DIARIO POLITICO / 16
CAMPO LARGO, IL VUOTO IN PIAZZA E FUORI: UNITI CONTRO MELONI, DIVISI SU TUTTO IL RESTO
«Hai voglia ad andare a Napoli se poi a Strasburgo sull’Ucraina il M5S vota contro, insieme alla Lega e a Vannacci. Risparmiatevi la foto: c’è ancora molto da fare». Il commento del senatore dem Filippo Sensi fotografa meglio di qualsiasi analisi lo stato dell’opposizione. Sono trascorsi oltre tre mesi dalla vittoria del referendum sulla giustizia, che avrebbe dovuto rappresentare il punto di partenza per consolidare il cosiddetto campo largo. E invece non è successo praticamente nulla. Se non si vuole spacciare per svolta politica la manifestazione di Napoli, tutt’altro che oceanica, segnata dalle contestazioni di Potere al Popolo e dei disoccupati organizzati. Un appuntamento che, anziché certificare l’unità dell’opposizione, ne ha messo in vetrina tutte le contraddizioni. Non a caso è stata cancellata anche la manifestazione gemella prevista a Padova.
Il problema è più profondo di una piazza riuscita male. Ancora una volta ciò che tiene insieme – e nemmeno sempre – le opposizioni non è un progetto condiviso di governo, ma l’esistenza di un avversario comune. Ieri era Berlusconi, oggi è Meloni. Ma trasformare l’antagonismo nell’unico collante politico è una formula ormai logora. Non mobilita più gli elettori e, soprattutto, non convince chi chiede di sapere non solo chi si vuole mandare a casa, ma con quale idea di Paese lo si intenda sostituire.
Il referendum lo ha dimostrato. Milioni di persone sono tornate alle urne per difendere un’idea di ordinamento istituzionale che ritenevano messo in pericolo . Al di là del giudizio sul merito, quel voto ha dimostrato che l’elettorato non è affatto disinteressato alla politica quando percepisce che c’è una posta in gioco reale. Pensare però che quella stessa mobilitazione si trasferisca automaticamente alle elezioni politiche del 2027 significa scambiare un voto su un tema specifico con un’investitura politica.
Le amministrative, culminate nella pesante sconfitta di Venezia, hanno già ricordato quanto questa equivalenza sia fragile. La domanda decisiva resta infatti senza risposta: perché un elettore dovrebbe scegliere il campo largo?
Le divisioni sulla politica estera sono quelle più evidenti ma certo non le sole. Giuseppe Conte sostiene che «stanno costruendo la minaccia russa per costringerci ad armarci fino ai denti». È una posizione legittima, ma allora va spiegato quali sarebbero le conseguenze una volta al governo: l’Italia metterebbe in discussione gli impegni assunti nella Nato? Cambierebbe linea sulla difesa europea? Si opporrebbe al percorso di adesione dell’Ucraina all’Unione europea? Sono interrogativi che non possono essere liquidati con slogan o distinguo.
Ma le lacune emergono anche e soprattutto sul terreno economico e sociale. Al di là del rituale rifiuto dei tagli alla sanità, dove sono le proposte per finanziare un sistema sanitario sempre più sotto pressione? Come si affronta il problema di salari che continuano a perdere potere d’acquisto? Qual è il piano per contenere il costo dell’energia e dei carburanti? È facile ricordare che Giorgia Meloni aveva promesso di abolire le accise e non lo ha fatto. Più difficile è spiegare cosa farebbe chi aspira a sostituirla. È esattamente qui che si misura la credibilità di un’alternativa di governo. Non nelle fotografie, non nelle manifestazioni simboliche e nemmeno nell’ennesima denuncia delle mancanze dell’esecutivo. Un’opposizione diventa competitiva quando offre una prospettiva riconoscibile, assume posizioni chiare anche sui temi che dividono e indica soluzioni praticabili ai problemi quotidiani. Finora, invece, il campo largo continua a chiedere fiducia senza spiegare fino in fondo per fare cosa. E la piazza di Napoli, più che il punto di partenza di una nuova stagione politica, è sembrata l’istantanea di una coalizione che ancora fatica a trovare una direzione comune.
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