L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 41

La costellazione dei 5mila borghi italiani: dal cinismo sensato di Delrio ai casi di rinascita fondati su progetti credibili e radicati nel luogo

02 Feb 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

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L’Italia è un paese di borghi. Ne contiamo ufficialmente oltre 5.500 secondo l’ISTAT (dato 2021), una costellazione fitta che attraversa l’intero territorio nazionale e che costituisce una delle strutture portanti del nostro paesaggio culturale. È un numero impressionante, se si pensa che più della metà dei comuni italiani ha meno di 5.000 abitanti. Alcuni borghi sono splendidi dal punto di vista architettonico, esempi raffinati di adattamento al suolo, alla topografia, al clima; altri sono ordinari, talvolta persino brutti, frutto di stratificazioni casuali o di espansioni recenti poco controllate. Ma tutti, anche i meno riusciti, raccontano una storia urbana e sociale che vale la pena di interrogare.

Con il termine “borgo” indichiamo realtà profondamente diverse.

Ci sono borghi con poche decine di abitanti, spesso sotto i 100 residenti, e altri che sono di fatto piccoli paesi, con 2.000 o 3.000 abitanti, una scuola, un bar, magari una farmacia e una minima dotazione di servizi pubblici. Il dato dimensionale è decisivo e troppo spesso viene sottovalutato. I borghi più piccoli, quelli marginali e mal collegati, stanno perdendo ogni attività commerciale e sociale. Non hanno più uno spaccio di generi alimentari, non hanno un ufficio postale, spesso neppure un presidio medico. La chiusura di una scuola elementare o di una linea di autobus diventa il colpo finale. Sono diventati, nella migliore delle ipotesi, dormitori stagionali; nella peggiore, accumuli di vuoti urbani.

Qui il fenomeno assume una dimensione fisica evidente. Gli edifici abbandonati, spesso di grande pregio, diventano carie urbane. La metafora non è casuale: come nei denti, il degrado parte da una piccola fessura e si estende lentamente ma inesorabilmente. La dinamica è sempre la stessa: gli abitanti originari negli anni Cinquanta e Sessanta emigrano verso le città industriali, dove si trova lavoro e benessere; le case restano a molti eredi; nessuno investe. Prima si lesiona qualche tegola, poi entra l’acqua, poi si rompe il tetto e avviene qualche crollo, poi arrivano gli animali, infine il rudere. Secondo il CRESME, nel 2019 oltre il 25% del patrimonio edilizio dei piccoli comuni italiani risultava inutilizzato o sottoutilizzato, con punte che superano il 40% nelle aree interne dell’Appennino.

La mancanza di servizi rende la vita quotidiana difficile, talvolta insostenibile. Vivi in un paese a misura d’uomo, fatto di vicoli, di sequenze spaziali raffinate, di piazze minime e perfettamente proporzionate, dove tutto è teoricamente raggiungibile a piedi. Ma sei condannato all’automobile. Per la spesa, per il lavoro, per una visita medica, per accompagnare un figlio a scuola. L’idea idilliaca del borgo come luogo autentico e naturale si scontra con una realtà infrastrutturale povera e spesso inefficiente, che produce isolamento più che qualità della vita.

Da qui l’ipotesi, brutale ma non del tutto infondata, che molti borghi non siano salvabili. Nel 2017 l’allora ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio parlò apertamente della necessità di distinguere tra borghi recuperabili e borghi da accompagnare verso una “fine dignitosa”, evocando una sorta di cure palliative territoriali. Non si possono salvare tutti, si disse. E la migrazione verso le città, in fondo, è un fenomeno storicamente positivo, legato alla crescita economica, all’accesso ai servizi, alla mobilità sociale. Una posizione cinica, forse, ma non priva di una sua logica.

Eppure alcuni borghi si salvano. Calcata, nel Lazio, abbandonata negli anni Trenta dopo una frana e ripopolata a partire dagli anni Settanta da artisti, artigiani e intellettuali; Bevagna, in Umbria, che ha costruito la propria rinascita su un turismo colto e lento, legato alla qualità dello spazio urbano e alla memoria storica. Qui il turismo delle seconde case ha funzionato: ha prodotto bar, botteghe, ristorazione, microeconomie. Ma ha funzionato perché esistevano condizioni particolari di accessibilità, bellezza e narrazione.

Altri casi sono ancora più radicali. Solomeo, recuperato da Brunello Cucinelli a partire dagli anni Ottanta, è l’esempio di un borgo acquistato quasi integralmente da un mecenate-imprenditore che ha unito restauro, produzione e visione etica. Un’operazione irripetibile su larga scala, ma istruttiva perché dimostra che il progetto architettonico, se accompagnato da un progetto economico e culturale, può incidere realmente sul destino di un luogo.

Si è parlato anche di destinare alcuni borghi all’accoglienza degli immigrati, offrendo case a basso costo e spazi disponibili. Un’ipotesi sensata e, insieme, potenzialmente azzardata, già sperimentata in parte in Calabria e in Sicilia, ma che richiede politiche attive, mediazione sociale, servizi minimi. Non basta spostare persone: occorre costruire comunità.

Le operazioni delle “case a 1 euro”, lanciate a partire dal 2008 (Gangi è il primo caso), hanno funzionato poco. Perché all’euro simbolico si sommano costi elevati di adeguamento strutturale e sismico, spesso superiori al valore finale dell’immobile, che poi si teme non avrà mercato. E perché, inevitabilmente, le case migliori non entrano mai nel circuito, mentre restano quelle più compromesse.

In questo quadro critico, le nuove tecnologie aprono uno spiraglio. Il lavoro a distanza, accelerato dalla pandemia del 2020, cambia i termini del problema. Se un bilocale di 60 mq a Milano o Roma supera facilmente i 300.000 euro, con la metà della cifra si può acquistare in un borgo un edificio tre volte più grande, spesso con giardino. A condizione, però, che la connessione funzioni e che il borgo non sia totalmente isolato.

Qui entrano in gioco le infrastrutture: strade, ferrovie, banda larga. I borghi più vicini alle città, meglio collegati, potrebbero intercettare una nuova domanda abitativa fatta di professionisti, lavoratori autonomi, ricercatori. Non è un ritorno nostalgico alla campagna, ma una diversa organizzazione dello spazio produttivo e del tempo di vita.

Il turismo resta una leva importante. B&B, alberghi diffusi, turismo lento. Se per città come Venezia o Firenze il turismo è ormai una maledizione, per molti borghi è una risorsa vitale. A questo si può affiancare il turismo universitario e dei workshop. L’isola di San Servolo, dal 1995 sede di attività accademiche internazionali, dimostra che studiare in luoghi decentrati può essere non solo possibile, ma vantaggioso.

Infine l’arte. Favara, con il Farm Cultural Park fondato nel 2010 dal notaio Andrea Bartoli e dalla moglie Florinda Saieva, ha trasformato un centro storico degradato in un laboratorio culturale internazionale. A Tusa, Antonio Presti ha costruito negli anni Novanta un’esperienza simile, seppur più fragile. Non tutti i borghi diventeranno centri d’arte, ma anche tre o quattro per regione farebbero la differenza, innescando processi imitativi.

Salvare i borghi, dunque, si può. Ma non tutti allo stesso modo. L’errore è pensare a soluzioni universali, a bandi standardizzati, a slogan. Ogni borgo ha bisogno di una strategia credibile, specifica, radicata nelle sue condizioni reali. Accettare la loro morte come destino inevitabile è una scorciatoia intellettuale. Molto più difficile — ma anche molto più interessante — è progettare la loro trasformazione.

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