DIARIO POLITICO / 9

Italia inchiodata tra caro energia e paralisi europea. La lezione inascoltata di Draghi, la responsabilità della Germania

18 Mag 2026 di Barbara Fiammeri

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L’inflazione torna a correre. A certificarlo ufficialmente è l’Istat: in un mese i prezzi sono saliti di un punto, spinti soprattutto dall’aumento dei dei costi energetici. E proprio mentre il Paese fa i conti con questa nuova fiammata, il 22 maggio scade lo sconto sulle accise e il 31 termina il credito d’imposta per gli autotrasportatori, che hanno già annunciato uno sciopero dal 25 al 29. Palazzo Chigi li ha convocati nel tentativo di evitare il blocco, ma il nodo resta sempre lo stesso: le risorse sono pressoché finite e i margini di manovra quasi azzerati.

Ormai nemmeno il governo riesce più a nasconderlo. L’uscita del vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani sulla possibilità di una manovra correttiva fotografa la crescente difficoltà dell’esecutivo nel fronteggiare l’emergenza energetica. Resta sul tavolo l’ipotesi di uno scostamento di bilancio per prorogare i bonus contro il caro carburanti, anche senza il via libera di Bruxelles. Ma è un rattoppo, non una strategia.

Intanto cresce la tensione nella maggioranza sul prestito Safe da 15 miliardi destinato alla difesa, considerato indispensabile dal titolare Guido Crosetto per rispettare gli obiettivi Nato. La Lega e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti non intendono però avallare nuovo debito per gli armamenti a fine legislatura, mentre sale il malcontento di famiglie e imprese che fanno i conti con bollette sempre più pesanti. Una frattura politica destinata ad acuirsi in vista dei prossimi appuntamenti elettorali.

Per questo (il paradosso) nel pieno di questa emergenza economica e sociale, il tema che domina il dibattito dentro e fuori la maggioranza è ancora la legge elettorale. Giorgia Meloni spinge per l’approvazione della riforma in almeno un ramo del Parlamento entro l’estate. Archiviare il Rosatellum è considerato dalla leader della destra il passaggio decisivo per blindare il bis a Palazzo Chigi. Come se la priorità del Paese fosse la sopravvivenza politica della coalizione e non l’erosione del potere d’acquisto o il rallentamento dell’economia.

Ne esce l’immagine di un governo che continua a muoversi alla giornata: rincorre le emergenze, prova a tamponare i problemi, ma resta sostanzialmente fermo. Una navigazione a vista o, meglio, miope che purtroppo non è solo italiana. L’ennesimo allarme lanciato da Mario Draghi — “siamo soli” — è un atto d’accusa contro un’Europa paralizzata da procedure decisionali ormai anacronistiche.

Nel ricevere il Premio Carlomagno ad Aquisgrana, Draghi ha insistito sulla necessità di “mettere la sostanza prima del processo”, denunciando l’incapacità dell’Unione di decidere rapidamente su mercato, politica industriale e ovviamente difesa e sicurezza. Ma proprio la Germania, a Berlino come a Bruxelles, è tra i principali responsabili di questa paralisi.

Lo dimostra la linea seguita sugli investimenti militari: invece di una vera strategia comune europea, si è scelto ancora una volta di favorire chi dispone di maggiori margini di bilancio. E cioè la Germania che sta procedendo con un livello di spesa degno delle grandi potenze globali.Il risultato non è una maggiore sicurezza europea, ma uno squilibrio crescente. E più che rassicurare, inquieta. Anche perché nonostante i volumi di spesa cresce l’impolarità del governo tedesco e soprattutto del Cancelliere Friederich Merz a vantaggio l’estrema destra di Afd.

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