L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP/46 / 46
Il MAXXI fu un acceleratore di consapevolezza, poi un percorso di emersione (ancora incompiuto)
Negli ultimi 15 anni la consapevolezza del contributo femminile alla pratica architettonica si è fatto più esplicita, attraversando mostre, libri, polemiche pubbliche, attivismo professionale e riconoscimenti istituzionali, anche se il percorso alterna aperture e arretramenti, visibilità e rimozione. Si è supportato così un processo che ha una storia più lunga: basta ricordare il lavoro dell’Associazione Italiana Donne Ingegneri e Architetti, un’organizzazione senza fini di lucro fondata nel 1957 per valorizzare la presenza femminile nei settori tecnici, o alle numerose commissioni per la parità di genere e per le pari opportunità promosse dagli Ordini professionali.

Luigi Prestinenza Puglisi
Un primo snodo visibile è il 2010, quando è inaugurato a Roma il MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo – progettato da Zaha Hadid. Il concorso internazionale del 1998 premia una proposta capace di sovrapporre infrastruttura e spazio pubblico, costruendo un organismo continuo più che un edificio. La presenza di Hadid nel panorama italiano non rappresenta soltanto l’arrivo di una star globale: introduce l’idea che l’autorialità femminile possa coincidere con sperimentazione radicale e leadership culturale. Il MAXXI diventa un riferimento simbolico per una generazione di progettiste formatesi negli anni Duemila.
Nel 2012 Milano inaugura Piazza Gae Aulenti, progettata da Cesar Pelli. L’intitolazione a Gae Aulenti di uno spazio così importante inserisce una progettista nella narrazione ufficiale della città contemporanea. L’operazione suggerisce che il riconoscimento passa anche attraverso dispositivi simbolici quali la toponomastica, le istituzioni, la memoria pubblica e non soltanto attraverso le opere.
Il 2014 porta la questione fuori dagli ambiti specialistici. Il film Scusate se esisto!, diretto da Riccardo Milani e interpretato da Paola Cortellesi, mette in scena una progettista costretta a negoziare continuamente il proprio riconoscimento. Il riferimento esplicito, anche se molto romanzato, è al lavoro sul Corviale di Guendalina Salimei. L’architettura diventa tema narrativo popolare, e con essa emergono stereotipi, precarietà e dinamiche di invisibilizzazione. Interessante notare che il boss maschilista dell’architetta Cortellesi di cognome si chiami Miramonti.
Dal 2017 la riflessione assume una dimensione sempre più organizzata. Francesca Perani fonda RebelArchitette e presenta alla Biennale di Venezia del 2018 l’atlante digitale Architette = Women Architects / Here we are: una mappatura estesa che restituisce densità storica e geografica al lavoro delle progettiste. Non è solo un repertorio ma uno strumento politico. Dimostra che la marginalità femminile deriva dai numerosi dispositivi di selezione generati lungo il percorso che va dalla progettazione alla realizzazione delle opere. L’installazione Detox del 2021, nel Padiglione Italia curato da Alessandro Melis, sposta ulteriormente il discorso: la parità non è una questione numerica ma culturale, riguarda linguaggi, pratiche collaborative, modelli di leadership.
Nel novembre 2019 la genealogia si allarga al passato. Melania G. Mazzucco pubblica L’architettrice, riportando al centro la figura di Plautilla Bricci. Il romanzo agisce come dispositivo di riscrittura storiografica: mostra che l’assenza femminile nella storia dell’architettura è spesso un effetto di mancanza di narrazione, non di mancanza di opere. Negli stessi anni cresce l’attenzione accademica verso archivi, epistolari e ricerche che ricostruiscono carriere dimenticate.
Tra il 2021 e il 2022 il MAXXI ospita Buone Nuove, presentata come grande mostra sulle donne in architettura. L’iniziativa segnala una maturazione istituzionale ma rivela anche le difficoltà del formato espositivo quando deve affrontare questioni strutturali. La qualità disomogenea, la selezione incerta, la prevalenza del racconto celebrativo indicano che la rappresentazione del femminile richiede strumenti critici più sofisticati di una semplice rassegna, che appare oltretutto frettolosa e caratterizzata da scelte di inclusione o esclusione poco motivate.
Nel 2022 nasce Supermostra, progetto itinerante curato da Ilaria Olivieri e da chi scrive queste note. L’idea è spostare il focus dalle figure eccezionali alla diffusione territoriale delle pratiche. La mappatura diventa dinamica, aperta, cerca di includere studi emergenti e ricerche ibride.
Il 2023 riporta la questione sul terreno del conflitto. Una lettera aperta pubblicata su La Repubblica critica la composizione della mostra Roma nuovissima all’ex Mattatoio, accusandola di scarsa rappresentanza femminile. La replica dei curatori non chiude il dibattito. Al contrario, evidenzia il paradosso strutturale: mentre nelle università le studentesse superano stabilmente il 60 per cento, la loro presenza nella professione e soprattutto nei ruoli di visibilità resta minoritaria. Il problema non riguarda l’accesso alla formazione ma la permanenza e il riconoscimento.
In questo contesto, assume particolare rilievo simbolico la nomina del 2024 di Guendalina Salimei come curatrice del Padiglione Italia alla Biennale Architettura 2025. Affidare la rappresentanza nazionale a una progettista segnala un cambio di paradigma: la leadership femminile non è più eccezione. Il tema scelto, legato al rapporto tra territorio e mare, suggerisce inoltre un’attenzione alle dimensioni ambientali e infrastrutturali che caratterizzano molte ricerche contemporanee guidate da donne.
Nel 2025 la pubblicazione Donne e progetto. Figure dell’architettura e del design dell’Italia contemporanea consolida questa fase di sistematizzazione. Il volume affronta la pluralità dei ruoli quali formazione, ricerca, pratica, editoria, comunicazione, indicando che il contributo femminile non coincide con un ambito specifico ma attraversa l’intero ecosistema disciplinare.
Accanto agli episodi più visibili si registrano in questi stessi anni trasformazioni meno spettacolari ma decisive: la crescita di reti professionali, la diffusione di pratiche collaborative, l’attenzione ai temi della cura, dell’abitare quotidiano, delle infrastrutture sociali. Non si tratta di caratteristiche essenzialmente femminili, ma di prospettive che molte progettiste hanno contribuito a portare al centro del dibattito.
A quindici anni dall’inaugurazione del MAXXI, il panorama appare quindi più consapevole ma ancora instabile. La visibilità è aumentata, le genealogie si stanno ricostruendo, le istituzioni cavalcano la questione. Tuttavia permangono squilibri nelle committenze, nei premi, nella critica, nella rappresentazione mediatica.
Forse la domanda che la questione femminile pone oggi alla disciplina non riguarda più la presenza delle donne, ormai evidente, ma il modo in cui questa presenza si traduce. Non basta aggiungere nomi o organizzare mostre dedicate. Occorre intervenire sui dispositivi che producono visibilità, sulle modalità di selezione, sui modelli di carriera.
I prossimi anni diranno se riusciremo a ridefinire il modo in cui la disciplina costruisce il proprio futuro. La questione non riguarda solo le donne in architettura, ma l’architettura nel suo complesso: la sua capacità di riconoscere come condizioni fondamentali la pluralità, il conflitto e la complessità.
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