomba e il tempio nell’antichità e successivamente la chiesa e il castello.

Dalla prima rivoluzione industriale, le fabbriche hanno attratto masse di lavoratori dalle campagne, trasformando radicalmente la forma, le dimensioni e l’organizzazione dei centri urbani. La vicinanza geografica tra industrie e città ha generato vantaggi competitivi, la concentrazione di imprese, manodopera specializzata e servizi ha favorito la circolazione delle idee, l’innovazione e l’efficienza. In molti casi, il legame tra industrie e città è diventato simbiotico e identitario, le fabbriche hanno portato sviluppo, il territorio ha messo a disposizione risorse per supportare questi processi, in un win-win a volte molto efficace.

Poi, a un certo punto qualche decennio fa, in Italia questo rapporto più o meno felice si è rotto, le grandi fabbriche sono diventate “aree dismesse” per trasformazioni urbane a volte preziose, altre discutibili, le realtà produttive sono uscite sempre di più dal tessuto urbano vero e proprio, con incremento della qualità ambientale delle aree urbane, ma con progressivo impoverimento del carattere urbano dei fabbricati e delle aree industriali e progressivo indebolimento del legame identitario tra città e filiere della produzione in essa sorte e localizzate.

Eppure, le aree industriali e le fabbriche in esse insediate sono anch’esse parte del sistema urbano, sono luoghi – o spesso solo spazi – in cui i cittadini spendono una gran parte della propria giornata. Sono poli che attraggono flussi di merci e persone, influenzando traffico, qualità ambientale e attività economiche delle città. Averle relegate alla periferia, spesso “oltre” i bordi percepiti di “ciò che fa città” (una ferrovia, una tangenziale, un cimitero, un deposito dei tram), non le rende nei fatti meno intrinsecamente legate agli altri tessuti, ma solo meno visibili.

Se ad introdurre nuovi criteri sulla qualità ambientale di questi distretti industriali ci hanno già pensato da venti anni alcune leggi, con l’introduzione, per esempio, del concetto di APEA (Area Produttiva Ecologicamente Attrezzata), attualmente il tema imperante delle smart cities e dell’innovazione tecnologica ha aperto spiragli interessanti sulle stessa identità, e conseguentemente sugli spazi fisici che la sostanziano, delle aree industriali, coinvolgendo in modo organico la digitalizzazione, la transizione ecologica, la gestione die modi e degli orari di lavoro. Questo ha comportato, ancora non frequentemente quanto si potrebbe, una riconfigurazione die distretti produttivi, che al proprio interno si sono riqualificati, garantendo anche ambienti urbani più accoglienti per lavoratori e visitatori.

Ciò che però ancora non è stato stressato in modo efficace è, a parere di questo Diario, il ruolo potenziale delle industrie nei processi di Rigenerazione Urbana. Eppure, il mondo della produzione è, per sua stessa natura, un mondo sempre in fermento, che ha bisogno di essere dinamico per sopravvivere. E’ un mondo che vive dei proprio prodotti, dei propri brevetti, del proprio marketing e dell’abilità di stare nel mercato, ma è anche un mondo ancora molto fisico, un mondo per il quale la spazialità, la logistica, il bacino dei lavoratori sono ancora tasselli fondamentali. Un mondo che porta valore al territorio in cui è, ma che spesso ha anche bisogno di quel territorio per progredire. Quindi, anche laddove magari il legame storico tra fabbrica, comunità locale e tessuti urbani è progressivamente sbiadito, in realtà c’è molto margine per parlare di Rigenerazione Urbana e di coinvolgimento delle realtà produttive in questi processi.

Se così non fosse, la delocalizzazione sarebbe già stata portata all’ennesima potenza. Invece, la produzione e i suoi luoghi restano un elemento importante dei nostri sistemi urbani. E un sistema che sta evolvendo, in cui magari il “piccolo” resiste solo se di nicchia e se parte di una filiera e in cui il “medio” per mantenersi deve necessariamente diventare “grande”: culturalmente, commercialmente, ma spesso anche fisicamente.

