L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 51

Bimboification e instagrammizzazione: quando l’edificio diventa il rendering di se stesso

13 Apr 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

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Bimboification è una parola ibrida: è composta da bimbo, che sta per bambinesco, puerile, più il suffisso -ification, che indica il rendere qualcuno così. Significa un processo di trasformazione caricaturale verso un modello di persona percepita come superficiale, iper-estetizzata e poco riflessiva.

Può essere usata sia in modo ironico sia critico. Si parla di bimboification per descrivere dinamiche culturali: semplificazione del discorso, estetizzazione estrema, perdita di complessità. Ma, il termine ha ricadute estetiche-performative. Alcune persone adottano consapevolmente uno stile bimbo come forma di identità o di gioco con gli stereotipi: trucco marcato, linguaggio semplificato, atteggiamento volutamente naïf. (…)

Da qui anche una accezione legata al mondo dell’erotismo e a contesti LGBTQ+, in cui la bimboification può assumere una dimensione più esplicitamente sessuale e performativa. In questi ambiti, lo stile bimbo viene talvolta reinterpretato come espressione di desiderio, ruolo o fantasia.

In tutti i casi, la parola bimboification, racconta di una progressiva semplificazione non solo verbale, ma visiva, emotiva e cognitiva. Una estetica dove tutto deve essere immediatamente riconoscibile e consumabile senza attrito. Che porta alla costruzione di un soggetto senza profondità. Una interfaccia più che un individuo. Caratterizzata da un corpo perfettamente leggibile, codificato, prevedibile.

C’è una tendenza bimbo anche in architettura. La riscontriamo nel lavoro di alcuni giovani studi che si muovono oltre il minimalismo. Per esempio in alcuni di quelli selezionati nei due fascicoli della rivista Casabella (n.677, Marzo 2005 e n. 977 gennaio/febbraio 2026) dal titolo Italian Singularities, Singolarità italiane.

Comporta la progressiva trasformazione dell’edificio in immagine dalla forte caratterizzazione iconica, e anche in figura da fotografare. Eliminandone le complessità e rendendola immediatamente riconoscibile, per esempio ricorrendo a forme stereotipate, quali i tetti a falda, che comunicano il messaggio “questa è architettura”. È interessante notare che nel secondo dei due numeri citati di Casabella sono dedicate quattro pagine per illustrare una semplicissima tettoia di garage, sicuramente raffinata, ma che potrebbe essere stata ripresa da un numero di Topolino.

In questo senso la bimboification tende alla messa a punto di un immaginario che non impone, seduce. Non vieta, semplifica. Non censura, distrae. Promette leggerezza e trasparenza in un mondo diventato pesante e opaco. Rivelando un bisogno di semplicità, di riduzione. Per tornare a un grado zero, liberarsi dalla saturazione formale e sostituire all’ipertrofia della forma ( si pensi  per esempio alla artata complessità del decostruttvismo) un estetismo minimalista, fatto di immagini semplificate e iconicamente  caratterizzate, quali appunto quelle dei cartoon di Topolino.

Vista in questa prospettiva, la bimboification non è un destino, né una moda passeggera. È una lente che ci permette di vedere come funziona oggi la produzione di soggettività.

Quali sono le forme più ricorrenti della bimboification? Innanzitutto quelle del corpo: labbra turgide, seno enfatizzato, forme morbide. I volumi arrotondati, mai spigolosi.

La pelle levigata, senza imperfezioni. Contrasti marcati (vita stretta/fianchi pieni)

È un corpo che rinuncia alla complessità anatomica per diventare icona. Come certe architetture che rinunciano alla stratificazione per essere immediatamente riconoscibili.

C’è poi un dato fondamentale: la materia.

La bimboification privilegia ciò che appare artificiale ma desiderabile. Quindi le superfici lucide (labbra glossate, pelle illuminata), le texture plastiche o siliconiche, i colori saturi, spesso pastello o neon.

È un’estetica che non nasconde l’artificio, lo esibisce.

Vi è il richiamo quasi patologico alla giovinezza. L’effetto Lolita dove  il punto non è l’infanzia, ma la sua messa in scena stilizzata. Fiocchi, merletti, gonne corte, accessori giocosi.

È un’infanzia trasformata in codice estetico, pura citazione depurata da ogni realtà.

Il risultato è un cortocircuito: innocenza simulata + iper-consapevolezza del proprio essere immagine. Come per esempio Il Bar Luce presso la Fondazione Prada a Milano, progettato dal regista cinematografico americano Wes Anderson in cui design del locale evoca un mondo di figure legate all’immaginario adolescenziale (è interessante notare che Rem Koolhaas, a cui è delegata la progettazione dell’intera Fondazione, preferisce farsi da parte per far posto, nella progettazione del bar, a un regista il quale ha più dimestichezza con il mondo dell’immaginario).

