PROGETTO CORALE / 27

Ancora sul Masterplan: chi ha provato a valorizzarlo da Varese a Modena alla Manifattura Tabacchi di Firenze

28 Gen 2026 di Maria Cristina Fregni

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«Il masterplan è normato come un progetto territoriale che prefigura, in termini spaziali e relazionali, la città desiderata comprendendo sia le trasformazioni pubbliche sia quelle private di uso pubblico.

[…] Questo documento deve consentire di declinare in termini di consumo di suolo, densità, dotazione di servizi e assetto funzionale l’intero comparto e tale declinazione deve avvenire mediante la redazione di una serie di elaborati che esplicitino la nuova forma urbana in termini di assetto planivolumetrico e di relazioni con il resto della città». 

Questa definizione, che richiama molti dei temi emersi dalle otto interviste qui pubblicate lunedì scorso, è tratta dall’art. 7 delle Norme di Attuazione del Piano dei Servizi del Comune di Varese,  Comune nel quale il masterplan così inteso è stato utilizzato sia per delineare la trasformazione dell’area delle stazioni dei treni che per indirizzare il recupero e la valorizzazione della Valle Olona, attraverso il disegno di un progetto urbano affiancato da schede di azioni, finanziamenti e priorità.

Questa tipologia di approccio avvicina le esperienze italiane a quelle di matrice anglosassone, in cui il masterplan è realmente uno strumento strategico, di indirizzo, una cornice di senso e di priorità, adattabile nel tempo e in grado di parlare ad attori e interlocutori anche molto diversi tra loro. Se si guarda alle esperienze inglesi, scozzesi, irlandesi, canadesi e anche americane, ciò che viene definito “masterplan” di sviluppo territoriale raramente è un unico prodotto, quanto piuttosto un contenitore di molteplici documenti, in cui alla prefigurazione spaziale delle trasformazioni si accompagnano schede, linee guida e procedure per la gestione dei processi trasformativi dall’avvio dei primi studi fino a 20-30 dopo l’approvazione dello strumento (è il caso dei cosiddetti Management Plan), ma anche percorsi autorizzativi e partecipativi, abachi di best practice, raccolte di canali di finanziamento e accordi pubblico-privato per l’attuazione del masterplan ( i cosiddetti Implementation Plan). In questi contesti, infatti, è ben definito che non si possa affidare una visione strategica trasformativa del territorio alla sola componente spaziale, che deve invece avere da subito un rapporto di reciproco supporto con le componenti sociali, gestionali, economiche e ambientali. Per averne idea, si possono guardare, per esempio, i masterplan di valorizzazione dei canali storici, delle aree portuali, dei waterfront, tutte esperienze in cui multisciplinarietà, visione integrata e collaborazione tra più attori sono i tratti salienti della trasformazione. 

Il contesto italiano è diverso, ben lo sappiamo. A parte Varese, ci sono tuttavia altre esperienze che, almeno in parte, provano a valorizzare e declinare lo strumento “masterplan”, dando sostanza ad alcuni dei temi emersi dal dialogo con gli intervistati. Per esempio, nel 2017 il Comune di Modena ha approvato con Delibera di Giunta il Masterplan Periferie, nato per mettere a sistema le numerose trasformazioni che si stavano concretizzando, in modo scomposto e non coordinato, nella zona nord della città. In questo caso il Masterplan, sviluppato dall’amministrazione con il supporto di Politecnica, ha avuto in primis il grande merito di fare esattamente ciò che Silvia Viviani (link) ricorda nella sua intervista: dare una cornice di senso e coerenza a diversi interventi puntuali, sia pubblici che privati, riconnettendoli attraverso la prefigurazione di un nuovo spazio pubblico (strade, piazze, percorsi e parchi) che diventa elemento di relazione e strategia di intervento. Il masterplan consente di “vedere oltre” i confini dei lotti e dei comparti, guidando la progettualità dei Lavori Pubblici e fornendo ai diversi attori uno scenario di riferimento per meglio contestualizzare i propri interventi, trovare sinergie o limitare interferenze e contraddizioni, far emergere nuove, possibili progettualità che non sarebbero emerse in un processo isolato e autoreferenziale.

Come auspica Talia, in questo caso il masterplan ha svolto un ruolo di raccordo tra visione di medio-lungo periodo e la pianificazione urbanistica dei numerosi Piani attuativi che normavano le diverse aree senza più essere in grado di accogliere e dare voce alle evoluzioni intercorse.

Come ricorda Mantini, poi, il masterplan può nascere per iniziativa pubblica o anche privata. E sono molteplici i casi di applicazione di questo strumento da parte di privati, come per esempio grandi realtà produttive, che vedono nel masterplan una guida al proprio sviluppo e ai propri investimenti nelle aree di insediamento, intese non solo come i comparti di produzione in senso stretto ma anche i contesti urbani, fisici e sociali, nei quali sono collocate e le amministrazioni con cui devono o vogliono confrontarsi. 

Ma ci sono anche episodi in cui il masterplan privato diventa un modo per un investitore di “prendersi cura” di un pezzo di città, in affiancamento al pubblico.

