L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 27
L’irriconoscibile Rem Koolhaas: da maestro osannato dell’avanguardia critica all’architettura come simulacro
Nel 2014, quando viene chiamato a dirigere la quattordicesima mostra internazionale di Architettura di Venezia, Rem Koolhaas è l’architetto più importante del pianeta. Non il più celebre – quel titolo lo contendevano Zaha Hadid e Frank Gehry – ma il più influente. Il più citato, il più imitato, il più studiato. Sembrava allora che nulla potesse avvenire nel mondo dell’architettura senza passare per un suo sguardo, un suo saggio, una sua ironia. Come testimoniava il successo del libro S,M,L,XL, pubblicato nel 1995 e stampato in decine di migliaia di copie.
Eppure, poco più di dieci anni dopo, il paesaggio appare irriconoscibile. Non solo per il declino inevitabile che colpisce ogni maestro con l’andare dell’età, ma per uno slittamento etico e progettuale del suo studio, OMA, e della sua costola teorico-commerciale AMO. Da avanguardia critica, lo studio olandese è diventato un brand internazionale al servizio del capitale, della propaganda dell’architettura come simulacro.
Non che Koolhaas sia mai stato un moralista. Anzi. Il suo atteggiamento manierista, già evidente dai primi lavori – Villa dall’Ava in primis – era quello di chi, in maniera colta, coltissima, ruba, cita, riassembla, monta. Come un DJ della forma moderna, Koolhaas prendeva frammenti del Movimento Moderno e li ricombinava con una gioia quasi sadica: ecco Le Corbusier e Mies nella stessa casa, in collisione più che in dialogo; ecco il minimalismo e il massimalismo farsi compresenti; ecco l’ordine divenire caos attraverso la regia di un architetto demiurgo. Il riferimento al Marchese de Sade non è solo una provocazione intellettuale: è una chiave critica. Come il libertino del Settecento, Koolhaas pratica una permutazione infinita degli atti (architettonici, in questo caso), secondo una logica combinatoria che tutto consente, e per questo tutto consuma.
L’esempio paradigmatico di questa postura mentale – insieme rivoluzionaria e conservatrice – è stata proprio la Biennale di Architettura del 2014. Con un gesto spiazzante, Koolhaas svuota la mostra dei suoi protagonisti consueti e la riempie di componenti edilizi: sanitari, scale, pareti mobili, impianti. Non architetti, non linguaggi, ma elementi. Una gigantesca fiera dell’edilizia? No. O meglio: sì, ma filtrata da una lente colta, snob, anti-formalista. L’unico protagonista della Biennale diventa il Direttore stesso, cioè lui stesso, che si specchia nella Laurenziana michelangiolesca, considerata come unico degno termine di paragone. La Laurenziana viene, infatti, interpretata come un catalogo di componenti edilizi smontati e riassemblati, con una operazione simile a quella che attua Koolhaas nei suoi progetti, Biennale compresa.
Un’operazione narcisistica, certo. Ma anche, dobbiamo ammetterlo, geniale, stancamente geniale. Era il ritratto di Koolhaas come architetto-montatore: colui che non crea dal nulla, ma riorganizza il già dato. Come, appunto, de Sade, che proponeva una combinazione infinita di atti e di gesti, da ripetere con varianti, fino all’esaurimento del desiderio.
Ogni metodo – anche il più libero e scaltro – è destinato a irrigidirsi. E Koolhaas non fa eccezione. Lo si è visto con inquietante chiarezza negli ultimi dieci anni. Non parliamo solo della prevedibile obsolescenza delle soluzioni formali (il gusto per il collage, la paratassi, il contrasto sfacciato), ma soprattutto di una vera e propria deriva cinica. L’architettura, da critica della realtà, è diventata celebrazione del potere. E AMO, l’agenzia “parallela” dello studio, nata per occuparsi di teoria, ricerca, media e moda, si è trasformata in un efficace ufficio marketing per autorità discutibili.
Emblematica in questo senso è l’attività dello studio nei Balcani, nei Paesi dell’Est Europa e in Albania. Qui OMA non si limita a operare: produce l’architettura di stato, l’alibi formale per i governi che usano l’architettura come facciata della modernizzazione autoritaria. Torri iconiche, spazi pubblici brandizzati, residenze per élite, falansteri di case popolari, tutto nel nome di una “rinascita urbana” che cancella ogni conflitto. Koolhaas e OMA non solo partecipano, ma guidano il processo. Come sempre, con grande intelligenza, con infinite giustificazioni teoriche. Ma il risultato è chiaro: un’architettura servile, camuffata da avanguardia.
Il progetto si svuota di ogni tensione critica e si riduce a spettacolo. Perché è proprio questo, alla fine, il peccato capitale dell’ultima fase koolhaasiana: la trasformazione del metodo in formula, del gioco sadiano in routine pornografica.
Ci sono eccezioni. E progetti che tengono testa per lucidità, ambiguità e stratificazione. Come per esempio la Fondazione Prada a Milano. Qui Koolhaas e il suo studio riescono a costruire una macchina complessa, in cui il vecchio e il nuovo convivono senza nostalgia, dove il linguaggio dell’industriale dismesso viene rilanciato, esaltato, deformato. C’è un edificio ricoperto d’oro, ma il kitsch è un commento sul lusso. C’è un bar disegnato da Wes Anderson, ma non è una boutade: è un’operazione sul tempo. C’è l’intervento di Salvatore Settis, intellettuale conservatore che diventa, nel contesto, parte di un’operazione concettuale acuta. Il gioco di de Sade si fa ancora interessante, perché è proprio nella mescolanza degli opposti che emerge un senso.
Ma altrove la produzione recente di OMA e AMO sembra smarrire ogni ambizione progettuale e teorica. Lavori come il Galleria Department Store a Gwanggyo (Corea del Sud), il centro di ricerca per Axel Springer a Berlino o gli interventi di facciata nei paesi arabi mostrano una stanchezza travestita da spettacolo, un formalismo vuoto dove tutto è permesso, ma nulla più conta. Il combinatorio si è trasformato in algoritmo, pornografia.
E così, Rem Koolhaas, che quarantenne si era presentato come il Michelangelo del nostro tempo, il più manierista degli architetti lanciati dalla mostra Deconstructivist Architecture del 1988, oggi, che ha superato gli ottanta, appare come un marchese de Sade senza più trasgressione. Un maestro dell’ibridazione che ha perso la tensione etica del gesto. Un intellettuale che ha scelto la complicità al posto della critica. Resta l’intelligenza, certo. Resta l’ironia. Resta una produzione sterminata, che ha segnato un’epoca e formato generazioni. Ma resta anche il sospetto che, proprio come i personaggi sadiani, Koolhaas non cerchi più altro che la ripetizione all’infinito di un piacere che non sorprende più.
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