L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 48
L’Università oggi commenta, storicizza, classifica l’architettura che viene prodotta altrove. Senza cantieri reali non può esserci ricerca
C’è stato un tempo in cui era frequente che i professori che alla facoltà di architettura insegnavano progettazione (allora si chiamava Composizione) non si facevano vedere a lezione. Delegavano l’insegnamento a una corte di assistenti mentre loro si presentavano solo il giorno degli esami. Per fortuna questi ultimi erano all’altezza del compito e non facevano rimpiangere l’assenteismo dei cattedratici.
Perché i professori di una volta delegavano tanto? Probabilmente perché avevano anche attività professionali fiorenti che richiedevano l’impiego di tempo e di energie. E conseguentemente l’insegnamento doveva essere organizzato in modo da richiedere il minor sforzo personale possibile. Nonostante li vedessimo poco, questi professori organizzavano i corsi con grande cura. E sebbene avessero personalità diverse, spesso in feroce disaccordo teorico tra loro, tutti costruivano e tutti sapevano bene cosa fosse l’architettura.
Oggi, salvo lodevoli eccezioni, la situazione si è rovesciata. Abbiamo molti professori che fanno puntualmente lezione, che si spendono con passione ed energia, ma che hanno scarsa, anzi scarsissima conoscenza concreta di ciò che insegnano. Nel senso che di progetti ne hanno realizzati pochi.
Con la conseguenza che l’università tende a produrre soprattutto discorsi sull’architettura. Talvolta anche intelligenti. Ma discorsi.
Il risultato è una didattica raffinata sul piano retorico e grafico, ma debole sul piano decisionale. Gli studenti imparano a raccontare l’architettura prima ancora di saperla far funzionare. Sanno impaginare, sanno citare, sanno costruire un concept; molto meno sanno rispettare il budget o risolvere un nodo tra solaio e facciata che non faccia entrare acqua dopo due inverni.
Non è (solo) colpa dei singoli. È un problema strutturale. E le cause sono almeno due.
La prima è la fine delle vecchie baronie, e la nascita di nuove dipendenze.
Le caste baronali avevano difetti vistosi: autoreferenzialità, chiusura, nepotismo. Però spesso il barone era qualcuno che aveva costruito, scritto, polemizzato, preso posizione. Aveva un’idea di architettura, magari sbagliata, ma forte.
Oggi, con la frammentazione del sistema e la precarizzazione delle carriere, è emersa una figura diversa: non il barone-autore, ma il funzionario-accademico. Percorsi costruiti più sulla fedeltà a un gruppo che su una produzione progettuale autonoma. Molti giovani docenti hanno curriculum pieni di convegni, call for papers, workshop, ma poverissimi di opere costruite. E soprattutto pieno di libri inutili e mal scritti il cui unico merito è sostenere economicamente le case editrici che li stampano a pagamento.
Il meccanismo di selezione privilegia chi è stato bravo a navigare galleggiando tra procedure, bandi, alleanze interne. Non necessariamente chi ha dimostrato, fuori dall’università, di saper trasformare un’idea in uno spazio abitabile.
Il secondo motivo è l’ incompatibilità tra insegnamento e la professione sancita dalla legge. Il quadro normativo, con l’intento (nobile) di evitare conflitti d’interesse, ha finito per creare un cortocircuito. Molti docenti a tempo pieno hanno forti limitazioni nell’esercizio della libera professione. E con la scarsità di occasioni progettuali che si registra in Italia, fare la scelta di una docenza a tempo parziale implica il suicidio economico, rinunciare di fatto a mezzo stipendio per abbracciare una professione che spesso non ti ripaga nemmeno delle spese. E, poi, se sei docente a tempo parziale, hai minore voce in capitolo a livello accademico. E ti è di fatto preclusa la carriera.
Risultato: per crescere in accademia devi progressivamente allontanarti dalla pratica professionale continuativa.
D’altra parte, chi esercita la professione e basta lamenta, e non senza ragione, che un professore universitario, avendo già uno stipendio, esercita una concorrenza sleale nei confronti di un professionista che non ha questo supporto economico sul quale poter fare affidamento. Può, per esempio, regalare il progetto (regali, sempre interessati a dire il vero) oppure fare forti sconti che il professionista puro non può affrontare,
Così l’università si popola di architetti che, nel momento in cui diventano strutturati nel sistema didattico, smettono, o quasi, di costruire. E quando smetti di costruire, nel giro di pochi anni perdi il contatto con l’evoluzione reale del mestiere: tecnologie, normative, processi digitali, modelli di gestione del progetto.
Nel frattempo, fuori, gli studi professionali, anche piccoli, sono costretti a innovare per sopravvivere. Devono confrontarsi con la sostenibilità vera (quella che costa), con i capitolati, con i cronoprogrammi. Lì la qualità non è un tema teorico: è una questione di sopravvivenza economica e di reputazione.
Non sorprende quindi che molta della ricerca più interessante passi oggi per gli studi professionali che funzionano come laboratori: gruppi che sperimentano materiali, tipologie, processi, spesso in silenzio, lontano dai riflettori accademici. La loro teoria è incorporata negli edifici.
Figure come Renzo Piano o Massimiliano Fuksas, che hanno sempre tenuto insieme costruzione e riflessione, mostrano che il sapere architettonico cresce quando progetto e pensiero si alimentano a vicenda. Ma questo modello oggi vive più negli studi che nelle aule universitarie.
L’università, invece di essere il motore della ricerca applicata al progetto, rischia di diventare un osservatorio: commenta, classifica, storicizza ciò che altrove viene prodotto.
Non si tratta di rimpiangere i bei tempi andati. Vedere il proprio professore solo per la prolusione iniziale e per gli esami non è certo accettabile. Ma si sta creando una frattura pericolosa tra chi insegna architettura e chi la pratica davvero. E quando l’insegnamento si separa troppo dalla pratica, l’architettura rischia di diventare una disciplina puramente discorsiva.
La buona architettura ha bisogno di teoria, certo. Ma di una teoria che nasca dall’attrito con la realtà, non dall’autoreferenzialità. Finché l’università non troverà il modo di riaprire stabilmente le porte al cantiere, non come visita didattica, ma come parte integrante della carriera dei docenti, continuerà a produrre, non senza eleganza retorica, architetture di carta.
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