Come diverse Regioni, l’Emilia-Romagna in primis, stanno sperimentando, far convivere le esigenze del mondo produttivo con il perseguimento del “consumo zero” di suolo è missione molto complessa. Una prima chiave di lettura potrebbe venire proprio dal lessico, dall’iniziare a parlare di “saldo zero” piuttosto che di “consumo zero”, immaginando quindi che quanto avviene nel mondo produttivo a livello di trasformazioni fisiche torni a valicare quei “bordi” e si riconnetta al sistema-città.

Un’azienda in espansione o in ristrutturazione, a ben pensarci, dispone infatti di diverse leve strategiche per generare un impatto positivo sul territorio, trasformando la propria crescita economica in un motore di rigenerazione urbana, sociale e ambientale.

L’ampliamento aziendale può diventare l’occasione per sanare o arricchire l’ecosistema urbano circostante, per esempio attraverso il finanziamento o la realizzazione o riqualificazione di parchi pubblici, corridoi verdi o pareti e tetti verticali vegetali per contrastare le isole di calore urbane. Sui temi del traffico indotto, l’azienda può installare colonnine di ricarica elettrica sia private che pubbliche, creare piste ciclabili collegate alla rete cittadina o finanziare servizi di navetta e car-sharing di quartiere.

Sul tema della gestione delle risorse, può Implementare sistemi di raccolta e riutilizzo delle acque piovane dei propri piazzali e mettere l’acqua a disposizione per l’irrigazione die parchi pubblici, oppure può creare sui propri tetti impianti fotovoltaici di grande scala, che possano immettere energia pulita nella rete locale, favorendo la nascita di CER a scala locale.

Sul tema del paesaggio urbano, le aziende possono lavorare sulla qualità architettonica e percettiva dei propri spazi, migliorando sensibilmente quanto i cittadini vedono e percepiscono nella quotidianità. 

La crescita di un’azienda, poi, attira competenze e risorse, che possono essere redistribuite sul territorio. Per esempio, oltre ai classici “capannoni” possono nascere incubatori di startup, spazi di coworking o laboratori aperti (FabLab) che favoriscano l’imprenditorialità locale e l’occupazione giovanile, arricchendo i contesti urbani industriali di spazi aggregativi attivi in orari anche inconsueti e richiamando nei distretti produttivi fruitori inediti. Nei casi più evoluti, poi, come “opera compensativa” per un ampliamento ad una azienda può anche essere chiesto di sostenere progetti di welfare di comunità, finanziando borse di studio, corsi di formazione per categorie svantaggiate o attività culturali nel quartiere ospitante.

Per non parlare, poi, del potenziale ruolo delle industrie nella gestione dell’emergenza abitativa; gli imprenditori sentono più che mai questo tema, come priorità per garantirsi forza lavoro qualificata, mantenere la filiera e la logistica consolidata. Nell’ambito di politiche di stimolo all’ERS, perché non pensare ad “aree di atterraggio” per i distretti produttivi, in cui più realtà industriali si mettono insieme per generare affordable housing per i propri lavoratori?

Insomma, un’azienda che si amplia può tradurre il proprio sviluppo in interventi di beneficio pubblico concreti, concordati con l’amministrazione locale e in sintonia con il sistema economico e sociale del territorio.

Di esempi iniziano a vedersene in diversi territori, con approcci basati su masterplan di innesto urbano che escono dai confini del “lotto” e accordi pubblico-privato che superano le modalità classiche delle “opere di urbanizzazione” e degli interventi “fuori comparto” (e spesso fuori contesto).

Un caso su tutti: l’ampliamento del comparto CPC a Modena, trasformato in opportunità per dotare un quartiere periferico di ciclabili e rotatorie, per realizzare un parcheggio a servizio della vicina moschea, che tanto disagio creava con la sosta in strada ai flussi della comunità locale, per dotare il Comune di un parco pubblico di estese dimensioni che riequilibri la dotazione complessiva pro capite di quel quadrante urbano.

Come questo intervento ce ne sono altri, che coinvolgono grandi realtà industriali, portando un duplice importante effetto: se da un lato riqualificano ambiti urbani deficitari, dall’altro riattivano un rapporto di reciprocità tra spazi e realtà del lavoro e spazi e realtà della vita urbana, rigenerando efficacemente e in chiave innovativa un rapporto secolare che è parte integrante della nostra identità.

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