L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 14
La polemica infinita e spesso provinciale sull’Ara Pacis di Meier e piazza Augusto Imperatore. Ora il tema (vistoso) è l’assenza di alberi: vincerà ancora tavolino selvaggio contro la buona architettura?
1996. Francesco Rutelli, sindaco di Roma, compie un ulteriore passo nel suo programma di costruzione di opere pubbliche per la Capitale: un edificio a Piazza Augusto Imperatore per ospitare e valorizzare l’altare dell’Ara Pacis. Per abbreviare i tempi di realizzazione e garantire la qualità del risultato, Rutelli decide, mettendosi contro l’Ordine degli Architetti, di non bandire alcun concorso internazionale e di affidare direttamente l’incarico a Richard Meier. Meier è un nome conosciuto a livello internazionale, ha uno stile asciutto ispirato al Le Corbusier della fase purista, è autore di interventi museali in ogni angolo del mondo, anche in contesti storici delicati, come il bellissimo MACBA di Barcellona, aperto nel novembre 1995.

Luigi Prestinenza Puglisi

Il progetto di Meier, che è americano e si vede, suscita il finimondo. Già dal momento in cui sono resi pubblici i primi disegni di progetto, la cultura architettonica romana, e non solo, lo sommerge sotto un mare di critiche. Che continueranno imperterrite anche dopo l’inaugurazione avvenuta nel 2006. Massimiliano Fuksas sostiene che il museo altera gli equilibri della piazza, Paolo Portoghesi che sarebbe stato meglio non costruirlo, Vittorio Sgarbi lo paragona ad una pompa di benzina. A frenare il malumore non riesce neanche l’andamento più che positivo della struttura che in poco tempo supera i 200.000 visitatori l’anno con punte di 300.000, non poco per un monumento che, prima, era visitato da poche scolaresche annoiate e da qualche appassionato di storia romana. E, difatti, il sindaco Alemanno nel 2008 proclama che lo abbatterà, anche se fortunatamente non riuscirà nell’impresa.
Una violenza sicuramente esagerata ma motivata dal fatto che il nuovo museo dell’Ara Pacis è poco integrato nel contesto urbano e soprattutto prospetta su Piazza Augusto Imperatore che, oramai, non ha né capo né coda. Una piazza, oltretutto, in stile fascista, progettata ed eseguita negli anni Trenta da Ballio Morpurgo con all’interno un edificio di straordinario valore archeologico, il Mausoleo di Augusto, posto però alcuni metri sotto il piano stradale.
E così nel 2006 Rutelli decide di lanciare un concorso internazionale per la sistemazione della piazza. Non mancano le critiche. In un qualunque paese civile prima si fa il concorso per sistemare l’intera area e poi si affida l’incarico per realizzare un singolo edificio, anche importante, che insiste nell’area. Ma noi viviamo in Italia e siamo abituati a tutto. Anzi, con il senso di poi, possiamo dire che forse se si fosse fatto al contrario, cioè la cosa in teoria giusta, ancora staremmo ad aspettare l’edificio di Meier. Infatti, per vedere questa prima tranche di piazza sono passati circa 19 anni. L’inaugurazione è stata il 6 giugno del 2025, mentre per il completamento della seconda e ultima tranche si avanza la data di fine 2026 che però, come accade per tutte le opere pubbliche romane, potrebbe slittare.
Facciamo un passo indietro e torniamo al 2006 quando Rutelli lancia il concorso internazionale per la piazza. A vincere è un progetto elaborato da alcuni personaggi importanti della cultura architettonica romana. Il gruppo, guidato da Francesco Cellini, è composto da Mario Manieri Elia, Carlo Gasparrini, Renato Nicolini, Maria Margarita Segarra Lagunes, Giovanni Longobardi, Andrea Mandara, Giovanni Manieri Elia, Alessandra Macchioni, Vanessa Squadroni, Renzo Candidi, e vari consulenti per l’archeologia, la storia dell’arte, il paesaggio. La proposta progettuale è di buon senso: realizzare uno spazio aperto che fronteggia il mausoleo e superare la differenza di quota mediante due cordonate una sul lato verso la teca dell’Ara Pacis e il lungotevere, l’altra verso la chiesa di San Carlo e via del Corso. A completare l’intervento, di fronte al mausoleo, incassato nel salto di quota, il bookshop e un bar.