Vi è poi l’eccesso inteso come regola. La bimboification rifiuta la misura classica. Non cerca l’equilibrio, ma la sovrabbondanza controllata. Il troppo pieno invece che il troppo vuoto. Il troppo evidente invece che l’allusivo.

È un’estetica anti-moderna. Dove il modernismo sottraeva, qui si aggiunge. Dove Mies van del Rohe diceva “less is more”, qui vale il contrario: più segni, più leggibilità.

Infine, il vintage. Le auto vintage, gli interni rétro, gli oggetti anni Cinquanta o Sessanta diventano dispositivi di stilizzazione. Il passato selezionato e reso innocuo, trasformato in scenografia.

Non la storia, ma l’immagine della storia.

Non il corpo reale ma, come dicevamo, il cartoon. Da qui proporzioni esasperate, espressività immediata, eliminazione delle ambiguità.

Non si tratta semplicemente di una poetica kitsch. Ma di una risposta alla complessità.

Che riduce, amplifica, rende leggibile. E che in architettura punta alla seduzione immediata e quindi all’ immagine prima ancora che allo spazio.

Ma se gli edifici, al pari dei bimbo, presentano superfici lisce, continue, senza attriti, e se le forme si arrotondano, perdono spigoli, si fanno morbide, quasi epidermiche, allora non si leggono più come costruzioni, ma come corpi da guardare.

Da guardare in un ambiente dove tutto tende alla perfezione riflettente. Nessuna rugosità, nessuna ombra profonda. È la stessa logica del gloss: la superficie deve catturare la luce e restituirla come immagine. Non interessa più la materia, ma il suo effetto. E anche il verde, come accade per esempio nel Bosco Verticale, diventa texture, pattern, decorazione.

La bimboification in architettura passa, insomma, attraverso la semplificazione percettiva. E quindi diventa facilmente instagrammizzabile: come abbiamo già ripetuto, presenta spazi facili, immediatamente leggibili, privi di ambiguità con percorsi intuitivi, quasi didascalici, colori riconoscibili, spesso saturi o rassicuranti.

E dove le immagini convergono verso un formato vincente e si somigliano tutte.

Anche il volto, e cioè ciò che ci caratterizza maggiormente, perde profondità psicologica e diventa superficie comunicativa.

Da qui espressioni semplificate, codici riconoscibili (labbra, sguardo, posa), eliminazione dell’ambiguità, approccio infantile.

Con la bimboification il volto non è più individuale, ma tipologico. Non importa chi sei: importa quanto sei compatibile con il formato.

Non si chiede interpretazione. Domina la ridondanza. Non c’è più gerarchia, tutto è ugualmente significativo e quindi tutto si appiattisce. È l’architettura perfetta per fare da sfondo.

A volte l’architettura recupera frammenti del passato come auto d’epoca o degli accessori rétro, a, ma anche in questa circostanza li trasforma in immagini innocue. Il postmoderno lo faceva in modo colto (si pensi a Aldo Rossi, a Giogio Grassi e a Hans Hollein). Oggi il riferimento storico è svuotato, ridotto a segno riconoscibile, pronto per accompagnare un selfie. Non memoria, ma citazione senza profondità.

È il prezzo dell’architettura che diventa immagine. La risposta a un sistema che chiede visibilità, immediatezza, consumo rapido. In un mondo dominato dai social, l’edificio è il rendering di se stesso e deve funzionare come un post, cioè deve colpire subito.

C’è, ovviamente, una richiesta economica precisa. Instagram non vende immagini: vende attenzione.

La bimboification monetizza la logica di instagram perché cattura rapidamente lo sguardo, riduce lo sforzo cognitivo, aumenta la probabilità di interazione.

Instagram impone una fruizione rapidissima. Scroll. Stop. Like. Scroll. La bimboification risponde con immagini che non richiedono interpretazione, non generano ambiguità, non resistono allo sguardo. E sono fatte per essere consumate in pochi secondi.

Più un’immagine è perfetta per Instagram, meno ha bisogno di essere vera. Più è leggibile, meno è profonda.

Ma allo stesso tempo, l’estrema semplificazione genera saturazione.

Troppe immagini uguali finiscono per annullarsi. È la sensazione che si ha quando si sfogliano i repertori della recente produzione architettonica e dedichiamo non più di qualche secondo a ciascun progetto.

Tuttavia non è un caso che si somiglino tutte. Semplicemente convergono verso un formato vincente.

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