E’ il caso, questo, della Manifattura Tabacchi di Firenze, l’ex fabbrica di sigari, dismessa dal 2001, il cui progetto di rigenerazione si propone di dar vita a un nuovo quartiere della città, animato dall’energia creativa di modaarte e design, complementare al centro storico, aperto a tutti e connesso col mondo. A guidarne la trasformazione è un Masterplan, che prevede un articolato mix funzionale dove gli edifici originali e quelli di nuova costruzione ospitano scuole, atelier e laboratori, uffici e spazi per co-working, loft residenziali, un hotel, uno studentato e un birrificio: i cancelli che isolavano la fabbrica saranno aperti e i muri rimossi per aprire il nuovo complesso alla città e al mondo. L’area, di proprietà di una joint venture tra Cdp Immobiliare, e il Gruppo Aermont, è stata interessata da un primo Masterplan elaborato da Concrete Architectural Associates, poi sviluppato dallo studio d’architettura Sanaa (premio Pritzker 2010) in collaborazione con Studio Mumbai. In queste visioni internazionali sono state fissate le linee guida allo sviluppo, basate sul valore relazionale degli spazi, sul mix funzionale e sulla qualità urbana. Il compito, poi, di portare avanti e contestualizzare sempre più tali indirizzi è stato affidato, allo studio fiorentino q-bic, in collaborazione con il paesaggista Antonio Perazzi e lo studio Piuarch. Basta scambiare qualche parola su questa esperienza con Luca Baldini di q-bic per capire subito il senso profondo della parola di Maurizio Carta (link), quando parla di “processo incrementale e adattativo che non controlla ma genera”. 

Baldini descrive con grande passione il lavoro svolto per traghettare le visioni di chi lo ha preceduto nella dimensione di fattibilità prima e di attuazione poi dell’intero progetto, vedendo in questa alternanza di sguardi, che connota anche la attuale fase di scala architettonica, una grande ricchezza e opportunità. Secondo q-bic, infatti, poter contare, all’interno di una cornice di senso definita e di priorità e invarianti chiare fissate nel masterplan, su una pluralità di approcci progettuali permette di salvaguardare la varietà che sta alla base dei luoghi urbani, rendendo ancora più forte e coerente l’intervento, che mira proprio a ricreare un pezzo di città. Il masterplan diventa dunque davvero un “piano guida” che supporta i progettisti nel generare nuovi e diversi luoghi di vita, così come costituisce uno strumento prezioso, ricorda sempre Baldini, nel confronto con gli Enti, dal Comune alla Soprintendenza, consentendo di confrontarsi non in astratto su numeri e parametri, ma nel tangibile di una visione di qualità e armonia. Questa capacità prefigurativa del masterplan ha anche aiutato nella implementazione delle componenti pubbliche dell’intervento: le aree di cessione o comunque di uso pubblico, inquadrate dal masterplan in una visione d’insieme, hanno palesato tutta la propria forza e, di conseguenza, non sono state trattate come “semplici standard”, bensì è venuto spontaneo all’investitore capire l’importanza del garantirne la qualità, assimilandole alle aree private nelle scelte progettuali degli arredi e delle componenti a verde e assumendosene la cura anche dopo il passaggio proprietario, per assicurare una sistematicità gestionale fondamentale per la riuscita dell’intervento.

Grazie a questo approccio olistico, i 37.000 mq formazione, uffici e spazi co-working, 35.000 mq residenza, 26.000 mq ospitalità e co-living e11.000 mq atelier e laboratori, non solo possono contare su una coerenza interna all’area di intervento, ma si integrano al territorio grazie a una strategica rete di collegamenti viari e attività culturali che riportano la vita all’interno dei luoghi dismessi della fabbrica di sigari. Il masterplan, andando oltre i confini di comparto come auspicato da Viviani (link) supporta così la nascita di un nuovo centro, complementare e vicino al Centro storico grazie alla nuova linea 4 della tramvia, ma che beneficia della ritrovata prossimità con il Parco delle Cascine, il Polo Universitario di Novoli, l’aeroporto e la stazione, ma anche con il distretto della moda e la sua area produttiva a ovest. La mobilità interna è stata studiata per restituire Manifattura Tabacchi Firenze alla vita del quartiere: un luogo aperto, permeabile e privo di muri di cinta, valorizzato grazie ad un sistema distributivo di aree verdi, piazze e spazi pubblici di relazione sociale, dove la Comunità possa contribuire a creare la nuova identità dei luoghi. Alla storica entrata monumentale su Via delle Cascine si aggiungeranno vari punti di accesso pedonali e ciclabili, oltre ad ingressi carrabili controllati e ad una fermata dedicata della nuova linea 4 della tramvia.

Nel caso fiorentino, poi, la visione prefigurata dal masterplan ha trovato il proprio “vestito urbanistico” di garanzia pubblicistica in un apposito Piano di Recupero, ma allo strumento Masterplan sono state lasciate, come sperato da Capucci (link) la flessibilità e la adattabilità che ne tutelano la forza e l’efficacia.

Sì, perché in fondo il masterplan è uno strumento prezioso anche per ribadire il valore di ricerca del processo di design, restituendo al progetto la propria natura sperimentale, di indagine e di scoperta, e liberandolo dall’equivoco di essere “attuazione edilizia” o “composizione formale” di norme astratte o principi stilistici. Ed è anche per questo che “imparare a fare masterplan” diventa una occasione importante di crescita e una sfida stimolante per tutti gli stakeholders delle trasformazioni urbane.

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