Nonostante la semplicità del progetto, i lavori nella piazza iniziano nel 2020, dopo quattordici dal concorso, e mettono cinque anni. Per essere terminati? Certo che no, come abbiamo già detto. Solo per essere completata la prima tranche, data dalla due cordonate e dal bar e bookshop. Ancora da completare è la parte esterna e l’interno del mausoleo.
Roberto Gualtieri, l’attuale abilissimo e operoso sindaco di Roma, che lancia proclami per ogni cosa, anche la più scontata che realizza, capisce che occorre inaugurare questo lacerto urbano, di cui la città aspetta l’entrata in funzione da sin troppo tempo. Ed ecco quindi la cerimonia ufficiale e le dichiarazioni di rito: “È una grande emozione -afferma- perché stiamo restituendo alla città uno dei suoi luoghi più iconici, destinato a diventare una delle piazze più straordinarie di Roma e, quindi, del mondo intero. Un simbolo identitario che intreccia la storia millenaria con la visione contemporanea, pronto a parlare al futuro e a ispirare cittadini e visitatori”. Un po’ esagerato ma, in effetti, il progetto del gruppo Cellini non è male. Non è un capolavoro, ma è una buona soluzione. E dopo 19 anni è un atto di eroismo. Soprattutto se risolve un problema che la città si porta avanti da quando il progetto, come abbiamo visto, fu affidato da Mussolini a Ballio Morpurgo.
Della stessa opinione non sembra essere la maggioranza dei cittadini che commentano sui social. Mancano gli alberi, c’è poco verde e oltretutto quello previsto è tutto intorno al mausoleo e quindi è poco utile a chi dovrà percorrere la piazza nel mesi più caldi. “Specialità della casa: turisti alla griglia. I borseggiatori li ripuliscono e Gualtieri li cuoce” commenta un irrispettoso leone da tastiera. E, poi ancora: “Sembra il Vittoriano senza il Vittoriano, fa molto fascio”. Non mancano i giudizi positivi. Ma a prevalere sono i post che commentano la scarsa sensibilità che hanno avuto istituzioni e architetti per il benessere urbano dei cittadini. Alcuni ricordano il progetto per piazza San Silvestro che un precedente sindaco della città, Gianni Alemanno, aveva affidato all’architetto Paolo Portoghesi e che era stato risolto con una serie di monumentali sedute non ombrate e quindi, inutilizzabili nei mesi estivi. Qualcuno risponde: “Mettereste alberi a piazza del Campo a Siena? A piazza della Signoria a Firenze ? A piazza S.Pietro, piazza Navona, piazza del Popolo a Roma?”. Per essere subito zittito dal buon senso di chi controbatte: “L’architetto, il progettista farebbe bene a pensare alla gente, ai vecchi, alle donne incinte, a chi vuole sedersi e avere ombra d’estate e sole d inverno… non solo pensare narcisisticamente al suo esclusivo senso estetico! Mettere panchine dove sedersi, piante che ombreggino”.
Non so come si risolverà la questione degli alberi. Provo ad ipotizzare due finali. Il primo è che avremo una bella piazza di pietra poco utilizzata nelle stagioni calde. La seconda è che il bar individuerà in quel vuoto a lei antistante una fonte di ricavo economico e lo invaderà con ombrelloni e tavolini. Un po’ come accade in gran parte del centro storico. Confort a pagamento. Un’altra sconfitta dell’architettura e un’altra vittoria di tavolino selvaggio.
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